Vent’anni di “Ovosodo”. Dialogo con Francesco Bruni

Cultura
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Da Livorno alla Dark Polo Gang, passando per Montalbano

Bisogna dire che le riflessioni sulla vita di Piero Mansani sono da appiccicare come tanti post-it nella memoria. E ogni tanto, quelle mattine un po’ così, sono da rileggere. Perché il ragazzo molto bellino di Ovosodo, figlio di un ex portuale della Livorno che viveva ancora di mare, senza madre ma con matrigna nevrotica, senza via d’uscita se non quella che il suo amico ricco e ribelle (perché ricco) gli fa intravedere, alla fine chiude il suo cerchio donando al mondo dei nostalgici, dei dispersi, dei votati al tunnel della malinconia, questa grandiosa, corroborante frase: “Tutte le mattine, prima di portare Giovanna al nido, e poi andare a lavorare in ospedale, Susy mi accompagna al lavoro in macchina. E tutte le mattine, che piova o ci sia il sole, lei mi dice la stessa identica cosa,’sei sempre più bello’.E io vado a lavorare contento. Chi lo sa, forse sono rincorbellito del tutto, o forse sono felice… a parte quella specie di ovo sodo dentro, che non va né in su né in giù, ma che ormai mi fa compagnia come un vecchio amico”.

Vent’anni fa precisi il “groppo in gola” che prende tutti, almeno una volta nella vita o anche più volte al giorno, veniva tradotto prima in poesia e poi in cinema e oggi Ovosodo, il film che valse al regista Paolo Virzì il Gran Premio della Giuria al Festival di Venezia, è talmente Livorno che la città rende merito al suo miglior ritratto con sei giorni di festa.

Il compleanno di Piero e Tommaso, della sua cugina bona Lisa, della ragazza della porta accanto Susy, della professoressa Fornari e di babbo Nedo che fa avanti e dietro dalla galera, sarà una festa che nemmeno una finale di Champions. E dire che una cosa del genere accade a Livorno, dove “un congiuntivo in più, un dubbio esistenziale di troppo e venivi bollato per sempre come finocchio” – la massima è sempre di Piero Mansani, alter ego di Edoardo Gabriellini. Significa proprio che dopo 20 anni anche Livorno ha ceduto alla nostalgia.

Per capire Livorno, che nessuno lo sa ma è un’isola, bisogna avere alcune coordinate, come a battaglia navale: la compagnia portuale, i Quattro Mori, il lungomai narrato da Simone Lenzi, poeta, scrittore e anima dei Virginiana Miller, le canzoni di Bobo Rondelli (e una in particolare, non male come colonna sonora di quello che state leggendo, che si chiama Madame Sitrì), i versi livornesi di Giorgio Caproni.

Come questo: “Livorno/ quando lei passava/ d’aria e di barche odorava. Che voglia di lavorare/ nasceva/ al suo ancheggiare! Sull’uscio dello Sbolci/ un giovane dagli occhi rossi/restava col bicchiere in mano/ smesso di bere”.

E siccome tutto ritorna, soprattutto per chi vive in un’isola come Livorno, nel film Ovosodo c’è un immaginario Liceo Caproni e nell’ultimo film di Francesco Bruni – sceneggiatore di quasi tutti i film di Virzi, ma anche di Montalbano, e regista di Scialla, Noi 4 e ora Tutto quello che vuoi– da vedere al cinema in questi giorni proprio perché fa caldo, c’è un vero ritratto del poeta livornese che ha lasciato di stucco gli studenti comparendo nella prova di maturità.

Chissà, se questi benedetti ragazzi andassero di più al cinema come sarebbero andati bene all’esame.

Si prepari per un’intervista un po’ amarcord.

Pronto.

Sono passati vent’anni.

Mi sento male solo al pensiero. Vuol dire che sono invecchiato.

Gli inizi con Virzì?

Io e Paolo ci siamo conosciuto al liceo classico Niccolini Guerrazzi, ma ci frequentavamo di più in ambito teatrale che a scuola. Facevamo parte di una compagnia, si chiamava L’isola del teatro, prima come giovani attori. Poi abbiamo iniziato a scrivere e mettere in scena i nostri pezzi.

La prima messinscena?

Un testo di Paolo di cui ho fatto la regia. Titolo: “La bomba nel teatro”. Una pièce dal sapore situazionista, direi.

Di che parlava?

Più che altro avevamo grandi ambizioni brechtiane: era la storia di un esplosione in un teatro e delle indagini che ne seguivano. Era il 1983, avevamo vent’anni.

Sempre questi vent’anni.

Poi abbiamo cominciato a fare qualcosa in betacam e siamo arrivati al nostro primo lungometraggio: avevamo ancora invertito i ruoli, io facevo l’attore e Paolo era alla sua prima opera dietro la cinepresa. Si chiamava Paso Doble.

E fu un grande successo.

Fu un autentico disastro. Credo che non esista una sola copia in circolazione di quel film perché Paolo le fece sparire tutte. Andò così: organizzammo una prima al cine-teatro I Quattro Mori, c’erano un bel po’ di persone, avevamo chiamato tutti. Buio in sala, parte la pellicola, Paolo sparisce. Si era reso conto che era una tragedia.

Addirittura.

