Orfini: “Destra e grillini pericolosi, tutto il Pd deve impegnarsi”

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Il presidente del Partito Democratico e designato commissario del PD per il Comune di Roma, Matteo Orfini, al suo arrivo al Palazzo Senatorio in Campidoglio per l'incontro con il sindaco di Roma, Ignazio Marino, Roma, 4 dicembre 2014. ANSA/CLAUDIO PERI

Il presidente dem: “Mi sarei aspettato una moratoria della discussione interna. Direzione sede opportuna in cui confrontarci e prendere decisioni”

«Le amministrative sono un banco di prova importante», dice Matteo Orfini. «E il nostro partito, che non vive nei retroscena giornalistici, è impegnato al fianco di una squadra di candidati all’altezza della sfida». Il presidente del Pd parla alla vigilia di una Direzione in cui non mancherà una discussione anche accesa su diversi temi. «Va bene così, preferisco un partito che discute e assume delle decisioni nelle sedi opportune a uno, come purtroppo è stato in passato, che fa delle scelte all’interno di caminetti a cui partecipa un ristretto numero di leader».

Ricorsi sulle primarie, referendum sulle trivelle, Verdini… Dice che questa Direzione basterà a sciogliere tutti i nodi?
«Certo, se vogliamo dedicarci tutti a una campagna elettorale in cui possono nascondersi parecchie insidie. Gli altri cercano di scaricare sulle amministrative vicende che nulla hanno a che fare con l’elezione dei sindaci: la destra, che sta assumendo i connotati di una forza lepenista, populista e che occhieggia ai peggiori sentimenti che covano nella pancia del paese, le usa per fare un congresso sulla futura leadership, il Movimento 5 Stelle le vuole utilizzare per dare una spallata al governo, Sinistra italiana unilateralmente rompe in molti territori alleanze storiche di centrosinistra per provare a far perdere il Pd e su questo costruire una presunta alternativa di sinistra, che secondo loro dovrebbe nascere da una vittoria della destra…».

E il Pd in tutto questo?
«Il Pd deve fare il Pd. Analizzati gli ultimi ricorsi sulle primarie, deve sfruttare tutto questo e far emergere che siamo gli unici che lavorano per dare buone amministrazioni alle città, costruendo una sfida che parte da un progetto di cambiamento, da idee e programmi che hanno a cuore questo e non giocano partite improprie sulla pelle dei cittadini. A Roma come in altre realtà dobbiamo presentare un progetto di governo credibile, che vada nella direzione in cui governiamo il paese, cioè nel segno di un cambiamento radicale che attacca le rendite consolidate, che redistribuisce le risorse a chi ha avuto meno e che crei maggiori opportunità. Per questo mi sarei aspettato una moratoria della discussione interna in campagna elettorale, come sempre è avvenuto e come è normale che sia. Non che si aprisse una discussione sul fatto che dovremmo anticipare il congresso, tema che girando per le strade di Roma e non solo non ho mai sentito porre da nessun cittadino».

Però la minoranza non avanza solo la richiesta di un congresso anticipato. Viene contestata anche la proposta di astensione al referendum sulle trivelle, il ruolo giocato da Verdini: sono o no temi da discutere?
«Certo, ma rimettendo le cose in ordine, e allora ricordando intanto che il referendum mira ad abrogare norme approvate dal Pd, quando tra l’altro era capogruppo alla Camera Speranza. Quanto a Verdini, dico solo che sono esterrefatto da questa discussione».

Non è lecito chiedere cosa c’entri un esponente storicamente di centrodestra con il Pd?
«Sì, e la risposta è molto semplice, non c’entra nulla. Verdini non è né in maggioranza né nel governo. Siamo il partito considerato più a sinistra d’Europa, molti addirittura ci ritengono pericolosi per le battaglie che facciamo contro l’austerity, la gestione seria dell’immigrazione, per come abbiamo reagito di fronte a terrorismo spingendo non solo sulla sicurezza ma anche sulla cultura e l’integrazione. E siamo un partito che con l’Italicum ha chiuso la stagione delle coalizioni che alimentavano il trasformismo. Pur con una maggioranza articolata ed eterogenea facciamo cose di sinistra. E per ricordare solo l’ultima, la settimana scorsa abbiamo festeggiato la legge che sana l’orrore delle dimissioni in bianco. E invece di parlare di questo si discute di cosa pensa e fa Verdini? Una cosa simile si inscrive nella tradizione della peggiore subalternità che ha portato la sinistra a sconfitta. Ci sono stati venti anni di subalternità a Berlusconi, non vorrei passarne altri di subalternità a Verdini».

Dopo l’ultima tornata, ritiene ancora valido lo strumento delle primarie?
«Assolutamente. Al di là di qualche polemica che si è innescata, sono uno strumento che rende più forte il nostro candidato. Quelli scelti dagli altri partiti, con modalità meno chiare, meno democratiche, vengono più facilmente messi in discussione. Si pensi a Bertolaso, a quelli dei 5 Stelle di Milano e non solo, a Fassina, al centro di manovre per sostituirlo. Le primarie producono una scelta più forte e sicura. Poi, certo, bisogna ragionare su come evitare errori, problemi di gestione».

Potrebbero essere ristrette ai soli iscritti?
«Non esiste. C’è un gruppo di lavoro che sta ragionando su un argomento aperto da mesi, e cioè come restituire agli iscritti il diritto di eleggere i segretari regionali e provinciali. Ma le primarie per il segretario nazionale, per i sindaci, per i presidenti di Regione, saranno sempre aperte a tutti».

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