Orfini: “Cuperlo, toni sbagliati a due mesi dal voto”

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Matteo Orfini, durante la conferenza stampa nella sede del Partito Democratico sui risultati delle elezioni regionali. Roma 01 giugno 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

Il presidente Pd: “Il partito è di sinistra. Sul referendum costituzionale c’è libertà di votare no se si dissente”

Matteo Orfini, presidente del Pd, nella direzione di lunedì a colpire più che gli argomenti sono stati i toni…

“È naturale che un grande partito come il Pd discuta al suo interno con franchezza. Non c’è da scandalizzarsi se questioni politiche vengono poste in modo anche rude. Quello che mi dispiace è che la discussione sia avvenuta a due mesi dal voto in città importanti con i candidati già in campo. Piuttosto che dibattere a lungo su questioni interne sarebbe meglio rivolgersi al Paese”.

Questi toni però tra maggioranza e minoranza sono ormai consueti. In qualsiasi occasione. Normale così?

“Ho sentito parole molto critiche nei confronti del gruppo che dirige il partito e il Paese. Se qualcuno fatica a sentirsi a casa sua è certamente un tema che il gruppo dirigente deve raccogliere. Ma è difficile raccontare questo governo come qualcosa che non abbia a che fare con la tradizione della sinistra italiana. Lo dico guardando al passato, cioè alla storia del riformismo, e al presente, dove le scelte di fondo come la lotta all’austerity collocano il Pd alla guida della sinistra europea”.

Eppure Cuperlo sostiene che per lui restare nel partito sta diventando un peso. Esagera?

“Se una persona come Cuperlo che di solito misura le parole usa quelle espressioni, credo sia giusto cercare di fare in modo che stare in questa comunità non gli pesi”.

E come?

“Bisogna capire il punto, discutere di più. Ma bisogna anche capirci su cosa intendiamo. Da quando sono presidente del partito ho voluto che le discussioni più delicate avvenissero negli organismi: direzione e assemblea”.

Discussioni che, sostiene la minoranza, sono inutili…

“Non le trovo così inutili. Lì abbiamo riscritto Italicum, Jobs Act, riforme. Sono stati cambiati ascoltandoci. Ciò detto, io conosco solo due modelli, e l’alternativa alle direzioni sono i caminetti di corrente. Continuo a preferire il primo. Quanto ai toni, ribadisco che almeno in questi 60 giorni dovremmo tutti moderarli e ricordarci che gli avversari sono fuori dal Pd”.

Insomma, non si riparla di scissione?

“Ma no, la sinistra italiana ne ha già fatte tante e non hanno portato bene”.

Si affilano le lame per la battaglia sul referendum costituzionale. La minoranza chiede che sia legittimo votare no. È possibile?

“Sulle riforme il Pd ha discusso e fatto una scelta chiara. Ma come non c’è disciplina di partito in Parlamento sulle modifiche alla Costituzione, figuriamoci se non può essere consentito votare diversamente dall’orientamento comune al referendum. Nonostante per noi sia un appuntamento strategico”.

Ma la nuova architettura costituzionale non è la madre di tutte le riforme e la ragione costitutiva del governo su cui Renzi ha scommesso la sopravvivenza?

“Non è un referendum su Renzi ma sulla Carta. Il premier ha preso quella posizione a causa dell’impegno assunto con il presidente Napolitano affinché questa fosse una legislatura costituente. Soltanto su queste basi è nato un governo insieme a forze di centrodestra. Se le riforme falliscono, mi sembra giusto che si torni al voto”.

Quindi libertà di voto in autunno?

“Il Pd ha una posizione politica chiara, poi se qualcuno non la condivide potrà esprimersi liberamente”.

Vi preoccupano i numeri della mozione di sfiducia che le opposizioni intendono discutere al Senato?

“No, è tutto abbastanza chiaro. C’è stato un errore, una telefonata inopportuna di una ministra che si è subito dimessa, su un emendamento molto condivisibile nel merito. E intorno c’è il legittimo quanto strumentale tentativo delle opposizioni. Fanno il loro lavoro ma chiedere le dimissioni di un governo che sblocca opere è assurdo, casomai dovrebbero fare il contrario”.

Il governo non ha peccato nemmeno di leggerezza?

“Non vedo dove. Noi rispondiamo di una scelta politica. L’attacco al ministro Boschi la dice lunga sulla strumentalità della vicenda. È il suo compito dare un parere su tutti gli emendamenti e non esiste nulla che lasci pensare ad altro”.

Avete paura che il referendum sulle trivelle da questione tecnica si trasformi in attacco politico al governo?

“No, gli italiani hanno chiaro che l’esecutivo non si piega agli interessi petroliferi e che questo referendum ha poco senso”.

Condivide la decisione di querelare M5S ogni volta che esagera?

“Certo, quando si passa il segno è giusto reagire. Non siamo più nella normale dialettica. Accusare il Pd di essere una comunità di delinquenti è intollerabile”.

 

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