Paco Ignacio Taibo II: “Io allo specchio: sei di Sinistra”?

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PARIS, FRANCE - MARCH 13:  Mexican writer Paco Ignacio Taibo II poses for a portrait during book fair March 13, 2009 in Paris, France.  (Photo by Ulf Andersen/Getty Images)

Intervista allo scrittore spagnolo da anni in Messico. È in Italia per presentare il romanzo “A quattro mani”. «Non ho mai rinunciato alle mie idee. Problemi di censura? Sì, ma vado avanti»

Paco Ignacio Taibo II è uno di quegli scrittori che inviteresti volentieri a cena. Sarebbe senza dubbio una di quelle cene che non finiscono mai, con tanto fumo di sigarette e tanti discorsi che potrebbero spaziare dall’arte alla politica, dalla letteratura al calcio. Difficile immaginare, è vero, che possa accettare gli inviti a cena dei suoi lettori – vista la grande quantità di ammiratori sparsi in tutto il mondo -, ma se fossi in voi mi appunterei le città italiane in cui sta facendo tappa in questi giorni per presentare il suo rocambolesco romanzo appena pubblicato da La Nuova Frontiera: A quattro mani. Scartata la cena, si può sempre sperare in un aperitivo “pubblico” con lui che senza mezzi termini dice ciò che pensa. D’altra parte lo ha sempre fatto nella sua vita, cominciata a Gjion, in Spagna, ma proseguita a Città del Messico, dove risiede da quando, nel 1958, la sua famiglia scappò dalla dittatura di Francisco Franco. Politicamente scorretto, partigiano, attivista, scrittore geniale, Paco Ignacio Taibo II – ieri a Perugia ospite del Festival “Encuentro” – è uno che non ha paura di schierarsi.

Bastano i primi secondi del nostro incontro per averne la conferma. Paco, ormai sono anni che viene in Italia a presentare i suoi libri: lo trova cambiato il nostro Paese?

«Trovo che l’Italia sia sempre al di sotto delle mie aspettative. Ogni volta ho l’impressione di un Paese che può dare di più. Quando mi trovo in compagnia di scrittori o intellettuali italiani mi sembra di conoscere delle persone sorprendenti e i lettori italiani sono meravigliosi, ma il Paese, invece, mi sembra un Paese di merda. Mi sconcerta l’incapacità che ha di uscire dal post-berlusconismo».

Ma c’è qualcosa che cerca di fare o un luogo dove ama tornare ogni volta che viene in Italia?

«Sì e lo farò anche stavolta quando avrò finito il mio tour per presentare il libro: andrò a Milano, al Castello Sforzesco, dove Leonardo ha dipinto un albero sul soffitto. Per me è una delle esperienze più emozionanti. Ogni volta guardo su e penso: Leonardo sei splendido! Mentre tutti dipingevano angeli sul soffitto tu hai dipinto un bosco e non ha mai spiegato il perché. Il suo messaggio è: Dio è in terra».

E poi ci sono i suoi libri tradotti in tutto il mondo, che la portano ogni volta a confrontarsi dal vivo con i lettori. I suoi personaggi sono spesso dei “rivoluzionari”: un po’ le somigliano, non trova?

«Magari… i miei sono personaggi estremi, io mi limito a raccontarli. Mi interessano i personaggi in situazioni limite». E che forse inseguono un’utopia… «L’utopia, come diceva Galeano, non è qualcosa che esiste, ma che si cerca».

Come la cercano a modo loro i due giornalisti protagonisti di “A quattro mani”, Greg Simon e Julio Fernández, che indagano su un complotto ordito da una misteriosa agenzia americana per screditare il governo di un Paese latinoamericano.

«Questi due personaggi riflettono la mia grande ammirazione per il giornalismo».

In effetti s’incontrano spesso dei giornalisti tra le pagine dei sui libri, come gli scrittori.

«È un mondo che conosco bene .. (anche suo padre era scrittore, ndr)» .

“A quattro mani” è anche una satira appassionata sui fini della politica. Si può ridere anche del potere?

«In Messico si dice che se non hai il senso dell’umorismo è meglio se ti suicidi. E direi che può valere anche per l’Italia». Essere “partigiani” nella vita paga? «Per fortuna ho tanti lettori in tutto il mondo, che non mi hanno mai abbandonato. Non ho mai rinunciato alle mie idee, né alle mie storie, anche se qualche volta mi hanno creato dei problemi».

Per esempio?

«Per esempio una tv messicana ha comprato 5 volte il mio copione ma mai è riuscito a filmarlo. Un problema di censura, ma non me ne preoccupo. Si trattava di un racconto contenuto nella raccolta “Arcangeli”, la storia di un sindacalista socialista di Acapulco che nel 1920 provano ad uccidere tre volte. Lui torna in sedia a rotelle e vince. È una storia vera, ma che evidentemente non piace».

A proposito di storie, ne ha scritte tante, ma ne ha anche ascoltate molte nei 24 anni di direzione artistica della Semana negra, il festival di letteratura noir di Gijon, sua città natale. Perché quattro anni fa ha deciso di lasciare la direzione?

«Semplice, perché non avevo più idee. Continuo a dialogare con il Festival ma non sono più il direttore. Preferisco dedicarmi direttamente alle lotte sociali del mio Paese. Ogni mattina mi guardo allo specchio e mi chiedo: sei ancora di Sinistra? E così vado. Per fortuna ho uno specchio che mi fa domande intelligenti».

Sta scrivendo nuovi libri?

«Sì, due. Un romanzo storico e un poliziesco. Saranno tradotti in Italia fra un paio di anni, editi da La Nuova Frontiera».

 

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