Occhetto: “Berlinguer era più avanti del Pci”

Berlinguer
Enrico Berlinguer inaugura una sezione del Pci, il 13 maggio 1984, a Nogara.  ANSA

Se il partito avesse accolto con piena consapevolezza la questione morale avrebbe avuto una funzione non marginale. Ma gran parte del gruppo dirigente di allora si oppose sostenendo che così ci saremmo isolati

Achille Occhetto, Berlinguer fu rivoluzionario o conservatore? Innovatore o con lo sguardo rivolto all’esistente? «Per onestà premetto che considero fuorviante la contrapposizione tra innovazione e conservazione, che oggi sostituisce quella tra sinistra e destra. Non mi convince: non tutto ciò che è innovazione è da accettare, non tutto ciò che è conservazione è da respingere. Faccio un esempio chiaro: il fascismo fu certo innovativo rispetto allo Stato liberale, tanto che fior fior di intellettuali, come il movimento futurista, all’inizio lo abbracciarono».

Ma quanto e cosa ci fu di nuovo in Berlinguer? «Molto più che in altri politici a lui contemporanei come Craxi, sebbene anche chi proviene dalle file del Pci abbia poi rivalutato il leader socialista come innovatore. Berlinguer fu il primo, dopo la scelta coraggiosa di Longo che criticò l’intervento sovietico a Praga, a prendere le distanze dai Paesi dell’Est e dal loro modello con atti clamorosi. Intanto la dichiarazione sulla fine della spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre. E quella sul valore universale della democrazia, fatta di fronte a una platea di burocrati dell’Urss sbigottiti se non paralizzati. Anche la richiesta dell’ombrello della Nato e la messa in campo dell’eurocomunismo furono una presa di distanza dal blocco dell’Est».

Tutto vero, ma i rapporti con Mosca rimasero solidi. Per questo c’è chi obietta che questa presa di distanza fu tardiva e parziale. «Il limite della sua presa di posizione fu che non ebbe né il tempo né la possibilità di collocare il Pci in un’idea di riorganizzazione complessiva delle forze di sinistra. Cioè di collocarci non solo come anima critica in rottura notevole con la tradizione comunista bensì in un orizzonte ideale profondamente diverso. È quello che faremo più avanti con la Bolognina».

Lei è stato l’ultimo segretario del Pci. Non è anacronistico e un po’ ingeneroso pensare che avrebbe potuto fare Berlinguer la svolta che ha fatto lei? «Non sono un politologo bensì un politico: le idee sono molto belle, ma in politica esistono poi rapporti di forza e una serie di condizioni date. Anche io considero giusto l’appunto di ingenerosità nei confronti di Berlinguer: se fu difficile per me, alla vigilia della dissoluzione di un mondo, per lui la situazione era tale da impedire quel processo. Comunque, intuì che qualcosa doveva cambiare nel profondo». In che modo lo intuì? «Passeggiavamo insieme, gli stavo scrivendo una parte dell’intervento che tenne in Sicilia. All’improvviso mi disse: “Occhetto, che diresti se cambiassimo nome?”. Io raccolsi con entusiasmo e proposi “comunisti democratici”. Lui rispose che era troppo perché sembrava che non fossimo già democratici, e poco, perché restava il nome comunisti. Ma non si andò oltre il ragionamento».

Ma il lato innovativo di Berlinguer resta confinato nei rapporti con il Pcus? «Al contrario, se in quel campo ci furono ritardi e incompletezze, pose altre questioni culturali e politiche. Anche un’apertura al femminismo. La questione morale fu l’esigenza di far fare ai partiti un passo indietro sulla gestione del potere. Una visione liberal del rapporto tra governo e partito in cui voleva una distinzione netta, mentre nella tradizione comunista il dominio spettava al secondo».

