Orlando: “Come cambierò il Pd”

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Il ministro della Giustizia e candidato alle segreteria: “Se non cambiamo a fondo il partito perderemo le elezioni”

C’è una cosa di cui il ministro Orlando pare sinceramente preoccupato: che la forza del Pd possa sgretolarsi da qui al giorno in cui ci saranno le elezioni politiche. Una specie di indebolimento progressivo figlio sì della scissione ( «Mdp ha fatto un errore gravissimo») ma anche della sottovalutazione dei mali che da tempo affliggono questo partito. Il problema, è il ragionamento del ministro in questa intervista, è che se il Pd perderà le prossime elezioni per l’Italia e più precisamente per chi in Italia ha già pagato a caro prezzo i costi della crisi, non sarà affatto l’inizio di un futuro migliore.

Ministro, a meno di due settimane dal 30 aprile, dalla domenica delle primarie democratiche, che clima sta trovando nei suoi incontri con gli iscritti e gli elettori del Pd?

Un misto di preoccupazione e speranza.

Sembrerebbero due stati d’animo che difficilmente possano coabitare?

E invece in giro sento fra le persone una forte preoccupazione sul destino del Pd, su quale futuro avrà il nostro partito e quindi il Paese. Un timore che si allarga guardando al possibile esito delle prossime elezioni politiche perché è evidente che se non si cambia si perde. Tuttavia percepisco anche un credito verso la mia candidatura, trovo sempre più elettori democratici, persone di sinistra, che avevano deciso di rimanere a guardare per un giudizio molto critico sullo stato del Pd e che adesso, invece, hanno deciso di provarci, di scommettere che possiamo, insieme, cambiare il partito.

Voi siete rimasti uno dei pochi, se non l’unico partito che fa decidere i propri iscritti e elettori. Eppure non mancano nei vostri confronti le critiche anche di fronte ad altri partiti che decidono con un click, sempre che al Capo stia bene l’esito, o in cui le scelte sono fatte a Arcore. C’è chi parla di nomenclatura a proposito degli oltre 260mila tesserati che hanno votato nei vostri circoli. Non vi vede dietro un pre-giudizio svilente nei confronti del Pd?

Parlare di nomenclatura a proposito dei nostri iscritti è sicuramente sbagliato. Tuttavia non possiamo neppure nascondere i problemi che ci sono. La differenza che c’è fra chi ha partecipato al dibattito nei circoli e il numero, assai più alto, di chi poi ha votato appena è terminato il dibattito fra le mozioni, non va sottovalutata altrimenti corriamo anche noi il rischio di diventare un giorno il partito dei click o del capo. Dobbiamo cioè porci per davvero il problema di come far pesare non una volta ogni tanto, ma sempre quel nostro mondo fatto di passioni, competenze, intelligenze e capacità.

Quindi?

Quindi è bene vedere i mali che stanno anche dentro di noi, diagnosticarli e curarli per tempo.

Anche per questo lei dice che se diventerà segretario non farà il candidato premier? Cioè si occuperà solo del partito? Eppure nei vostri alleati europei, ultima la Spd, c’è coincidenza fra leader di partito e premiership.

Non ovunque e non sempre è accaduto così, neppure nella Spd. Se divento segretario farò il segretario per due motivi. Prima di tutto perché il partito va ricostruito e rinnovato. Se guardo alle liste che al sud appoggiano Renzi vedo ad esempio che la rottamazione non c’è più. Però io penso che c’è da promuovere una nuova classe dirigente senza guardare troppo alla fedeltà perché altrimenti faremo appassire le nostre migliori energie. L’altro motivo è che rispetto a quando è nato il Pd il quadro politico è oggettivamente cambiato.

Dal bipolarismo tendente al bipartitismo che come fondamento aveva il maggioritario, o di qua o di la, siamo passati a un sostanziale tripolarismo e a una oggettiva spinta per un ritorno a un sistema parlamentare fondato sul proporzionale. Ma è inevitabile questo ritorno al passato? Si ha l’impressione che lo stallo sulla nuova legge elettorale sia figlio proprio della volontà di molti partiti di avere domani un sistema in cui nessuno abbia la forza di governare.

Che ci sia questa voglia è indubbio, ma è anche indubbio che il Pd fin qui non ha fatto molto per smontarla. Non è una proposta dire “o Mattarellum o Italicum o scegliete voi che poi valuto”. L’errore è pensare a modelli invece che fissare criteri chiari. Per me i paletti sono due: rappresentanza e governabilità. Se invece c’è chi pensa che il problema sia tenersi i capilista bloccati, faccio notare che per eleggere qualcuno, anche bloccato, servono i voti. E non penso che se andremo avanti così ne prenderemo tanti. Anzi.

Perché?

Perché senza una legge elettorale che garantisca rappresentanza e governabilità sarà chiaro che spingeremmo la prossima legislatura o verso un nuovo governo di larghe intese, e quindi ci bombarderanno con l’accusa di voler fare il governo con Berlusconi, o verso l’impossibilità di fare alcun governo e quindi verso la prospettiva di nuove elezioni. Un circolo vizioso da cui il Pd deve essere sottratto.

Siamo al cane che si morde la coda: l’antipolitica populista che attacca la politica e la politica che non decide, si impantana e così alimenta la critica populista?

