Orfini: “Chi rompe l’unità in Parlamento vuole la fine del Pd”

Dal giornale
Matteo Orfini, durante la conferenza stampa nella sede del Partito Democratico sui risultati delle elezioni regionali. Roma 01 giugno 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

Orfini duro con la minoranza: «Vedo il tentativo di scaricare sulle istituzioni una discussione politica interna. E questo non c’entra nulla con la cultura della sinistra italiana»

Questa volta è più grave, perché complice il voto dei 19 senatori Pd il governo giovedì sulla Rai è andato sotto, ma non è la prima e l’aria che tira è che non sarà l’ultima. «È un grave errore», scuote la testa Matteo Orfini.

«In questa legislatura abbiamo vissuto diversi momenti in cui il Pd non è riuscito a essere unito in Aula», ripercorre con la memoria il presidente Dem snocciolando date e temi. «È giusto discutere. In nessun partito lo si fa come nel nostro. Ma un partito è tale se nelle sedi istituzionali sa essere unito».

 

Ma non è normale se su alcune questioni qualcuno vota in dissenso rispetto al proprio gruppo? «È normale se si tratta di un’eccezione, se avviene per casi straordinari. Posso capire sulle riforme istituzionali o sui temi eticamente sensibili. Invece ultimamente assistiamo a qualcosa di diverso, a un voto in dissenso su quasi ogni provvedimento. È un evidente tentativo di scaricare sulle istituzioni una discussione politica interna al Pd. E questo con la cultura politica della sinistra italiana non c’entra nulla».

 

Neanche Verdini c’entra con la sinistra italiana, le potrebbero rispondere. «Guardi, se vogliamo parlare di questo c’è solo una cosa da dire, e cioè che proprio chi si è inventato per ragioni strumentali il rischio di un ingresso di Verdini nel Pd, l’altro giorno sulla Rai ha votato in Aula insieme a Verdini e contro il Pd. A dimostrazione di quanta strumentalità vi fosse in quella battaglia».

 

C’è chi sostiene che il passaggio sulla Rai sia un avvertimento in vista del voto sulle riforme istituzionali: non sarebbe il caso di riaprire la discussione sul nuovo Senato? «Primo, tra compagni di partito non ci si lancia avvertimenti nelle sedi istituzionali, si discute. Secondo, di riforma costituzionale abbiamo discusso a lungo e ancora discuteremo cercando fino in fondo un’intesa. Detto questo, se in assenza di un accordo che soddisfi certe richieste c’è chi vota contro tutti gli altri provvedimenti allora siamo ai capricci, non alla politica».

 

Non crede che abbiano ragione Bersani e Speranza a dire che la responsabilità maggiore nel garantire l’unità del partito ce l’ha chi è al vertice? «Hanno perfettamente ragione. Voglio però anche ricordare che oggi noi discutiamo molto, più di quanto non si sia fatto in precedenza. Nella passata legislatura, con Pierluigi segretario, abbiamo introdotto il pareggio di bilancio in Costituzione, una scelta non solo secondo me sbagliata ma che non fu discussa negli organismi di partito nel modo ampio con cui abbiamo discusso di riforme. E Roberto, che ha diretto il nostro gruppo alla Camera, ricorderà che nel primo anno e mezzo di legislatura, quando esprimevamo un governo sostenuto anche non da Verdini ma da Berlusconi, abbiamo votato provvedimenti difficili da votare, avendo difficilmente modo di discuterli. A partire dalla fiducia a ministri che forse non se la meritavano. E all’uno e all’atro ricordo che oggi si discute negli organismi dirigenti, mentre in passato lo si faceva in caminetti di correnti».

 

Nel Pd c’è chi, come Giachetti, inizia a dire che se dovessero ripetersi situazioni come quella di giovedì sarebbe meglio andare al voto: anche secondo lei sarebbe l’unica soluzione? «Spero di no, noi ci siamo impegnati a portare a termine la legislatura. Però la domanda la giro a chi vota in dissenso. Se si stabilisce il diritto di veto di una minoranza o il diritto a votare in modo difforme, mi devono spiegare come può esistere un partito. Bisogna fare attenzione perché quello che abbiamo visto è un meccanismo che un partito lo smonta. Per questo faccio appello al senso di responsabilità di tutti».

 

Dovesse cadere nel vuoto? «Insieme dovremo trovare delle modalità che consentano qualcosa di più per assicurare l’unità, delle regole che pur garantendo la dialettica interna evitino che il partito non sia messo in grado di fare ciò per cui è stato votato dai cittadini, cioè governare».

 

Il Pd è stato votato anche per cambiare la legge Gasparri e ora il nuovo Cda Rai verrà eletto con quelle norme: è o no una sconfitta? «È rispetto della legge. Noi abbiamo fatto di tutto per approvare la riforma della Rai in tempo, combattendo contro chi ha fatto ostruzionismo e presentato centinaia di emendamenti, contro chi dichiara di voler cambiare la Rai ma la Rai non vuole cambiarla».

 

A proposito di dichiarazioni, a giugno lei aveva detto che era inevitabile votare la custodia cautelare per Azzollini…  «Io dissi, se proprio vogliamo parlarne, un’altra cosa, molto semplice, e cioè che a leggere i giornali sembrava inevitabile votare sì, ma che certi provvedimenti si votano leggendo le carte, non i giornali».

 

E oggi cosa dice? «Che i senatori hanno analizzato le carte e stablito che non c’erano le condizioni per la custodia cautelare. E che Azzollini sarà comunque giudicato dai magistrati. E che l’idea che l’arresto e la custodia cautelare, misure previste in caso di pericolo di fuga, di inquinamento delle prove o reiterazione del reato, vadano invece sempre e comunque applicate è un’idea non ha nulla a che fare con lo stato di diritto».

 

A Roma c’è una nuova giunta ma Sel è ora all’appoggio esterno, mentre campagne poco edificanti sulla Capitale vanno avanti nel nostro Paese e non solo: c’è ancora di che essere preoccupati, non crede? «Il momento più difficile è alle spalle. Con Sel possiamo ricostruire un rapporto positivo. E Marino è stato messo nelle condizioni di fare un salto di qualità. Lo abbiamo fatto perché il Pd vuole sostenere  l’amministrazione capitolina e diventare una cabina di regia tra i diversi livelli di governo. Noi governiamo il Paese, la Regione e il Comune, ed è chiaro a tutti che la Capitale è centrale anche per molte politiche nazionali. Al Pd spetta essere il regista di questo impegno e anche reagire a una campagna ingiusta».

 

Ingiusta? Lei che vive a Roma non li vede i cassonetti che traboccano immondizie, per dirne una? «Roma ha grandi problemi ma il punto è domandarsi perché li ha, non individuare facili capri espiatori. Roma è sporca perché si è iniziato a smantellare un sistema opaco e monopolistico che ha gestito il ciclo dei rifiuti in questa città per decenni, con il risultato che alcuni dei beneficiari di quella gestione stanno reagendo e rendendo più difficile la transizione a un modello più trasparente. Era meglio non intervenire? Non credo. Dobbiamo spiegare bene le ragioni delle difficoltà e mettere il sindaco nelle condizioni di fare un salto di qualità. E anche reagire a una campagna di demonizzazione intollerabile. E lo dico non tanto da romano quanto da italiano».

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