“Ottanta anni dopo, Gramsci è per tutti”. Parla Francesco Giasi

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Intervista al direttore della Fondazione Gramsci: “Siamo i custodi dei suoi scritti, ma quanti strafalcioni interpretativi”

Francesco Giasi, direttore della Fondazione Gramsci, cosa significa per voi l’anniversario, domani, degli 80 anni dalla morte del fondatore del nostro giornale?
«Significa prima di tutto commemorarlo. Il 27 di aprile prevede tutti riti da festa celebrativa. Ci recheremo, come tutti gli anni, sulla sua tomba al cimitero di Testaccio, a via Morgagni, nel luogo in cui fu arrestato l’8 novembre del 1926. Lo commemoreremo in Parlamento, alla presenza del Presidente della Repubblica, dove sarà inaugurata una mostra dei Quaderni e dei libri del carcere. Ci saranno manifestazioni in Sardegna, a Ghilarza, dove si terrà un incontro promosso dalla rinata “Casa Gramsci”. A Turi, dove Gramsci trascorse il periodo più lungo della sua detenzione. Tutto l’anno proseguirà con manifestazioni dedicate al largo pubblico e convegni di carattere scientifico. Le iniziative della Fondazione si svolgeranno accanto a una miriade di incontri organizzati per iniziativa spontanea di associazioni locali. Durante quest’anno gramsciano proveremo a divulgare i risultati delle recenti ricerche sulla biografia e sugli scritti e a fare il punto sulla ricezione del suo pensiero in questo primo quindicennio del XXI secolo. Cercheremo di rendere noti i risultati acquisiti attraverso il lavoro che svolgiamo per l’Edizione nazionale degli scritti. Unlavoro che va avanti da tempo e continuerà nei prossimi anni, affidato a decine di studiosi alle prese con complessi problemi editoriali.

A quali problemi si riferisce?
«Problemi che derivano dal fatto che si tratta di un’e dizione integrale e critica di scritti di un autore che non ci ha lasciato opere compiute. I Quaderni sono stati scritti in carcere e nessuno di essi costituisce un’opera portata a termine. Le lettere non erano destinate alla pubblicazione e ancora oggi siamo alle prese con il loro difficoltoso recupero. Gli scritti giornalistici sono sparsi su quotidiani e riviste degli anni Dieci e Venti e uscirono in gran parte senza la sua firma: si tratta innanzitutto di individuarli e di attribuirli a Gramsci. Non siamo certo partiti da zero. Ma la necessità di una nuova edizione integrale e critica è emersa dall’insoddisfacente stato delle precedenti edizioni. I testi hanno bisogno di note storiche e bibliografiche (non di commento) indispensabili alla loro contestualizzazione. Lo si può vedere andando a leggere nel volume dell’Edizione nazionale che raccoglie gli scritti del 1917, il celeberrimo articolo Indifferenti e tutti quelli apparsi nella Città futura, accompagni da note storiche e critiche che li rendono oggi più comprensibili».

Quali novità rispetto all’edizione del 1975? Nel frattempo sono caduti i diritti editoriali prima di vostra esclusiva.
«I Quaderni avevano avuto la loro edizione critica più di quaranta anni fa. Un’edizione che ha segnato una tappa importante negli studi su Gramsci. L’Edizione nazionale ha già offerto una significativa novità pubblicando i Quaderni di traduzioni, esclusi dall’edizione curata da Valentino Gerratana. Resta il problema della datazione e dell’ordinamento. Rispetto all’edizione del 1975 c’è una suddivisione in quaderni di traduzioni, miscellanei e speciali, questi ultimi così denominati da Gramsci in quanto contengono per lo più la riscrittura delle note abbozzate nei miscellanei. Dopo l’e state usciranno i primi Quaderni miscellanei. L’intera edizione critica dei Quaderni sarà ultimata nel 2020. La fine dei diritti ha visto un pullulare di antologie che però si basano su vecchie edizioni. Via via potranno uscire raccolte tematiche e antologie basate sull’Edizione nazionale. Qualcuna è già uscita nel corso dell’anno. Non pensiamo certo che i volumi dell’Edizione nazionale possano circolare fuori dalla cerchia degli studiosi. Sarà importante mettere a frutto il principale obiettivo dell’edizione che è quello di ripristinare i testi riscontrati sugli originali, utilizzando le relative annotazioni.

Oltre alla mostra a Montecitorio si prevede anche una serie di quattro lezioni aperte al pubblico. Ci può illustrare come le avete suddivise?
«Sì, puntiamo a un pubblico di non specialisti. La prima lezione, il 10 maggio, la terrà il nostro presidente, Silvio Pons, su Gramsci e la Rivoluzione russa. La seconda del 17 maggio sarà tenuta da Claudia Mancina che ci parlerà di Gramsci e la cultura del Novecento. Il 24 maggio Gianni Francioni spiegherà Come sono stati scritti i Quaderni del carcere. Infine, il 7 giugno, toccherà a me dire qualcosa su Gramsci e i suoi editori.