Rischiamo il cortocircuito democratico e non ne usciremo affidando la scelta sulla legge elettorale di volta in volta a Grillo, Salvini e Berlusconi o a tutti e tre assieme.

Nel suo editoriale su l’Unità Veltroni lancia un avviso alla sinistra: svegliati, inizia una battaglia politica e culturale veramente riformista perché quelli colpiti dalla crisi non stanno più guardando a te ma ai populismi e ai loro slogan con possibili pericolose conseguenze.

Questa è la ragione per cui mi sono candidato perché ho visto chiaro che se il Pd non cambiava rotta era destinato alla sconfitta. E non possiamo permettercelo proprio perché abbiamo forze che ritengono normale avere come riferimento Putin cioè un modello che poco a che fare con la democrazia occidentale. Ma questa era una battaglia da fare da tempo, da quando la sinistra s’è dimostrata subalterna a una certa idea di globalizzazione che vedeva, come la terza via di Blair, il ruolo della politica limitato ad accompagnare, assecondandolo, lo sviluppo dell’economia.

Però se davvero siamo in una situazione così rischiosa allora la scelta di chi s’è divisod al Pd è ancora più grave: si può sbagliare per tattica, ma questa sembra un errore strategico, di lettura della realtà. Non per voler esagerare ma sembra quasi che ogni volta che la sinistra si trova di fronte a esami fondamentali la prima reazione è la divisione e quindi l’indebolimento del proprio fronte.

Si, chi ha scelto di andarsene ha commesso un tragico errore, ma ha sbagliato anche chi ha salutato la divisione con un certo sollievo. L’altro errore che potremmo commettere, e in cui a volte siamo caduti, è pensare di fare concorrenza ai populisti sul loro stesso terreno: fra originale e copia l’elettore sceglie sempre l’originale.

Mdp nasce contro la volontà, più o meno presunta, del Pd e di Renzi di andare presto al voto. Tuttavia per una strana eterogenesi dei fini potrebbero essere proprio i no di Mdp al governo a far cadere Gentiloni?

Ribadisco quello che ho sempre detto: le scissioni si sa come iniziano ma non si sa come vanno a finire. Certo che la conflittualità, che questo clima da “fratelli coltelli” per citare Gramsci, non aiutano. Così come non aiuta la tenuta del governo neppure chi nel Pd, e ce ne sono, alimenta la fibrillazione soprattutto verso certe scelte economiche. In questo giorni leggendo alcune dichiarazioni m’è venuta alla mente quella frase pronunciata da un dirigente dei Ds a proposito di un governo di centrosinistra con la quale prometteva che i Ds non sarebbero stati gli “uscieri di Palazzo Chigi”, non andò bene. Meglio recuperare un po’ di calma e pensare che non possiamo permetterci di andare al voto in ordine sparso spingendo allo sbandamento il nostro popolo.

Domenica di Pasqua, i radicali assieme a tanti altri sono in piazza per l’amnistia. Che ne pensa?

Che l’amnistia non è più un obiettivo perseguibile dato che oggi servono i 273 dei voti in Parlamento e non ci sono le condizioni politiche per una maggioranza di tale ampiezza. Inoltre, ammesso che quella sua la via giusta, è molto più utile che sia approvata dalla Camera la riforma dell’ordinamento penitenziario che concretamente risolverà molti problemi di sovraffollamento e esecuzione della pena.

Che idea s’è fatto sull’inchiesta Consip? A me hanno colpito molto le parole di una persona seria come Luciano Violante che ha detto che un ufficiale giudiziario non può agire da solo nella manipolazione delle prove.

Le ripeto solo ciò che ho già detto, e cioè che si tratta di una vicenda inquietante su cui c’è da fare piena luce. Ma per il mio ruolo non esprimo alcuna valutazione.

Nella scuola ci sono migliaia di giovani che abbandonano gli studi e a un calo delle iscrizioni alle università. Si tratta troppo spesso di figli di famiglie con meno possibilità economiche e culturali. Non è questa una delle principali sconfitte della sinistra?

Per anni ci hanno ripetuto il mantra del merito-merito-merito, ma il merito senza parità opportunità di partenza diventa un imbroglio. La scuola è stata a lungo un ascensore sociale che oggi sì è bloccato, anche perché in tanti che studiano, ottengono un titolo, poi sono frustrati da un mondo del lavoro che o li respinge o li costringe al precariato. C’è un enorme problema di uguaglianza sociale, che la crisi concentrando nelle mani di pochi la ricchezza, ha accentuato. È ovvio che se il 64% della ricchezza italiana è controllata dal 20% della popolazione avremo una società ingiustizia i cui riflessi si riversano anche nelle nostre scuole producendo un danno, perché più intelligenze ci sono, più un Paese è ricco.

Dopo l’89 e la fine della contrapposizione fra i due blocchi, lei avrebbe mai pensato di trovarsi di fronte a un mondo in cui potrebbe scoppiare una guerra atomica?

No, ma purtroppo i crescenti nazionalismo ci stanno facendo correre anche questo rischio. Quando dico America first è ovvio che tutti gli altri devono stare sotto, al secondo, terzo, quarto posto e così via. Viene cioè amplificata la crisi degli organismi multilaterali. Ed è qui che si sente la mancanza dell’Europa, c’è bisogno di un nostro nuovo protagonismo europeo per impedire che le varie spinte nazionaliste inneschino un effetto domino il cui esito è incerto.

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