Orlando: “La minoranza fa opposizione politica, non più di merito”

Dal giornale
Il ministro della Giustizia Andrea Orlando durante la conferenza stampa sui dati di separazioni e divorzi, Roma, 26 Maggio 2015. ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Intervista al ministro Orlando: “Dare tutte le colpe a Renzi è autoassolutorio. Scissione? Fuori dal Pd non c’è nessun futuro”

L’atteggiamento della minoranza interna? «Siamo passati da un dissidio di merito a un’impostazione talvolta da vera e propria opposizione politica». La scissione? «Registro toni inquietanti, ma non c’è nessun futuro fuori dal Pd, come insegna la storia delle scissioni dal Dopoguerra a oggi». Lo scambio di vedute tra Staino e Gianni Cuperlo ? «Il padre di Bobo si è messo nei panni non di un avversario interno bensì di chi condivide gli stessi valori e cultura ma non comprende la progressiva torsione delle posizioni in questi mesi». Andrea Orlando, ministro della Giustizia, insieme a Martina è stato citato da Staino come uno degli esponenti della minoranza impegnati sul fronte dell’unità, uno di quelli «che tentano disperatamente di elaborare dei progetti buoni nel loro settore». Adesso analizza con l’Unità lo status quo su riforme, presente e futuro del partito, stato di salute del governo.

Ministro Orlando, secondo lei, perché il confronto Staino-Cuperlo ha avuto una risonanza così forte tra dirigenti, militanti ed elettori del Pd?

«Credo che al di là di qualche affettuosa asprezza tra due persone che si conoscono e stimano da anni, la lettera di Staino si sia posta in prospettiva inconsueta rispetto al dibattito corrente. Mettendosi nei panni non di un avversario interno bensì di chi condivide gli stessi valori e cultura ma non comprende la progressiva torsione delle posizioni in questi mesi. E guarda con preoccupazione a come vengono usate importanti energie intellettuali e morali. Alla radice la lettera di Staino riconosce a Cuperlo l’originalità della sua analisi e proprio per questo ne denuncia la contraddizione tra questa e l’azione politica».

Insomma, sta con il creatore di Bobo?

«Ho colto nelle sue parole esattamente il mio travaglio dall’ultimo congresso in poi. Lo spirito banalizzato come “renzizzazione” di Staino, in realtà è l’angoscia di chi vede una tradizione politica ripiegarsi su se stessa fino a non riuscire più a svolgere la sua funzione storica».

Addirittura? La situazione con la minoranza Pd è così compromessa?

«Mi auguro di no. Nella minoranza Pd ci sono persone che stimo e apprezzo e che mi hanno insegnato la faticosa ricerca dell’unità. Per questo registro però con grandissima preoccupazione toni spesso non congrui. Quando si chiama in causa il rischio di un’involuzione autoritaria della democrazia, c’è un salto di qualità in negativo. E dobbiamo chiederci da cosa nasce questa impostazione».

E che cosa si è risposto lei?

«Il tema non mi sembra più un dissenso di merito, che può essere superato o ricomposto dal principio di maggioranza. Talvolta c’è un’impostazione da vera e propria opposizione politica che nasce probabilmente dai limiti della discussione interna, ma forse anche dalla perdita di prospettiva e dalla difficoltà di fare i conti con i limiti di esperienze precedenti».

E’ un’analisi molto dura. Non può esserci, alla base, una diversa idea di società e di percorso?

«Non mi nascondo i limiti e le contraddizioni di questo Pd, che non sono solo frutto della contingenza ma anche di nodi mai sciolti prima. Lo scontro interno rimuove il ruolo del partito, non solo di Renzi, nella tenuta contro l’escalation di populismi diversi. Le scorse elezioni Europee sono state un argine forte, seppur provvisorio per un ciclo che sembrava inarrestabile apertosi negli ultimi mesi del governo Monti con la rottura con un pezzo di società. Quella perdita di consenso ha prodotto la non vittoria del 2013 e un avvitamento pericoloso della democrazia».

Con Renzi tutto è cambiato?