Ci può anticipare qualcosa?
«Gramsci si rifiutò più volte di pubblicare raccolte dei suoi scritti giornalistici. Il primo a proporgliela fu Giuseppe Prezzolini nel 1921 che si era accordato con Piero Gobetti nella speranza di convincerlo a dare il suo benestare. Pochi anni dopo ci provò Franco Ciarlantini, proprietario della casa editrice Alpes che pubblicherà poi i discorsi di Mussolini. Due editori non comunisti, quindi. Gramsci non accettò innanzitutto perché sosteneva che i suoi fossero “articoli scritti alla giornata che dovevano morire dopo la giornata”. E così il primo editore di Gramsci fu Togliatti, che iniziò a ripubblicare alcuni scritti già nei mesi successivi al suo arresto».

Un’affermazione che contrasta col filone cospirativista in voga fino a qualche tempo fa: Togliatti contro Gramsci.
«Non è facilmente contestabile il contributo di Togliatti editore. Fu Togliatti a volere la pubblicazione nel famoso saggio sulla questione meridionale, nel 1930, quando Gramsci era già inviso a Stalin. E non vi è dubbio che la scoperta di Gramsci nel dopoguerra fu dovuta alla sapiente regia di Togliatti che volle prima pubblicare le Lettere, poi nel giro di pochi anni un’edizione dei Quaderni in sei volumi. Si tratta di scritti che potevano rimanere negli archivi familiari e di partito per chissà quanti anni. Certo li pubblicò secondo criteri oggi non più adottabili, censurando Bordiga, Trockij e i suoi seguaci, con tagli minimi, ma significativi».

Dal 18 al 20 maggio all’Istituto della Enciclopedia Italiana terrete un convegno internazionale molto partecipato.
«Vorremmo documentare ampiamente in che modo Gramsci viene oggi studiato in Italia e all’estero. Non c’è più da smentire l’idea, radicatasi negli anni passati, che Gramsci sia un autore studiato più all’estero che nel suo paese. Daremo conto delle ricerche degli ultimi anni e degli usi di alcune categorie storico-politiche, a partire dai concetti di egemonia, rivoluzione passiva e cosmopolitismo. Verranno studiosi da vari paesi europei, dall’America Latina, dagli Stati Uniti, dall’Asia. Abbiamo invitato anche il traduttore di Gramsci in Cina. Ha già pubblicato le lettere e stata ora traducendo integralmente i Quaderni».

A proposito di egemonia c’è da dire che il concetto viene da Lenin che Gramsci incontrò nel 1922. Cosa sappiamo di un colloquio che ha messo di fronte questi due grandi personaggi?
«Il concetto di egemonia prende spunto dagli scritti di Lenin, ma in Gramsci si trova sviluppato in maniera molto più ricca. Gramsci lo incontrò almeno due volte. La prima nell’ottobre del 1922, pochi giorni prima della Marcia su Roma. Dell’incontro abbiamo l’ordine del giorno registrato sull’agenda ufficiale di Lenin. Parlarono di Mussolini, della necessità di fondere il partito socialista con quello comunista, dei problemi del Mezzogiorno d’Italia. Gli ultimi due temi sono legati alla nascita de l’Unità e alla scelta del nome del giornale. Il secondo incontro ci fu pochi giorni dopo, con la delegazione dei comunisti italiani giunta a Mosca per partecipare a un congresso dell’Internazionale».

Cosa crede che verrà fuori da tutti questi appuntamenti per l’80ennale della morte?
«Approfondimenti, nuovi stimoli per gli studi e le ricerche. Voglia di rileggere e di reinterpretare».

A questo proposito, voi non siete mai intervenuti nel caso di interpretazioni distorte del pensiero di Gramsci?
«Non abbiamo e non vogliamo il monopolio dell’interpretazione del pensiero di Gramsci. Il nostro primo dovere è recuperare e rendere consultabili le sue carte, editare i suoi scritti, favorire le ricerche, supportare gli studiosi che si cimentano in tutto il mondo con traduzioni e saggi di carattere scientifico. Gestiamo una bibliografia internazionale che contiene oltre ventimila titoli in 41 lingue. Per quanto riguarda gli usi distorti del suo pensiero, Gramsci è un autore così letto e citato che, come capita a Machiavelli, Hobbes o Nietzsche, è inevitabile che si estrapoli qualche sua frase o che si enfatizzino aspetti del suo pensiero a discapito di altri. È un destino che tocca a tutti i classici. È qualcosa di inevitabile. Gramsci non è patrimonio esclusivo di élite ristrette di studiosi. È patrimonio di blogger, di giornalisti che attingono quotidianamente dai suoi scritti, di semplici lettori che spesso si avventurano in interpretazioni ardite. Talvolta ci sorprende la disinvoltura di interpreti che dovrebbero avere le competenze per evitare i grandi strafalcioni. Inoltre, continuano a pesare vecchie polemiche e vulgate dei decenni passati. Ma se dovessimo intervenire su tutte le interpretazioni stravaganti e infondate dovremmo impiegare gran parte delle nostre energie a repliche che non ci competono. Noi non siamo i custodi del pensiero di Gramsci, ma dei suoi manoscritti. Per quanto attiene alla custodia questo ci basta».

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