Il punto era che la trama del film era sul genere Grande Freddo: un bilancio esistenziale di ex compagni che si ritrovano alla fine della vita. Peccato che noi avevamo “tutta la vita davanti”: cito Virzì. Avevamo vent’anni, quindi raccontarci l’un l’altro quello che non eravamo riusciti a fare pareva un po’ strano. Io facevo la parte dell’omosessuale che aveva il cruccio di non essere riuscito a fare coming out. Una roba molto wendersiana. E poi io che venivo da Milano ero la mira preferita dei miei compagni di scuola, perché a Livorno, come dice Piero Mansani, con un congiuntivo di troppo sei schedato come finocchio. A me facevano scherzi telefonici a casa sperando di beccare mia madre: le dicevano “pvonto c’è Fvancesco in casa?” e poi buttavano giù.

Vi prendevate troppo sul serio.

A vent’anni si può essere molto seri.

Invece Ovosodo come vi è venuto?

Non ci crederà: da Trainspotting. Avevamo visto il film al cinema, c’era questo senso di libertà, anche estetica e infatti in Ovosodo l’inizio è un po’ punk, con le scene brevi, le interviste, il montaggio, il tossico. Ora che ci ripenso era un film veramente coraggioso e rivoluzionario, considerando che le commedie all’epoca erano quelle di Nuti o Verdone. E poi c’era questo piccolo cast di debuttanti, tranne Nicoletta Braschi, e una storia che parlava della piccola di Livorno.

Un outsider che sbanca però al Festival di Venezia.

Divenne un caso, sì. C’erano molte polemiche perché dicevano che il film era arrivato a Venezia solo perché c’era Cecchi Gori dietro, noi avevamo già lavorato con Rita Rusic con Ferie d’agosto.

Insomma gli accademici del cinema storcevano il naso.

C’è una sorta di ostracismo nei confronti delle commedie, ma poi accadde che Jane Campion si innamorò del film e che la giuria scelse Ovosodo per il Gran Premio, il Leone d’Argento.

Qual è il principale tratto antropologico di Livorno?

Direi l’antiretorica, il dileggiamento, la canzonatura, a parte quando si parla di Livorno. Puoi aver vinto il Nobel per la fisica ma se i livornesi non si riconoscono, non sei nessuno. Poi, se prendi la chiave giusta, ti adorano: ricordo festeggiamenti da promozione in serie A quando tornammo da Venezia, allestirono un palco, sempre al cinema Quattro Mori.

Dove tutto, disastrosamente, iniziò.

Avevamo fatto altri film prima, che erano molto belli, La Bella Vita, ambientato a Piombino e Ferie d’agosto, a Ventotene.

Ma Ovosodo è Ovosodo.

Anche se devo dire che mai conobbi celebrità più grande di quando Sky mi chiamò a commentare una partita Livorno- Milano. Il Livorno vinse, da quel giorno nei bar mi riconoscono e mi salutano…

Perché si scappa da Livorno ? E’ come la Madame Sitrì di Rondelli? Una donna da cui prendere le distanze?

E’ una città di provincia e come tutte le città di provincia è un po’ soffocante. Poi se in Italia vuoi fare cinema c’è Roma e basta.

Livorno com’è cambiata da Ovosodo in poi? I Cinquestelle sono il prodotto della sua decadenza o viceversa ?

I grillini a Livorno come a Roma raccolgono i frutti di una crisi, soprattutto economica. Quando le cose vanno bene c’è il regno del Pd, loro si innestano e si nutrono e foraggiano il disagio. Livorno aveva una solida attività portuale che si è molto ridotta, lo scalo ha perso molto del suo traffico e la città non si è saputa riconvertire a turismo. D’altra parte provi a chiedere a un livornese di servire da bere a un bar e veda come risponde. Diciamo che non è gente vocata ai servizi.

Ho letto che Nogarin si vanta di non aver mai visto un vostro film.

Sarà un selezionatore da Festival, un cinefilo da Cahiers du Cinéma.

C’è Piero in Ovosodo, Luca in Scialla! e Alessandro in Tutto quello che vuoi: tre giovani che sembrano accomunati solo dall’età. Come ha visto cambiare i ragazzi negli ultimi 20 anni?

Credo che il cambiamento sia epocale e sia dovuto alla crisi economica, c’è un senso di frustrazione che ritorna. Piero almeno poteva seguire la strada del padre, Luca e Alessandro fanno parte della prima generazione che rischia di stare peggio di quella dei genitori. Anche le dinamiche delle classi sociali sono diverse: prima c’era più mescolanza e c’erano divisioni sulle ideologie, oggi c’è un marcare il proprio territorio e basta. La prima scena del mio film si apre con una rissa tra bande di quartiere, sembra di essere tornati agli anni Settanta in qualche modo, ma solo per la violenza. Oggi si litiga per cazzate, gli ideali non ci sono. C’è solo la chimica.

Però nel suo film un ragazzo un po’ sbandato trova la sua catarsi con un’amicizia particolare.

Il mio protagonista è uno sfaccendato con un’attenzione alla microcriminalità che viene costretto dal padre ad accompagnare un anziano signore smemorato che è Giuliano Montaldo. Nascerà una sincera amicizia che aiuterà il giovane.

Un film buonista.

Direi veltroniano.

C’è anche suo figlio nel film, il mitico DarkSide della Dark Polo Gang, la band numero uno tra i ragazzi.

Quando abbiamo girato non sapevo ancora di avere Eminem sul set, altrimenti gli avrei dato un ruolo più importante!

Lei sta scrivendo la sceneggiatura di Montalbano, che ci racconta della rivelazione di Camilleri sulla misteriosa fine del suo commissario?

Sarà un finale a sorpresa nel più puro stile dello scrittore siciliano che ha spiazzato tutti, me compreso. Non riuscirà a sfilarmi altro. Top secret.


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