«No. C’è stata l’unità che ci ha portato alla vittoria delle Europee. Ora consolidare quel risultato dipende da tutti noi. Abbiamo l’occasione di chiudere la transizione istituzionale del Paese, che è un’ambizione costitutiva della sinistra democratica. La sinistra può vincere ed esercitare un’egemonia solo se alla base c’è un sistema istituzionale solido. Altrimenti, come oggi, la politica debole è bersaglio di populismi e testimone impotente di dinamiche economiche decise altrove».

Insomma, la minoranza Pd guarderebbe il dito e non la luna…

«Penso che in questa fase di spaesamento, anziché reagire in modo convenzionale dando la colpa a Renzi, si dovrebbero analizzare le radici profonde dell’indebolimento culturale della sinistra di ispirazione socialista in europa anche per non cadere in scorciatoie autoassolutorie. Spero che si torni a discutere serenamente di questo passaggio storico e di come cogliere la grande occasione che ci è offerta»

Ecco: questo processo avverrà dentro il Pd oppure la scissione, di cui si comincia a parlare, sarà un esito obbligato?

«La sinistra di governo è il Pd. Dobbiamo ricavare una lezione dalle scissioni avvenute dal Dopoguerra a oggi: non c’è la possibilità di rafforzare le istanze dei ceti deboli nella frammentazione politica della sinistra. Al di là delle critiche di chi se ne va e poi, quasi colto da ossessione, individua il solo nemico in chi resta, il Pd è l’unica forza rifprmista nazionale in campo».

Eppure Bindi, Cuperlo, D’attorre, ipotizzano una separazione. che molti ritengono imminente, quando ad autunno riaprirà il Parlamento.

«Sto alle dichiarazioni di molti dirigenti di area riformista e di sinistra dem e mi pare che la loro ambizione sia costruire un’alternativa a Renzi dentro il Pd. E’ lecito chiedersi se ci riusciranno con gli atteggiamenti sin qui assunti. Ma credo siano tutti consapevoli che fuori dal Pd non ci sia nessun futuro e che questa consapevolezza sia più forte in coloro che sono stati testimoni di precedenti scissioni laceranti e dannose».

Non crede all’allarme scissione?

«Alcuni toni sono davvero inquietanti. dobbiamo però sapere che Non esistono scissioni indolori: si può partire parte in modo consensuale, poi la competizione porta ai fratelli-coltelli. Il prezzo che pagheremmo tutti è altissimo».

Al Senato i voti per far passare la riforma costituzionale ci saranno?

«Me lo auguro. Tornare al Senato elettivo ci riporterebbe al bicameralismo, il cui superamento è un nostro obiettivo storico». Damiano ha detto che se la minoranza manderà sotto il suo governo votando insieme a Grillo e Salvini ci saranno conseguenze politiche.

Condivide?

«E’ un’evidenza. Aggiungo che questo rischio non si corre in un periodo ordinario ma in un momento cruciale per il riassetto europeo, dove ci sarebbe modo di superare finalmente rigore e austerità grazie anche al ruolo dell’Italia. Una possibilità che rischia di sfumare se viene meno il quadro politico».

Vale a dire: chi provocasse una crisi di governo si accollerà la responsabilità dei peggioramenti dell’economia.

«Non voglio demonizzare nessuna posizione. penso però che misure rivolte ai settori sociali più deboli debbano essere contenute nella legge di Stabilità.qui vedo uno spazio per incalzare il governo “da sinistra”. Renzi ha posto il tema della riforma fiscale, io vedo la possibilità di maggiore equità nella finanza pubblica in primo luogo per rispondere a un tema che la crisi ha reso drammatico: la povertà. Allora mi chiedo se un’opportunità simile a portata di mano meriti di essere compromessa».

Inutile chiederle se ritiene anche lei che il dibattito nel Pd sulla riforma costituzionale debba fermarsi sulla soglia dell’aula del Senato…

«E’ il dato sulla base del quale sopravvivono le grandi forze politiche. Senza questo principio, non esisterebbero i partiti moderni, che tra l’altro sono un importante lascito del movimento operaio». Nelle geografie interne del Pd lei come si vede? Opposizione interna, neo-renziano o terzista? «Un militante della sinistra riformista, un convinto aderente al socialismo europeo alla prova del governo».

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