Onde gravitazionali, Giannini: “Un successo anche italiano”

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Il ministro dell'Istruzione Stefania Giannini a Palazzo Chigi durante la conferenza stampa, Roma, 21 gennaio 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

“Un traguardo importantissimo e ancora una nostra eccellenza” dice il ministro dell’Istruzione e Università. Per il settore in arrivo 2 miliardi e mezzo

“Un altro traguardo scientifico importantissimo a firma prevalentemente italiana in collaborazione con i francesi e con la comunità scientifica internazionale. In termini di importanza è una scoperta non meno rilevante di quella che quattro anni fa ebbe firma di Fabiola Gianotti, a Ginevra, del Bosone di Higgs”. Stefania Giannini, ministro per dell’Istruzione, Università e Ricerca, è decisamente soddisfatta. “Al di là dei tecnicismi, che possiamo solo citare, è la conferma diretta che Einstein aveva pienamente ragione, così mi hanno spiegato Fernando Ferroni e i suoi collaboratori dell’Istituto nazionale di Fisica nucleare – continua il ministro – Ed è importante che la grande tradizione della ricerca di base nel campo della fisica continui nel nostro Paese, sia vivace e produttiva e dia risultati brillanti per noi e per il resto del mondo. Penso che possiamo esprimere grande soddisfazione e riflettere su quanto sia decisivo tornare a investire”.

Fermiamoci qui, ministro, sull’importanza degli investimenti. L’annuncio di oggi ci dà una misura del potenziale italiano…

“Potenza e atto, mi lasci dire. Ci sono realtà che raggiungono la cronaca nazionale solo in queste occasioni, ma abbiamo un esercito di 100mila scienziati che fa egregiamente il proprio lavoro nella competizione europea e internazionale”.

Nonostante – per riprendere la riflessione a cui accennava – il settore sconti anni di privazioni e disinvestimento. C’è un forte ritardo rispetto ad altri Paesi, stiamo recuperando?

“Alcuni segnali questo governo li ha dati nelle due leggi di Stabilità e più incisivamente nell’ultima. Quest’anno, mettendo insieme le misure per l’università e la ricerca c’è un budget di 370 milioni sicuramente non sufficiente, ma è un segno più che si mette in un capitolo molto trascurato. Fino a tre anni fa o a tutto il campo della conoscenza sono state negate attenzione e valorizzazione. Ora abbiamo 1080 giovani che entrano nelle università e negli enti di ricerca, ci sono 500 nuovi posti da professore nelle università, una selezione severa e rigorosa che mira a catturare un’eccellenza italiana o straniera: investire nella ricerca significa anzitutto investire nel capitale umano. È un piccolo primo passo, ma importante. E c’è un altro provvedimento che darà ossigeno alla ricerca di base: è il Programma nazionale per la ricerca, un piano già discusso in una sessione preliminare del Cipe e che sarà approvato nella prossima riunione del Comitato: assegnerà altri 2 miliardi e mezzo al mondo della ricerca di base e alla ricerca applicata all’innovazione e produzione industriale”.

Quali progetti finanzierà, può fare qualche esempio?

“Non indichiamo progetti, ma settori, domini di applicazione prioritari: questa è una novità importante perché uno dei limiti della gestione delle risorse per la ricerca italiana è la frammentazione delle risorse e la mancanza di un piano, di una visione strategica nazionale. Subito dopo intendiamo porre mano a una rivisitazione delle forme e degli strumenti di finanziamento della ricerca. Io credo che si possa fare molto meglio di quanto fatto finora e si possa immaginare un sistema più trasparente, più coordinato. Va superato il limite forte dato dal la dispersione, dalla frammentazione in tante piccole voci. Tutte insieme possono fare massa critica, è necessario per recuperare competitività e per dare ai ricercatori certezza e rapidità nell’assegnazione dei finanziamenti. È un impegno del governo, le forme verranno discusse con la comunità scientifica”.

Gli ultimi dati dell’area Ocse ci dicono che i finanziamenti alla ricerca crescono soprattutto per l’apporto dei privati. Abbiamo la stessa tendenza in Italia, le nostre imprese sono pronte a scommettere?

“Il Piano nazionale prevede la valorizzazione e l’incentivazione della partnership tra pubblico e privato. Abbiamo buoni risultati nel settore aerospaziale, nell’energia, nel settore biomedico: si pensi al centro di Pomezia – privato ma integrato con Cnr – che l’anno scorso è arrivato a definire un prototipo di vaccino per l’ebola. È avanzatissimo, ma la domanda che lei mi fa mi costringe, a totale onestà intellettuale: non tutto il mondo dell’impresa è pronto a colmare il gap che si diceva e che – va detto – è più forte che nel pubblico. Questo anche per motivi ovvi: il nostro è un sistema costituito perlopiù da piccole e medie imprese, spesso non hanno la cultura di ricerca e innovazione o non hanno dimensione e strumenti. È quindi necessario creare e sostenere distretti che possano mettere insieme il modello classico con università-laboratorio: è interessante quello Apple ha annunciato di voler fare a Napoli. E bisogna puntare sulle start-up, altro mondo in cui dobbiamo crescere”.

Crescere quanto? Ha delle cifre?

“La Germania ha circa 150mila startup, Londra 250mila, l’Italia complessivamente 5500. Siamo indietro, per i motivi che ho detto e anche per la scarsa presenza venture capital che alimenta l’investimento iniziale. Tutto lo sforzo è stato finora a carico del mondo universitario che qualche volta, diciamolo pure, non ha gestito al meglio. Abbiamo un margine di miglioramento enorme. Credo che la politica del governo vada nella direzione giusta, con una visione complessiva. L’ultimo Consiglio dei ministri ha nominato Diego Piacentini – vicepresidente di Amazon – commissario per l’innovazione e per il digitale: lo sviluppo del digitale è fondamentale come l’integrazione delle competenze tra ministeri . Ecco, io credo che in questa seconda fase della legislatura si possa fare un lavoro importante”.

Sembra molto ottimista.

“Appartengo strutturalmente al mondo della ricerca, conosco da vicino le criticità e i limiti. Tuttavia non bisogna stupirsi poi tanto quando viene fuori come oggi (ieri, ndr) questa meraviglia del successo del centro di Cascina. Non spunta nel deserto, è un’eccellenza che emerge, ci sono formazioni in enti, in università che tutti i giorni silenziosamente fanno un ottimo lavoro. Magari facciamo più fatica di altri Paesi, ma certo non partiamo da zero. Dopo anni di oscurantismo, abbiamo ripreso la direzione giusta, ora ci vuole benzina e una traiettoria molto precisa”.

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