Orlando: “In gioco una stagione di riforme che va anche al di là della Carta”

Referendum
Giustizia: Orlando, su pene alternative passi avanti

Il ministro di Grazia e Giustizia: “Se Pse e Obama sono a favore del Sì è perché pensano sia la cosa migliore anche per l’Europa. Se vince il No, il cambiamento sarà tabù”

L’accusa di voler rinviare il referendum per paura di perderlo «non sta in piedi», assicura Andrea Orlando. «A parte il fatto che a Palazzo Chigi non mi pare ci sia mai stata questa intenzione – spiega il ministro della Giustizia – faccio notare che lo stesso ministro Alfano ha avanzato la proposta a nome del suo partito, subordinandola poi all’accordo delle opposizioni». La risposta, insomma, era già contenuta nella domanda: se non c’è accordo, non c’è neanche la proposta. Ma la polemica è indicativa del clima.

Ministro, si torna a guardare con preoccupazione allo spread. C’è chi dice che la ragione sia l’incertezza sul risultato del referendum. Che pensa?

«Può piacere o meno, ma all’esito del referendum è legata la possibilità di proseguire unastagione di riforme.Una vittoria del No segnerebbe un colpo al governo Renzi e alla sua agenda, ipotesi avvertita con inquietudine a livello internazionale. Questo non autorizza ricatti morali: gli italiani devono pronunciarsi sulla base delle loro convinzioni. E tuttavia, se il Pse e Barack Obama auspicano la vittoria del Sì, non credo lo facciano perché hanno simpatia per Renzi. Lo fanno perché evidentemente lo ritengono lo scenario migliore anche per il rilancio dell’Europa» .

A questo proposito, ha destato scalpore la presa di posizione di Mario Monti a favore del No. Cosa pensa delle sue motivazioni?

«Ho letto. Che posso dire? A me pareva già sufficientemente strana la posizione di coloro che votano No alla riforma della Costituzione perché contrari alla legge elettorale. Sono stati superati da Monti, che vota No perché contrario alla legge di stabilità».

Un altro argomento che va molto forte nel fronte del No è quello secondo cui si tratterebbe di una riforma dettata dalla finanza internazionale, e in particolare dalla Jp Morgan.

«Se ne dovrebbe concludere che non solo questo tentativo di riforma, ma anche ognuna delle numerose commissioni parlamentari che si sono confrontate su questi temi negli ultimi trent’anni, essendo giunte più o meno alle stesse conclusioni, sono state ispirate tutte dalla Jp Morgan. Mi pare uno dei tanti esempi della cultura complottista diffusa in una parte del paese».

Un’altra obiezione diffusa, più di merito, è che il Senato che vien fuori dalla riforma sarebbe un pasticcio, e che sarebbe meglio abolirlo del tutto.

«Non capisco perché dovremmo passare da un’anomalia all’altra. Siamo il solo paese, con la Romania, ad avere il bicameralismo paritario. Così saremmo l’unico ad avere una sola camera. Tutti hanno due camere differenziate. Del resto anche la Costituente del ’47 non stabiliva le modalità di elezione del Senato, diceva solo che andava eletto su base regionale. Ma nessuna Costituzione contiene al suo interno la definizione di tutte le procedure applicative delle proprie norme. Discutiamo piuttosto di come costruire un Senato eletto secondo le indicazioni del testo costituzionale sulla base di procedure condivise».

Stefano Parisi ha detto che dopo la vittoria del No si può fare un’assemblea costituente.

«Capisco che si cerchi di nascondere il fatto che se vince il No le riforme istituzionali diventeranno tabù per un lungo periodo, ma questo è un dato che non può essere cancellato da nessun escamotage propagandistico. Se non dovessero passare nemmeno interventi così meditati e sostanzialmente condivisi da tutti, e basta guardare i programmi delle diverse forze politiche per averne conferma, figuriamoci se qualcuno si azzarderebbe a proporne di nuove. Semmai ci sarebbe una rincorsa a cavalcare quel risultato come santificazione dello status quo».

Sta dicendo che è una sfida tra vecchio e nuovo?

«Gli schemi bianco/nero non mi convincono mai. Primo perché finiscono per lacerare ulteriormente un paese che ha bisogno di ritrovare un elemento di unità, e secondo perché lasciano sempre qualcosa fuori. Se ad esempio nel vecchio ci può anche stare un certo sindacalismo, avrei difficoltà a mettere la Confindustria nel nuovo tout court. Molto laicamente, la vittoria del Sì tiene aperta una prospettiva di riforme, compresa una possibilità di ulteriore innovazione su alcuni temi che questa riforma non tocca, come l’attuazione dell’articolo 49 (la democrazia interna ai partiti,ndr), e più in generale su come rivitalizzare la democrazia, che attraversa una fase di crisi. Se vince il No, tutto questo diventa più difficile. Qui per me sta il punto di fondo, che mi pare ben più importante anche del fatto, comunque inconfutabile, che una vittoria del No se la intesterebbero Grillo e Salvini».

Ciò non toglie che nel fronte del No c’è un bel pezzo di movimenti, sindacati e associazioni di area progressista, dalla Cgil all’Anpi. Per il Pd questo è o non è un problema?

«Sì, anche se non è una novità assoluta. Sin dai tempi dei Ds,tra movimenti e associazioni da un lato e partito dall’altro, c’erano state tensioni, proprio su questi temi. Ad esempio ai tempi della Bicamerale e poi con i girotondi».

A cosa attribuisce questa lacerazione?

«Probabilmente da un lato si paga un certo arroccamento di una parte dei corpi intermedi, che c’è stato e non solo su questi temi, dall’altro limiti nella nostra capacità di includere. Perché ci sono moltissimi iscritti alla Cgil o all’Anpi che votano Sì,ma non avere ricercato fino in fondo il dialogo li ha resi più deboli».

Anche un pezzo della minoranza Pd sembra ormai schierata per il No.

«Io ho sempre trovato comprensibile la loro preoccupazione, che condivido, sulla legge elettorale. Quello che trovo incomprensibile è che proprio ora, quando nella commissione che abbiamo appositamente costituito si profila la possibilità concreta di raggiungere l’obiettivo, molti di loro, con l’eccezione di Gianni Cuperlo, non vogliano nemmeno andare a vedere».

L’accusa è che sia solo una messa in scena per tenerli buoni fino al referendum.

«Riforma costituzionale e legge elettorale sono certo cose distinte, e tuttavia io penso anche che il tema di una inadeguatezza dell’Italicum nello scenario tripolare esista. Proprio per questo mi lascia perplesso la ritrosia dinanzi all’occasione di cambiarlo. Credo che tutte le forze che condividono questa impostazione dovrebbero provare a convergere e a dare un contributo, tanto più che la possibilità di un’intesa mi risulta essere molto vicina. E mi pare ovvio che se un simile accordo fosse raggiunto, dal giorno dopo saremmo tutti vincolati dall’impegno a trasformare quell’indicazione politica in norma di legge».

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