È giusto considerarlo un pauperista? «L’austerità fu falsamente considerata una visione pauperista e bigotta, da fratacchione. In realtà poneva il tema del cambio del modello di sviluppo e del rapporto tra produzione e consumo. Fu tra i primi a focalizzare l’attenzione sui problemi ecologici e di tutela dell’ambiente».

De Giovanni gli rimprovera di avere, attraverso la questione morale, inconsapevolmente favorito l’avanzata del populismo e la dissoluzione dei partiti che sarebbe avvenuta dopo con Tangentopoli. Non è anche questa un’imputazione ingenerosa? «Ci sono elementi in questa accusa che non mi convincono. Il populismo è figlio del contrario, del fatto cioè che non si diede retta a Berlinguer. Lui chiese un’autoriforma dei partiti e del sistema politico. Se fosse avvenuto, il processo degenerativo si sarebbe arrestato. Altrimenti si opera un capovolgimento, come ritenere responsabile il medico che ti avverte e non la malattia che ti uccide».

Neppure nel Pci l’allarme di Berlinguer trovò ascolto. Questo dipese, come dice de Giovanni, dalla debolezza della proposta politica comunista negli anni 80? «Se il Pci avesse accolto con piena consapevolezza la questione morale avrebbe avuto una funzione non marginale. Ma gran parte dell’allora gruppo dirigente si oppose. Ho visto da vicino la sofferenza di Berlinguer nell’ultimo anno e il suo isolamento che avanzava. Con un argomento peregrino che rappresenta un altro capovolgimento logico: dire che la sua analisi ci allontanava dagli altri partiti…».

Insomma, i limiti non furono di Berlinguer ma dei suoi compagni di partito? Era più avanti degli altri? «È vero che l’analisi critica non fu sufficiente e bisognava individuare nuovi lineamenti per il mutamento del sistema politico. Ad esempio, nuovi partiti nel passaggio al bipolarismo e l’applicazione dell’articolo 49 della Costituzione. Tutto questo però mancò per l’obiezione a priori dei dirigenti del Pci».

Alla fine, il capitalismo sia pure zoppicante è sopravvissuto, il socialismo reale no. Una sconfitta di Berlinguer o collettiva? «Oggi tutti sono facili profeti sulla fine del socialismo reale. La modestia mi impone di non vantarmi, anche se nel ’68 dissi che senza una profonda riforma tutto il sistema socialista sarebbe crollato. Poi certo, c’è stato un ritardo e anche grande. Ma diciamolo con onestà: collegiale».

Berlinguer sottovalutò la imminente rivoluzione tecnologica? «Non credo che pensasse alla fine imminente del capitalismo bensì all’introduzione di elementi di socialismo nelle economie capitaliste. Questo è stato dimenticato. Poi però non sfuggì alla tentazione millenarista anziché indicare tappe intermedie di trasformazione del modello di sviluppo».

De Giovanni sembra tessere l’elogio del partito della Nazione, erede di una tradizione di sinistra che il Pd non è riuscito a incarnare. Può essere così? «Non ho capito cosa sia il partito della Nazione, lo considero un ossimoro: il partito rappresenta una parte, la nazione è di tutti i partiti. Mi sembra una nozione tendenzialmente anticostituzionale. Dire invece che un partito si fa carico dei problemi della nazione, cioè generali della società, è altro. Ma questa versione non l’ha inventata Matteo Renzi bensì un uomo oggi meno noto di nome Antonio Gramsci».

Sebbene epigono, il premier si muove in quel solco, o no? «Vedo in lui una volontà di uscire dalla stagnazione e di superare vecchi rituali della politica. Ho guardato a lui con interesse e una certa speranza. Ma a questa ventata di decisionismo e capacità di iniziativa non corrisponde la definizione soddisfacente di un obiettivo di società».

Se l’attuale Pd non la incarna, dov’è e cos’è oggi la sinistra italiana? «Sarebbe un discorso molto lungo che riguarda tutta l’Europa. Continuo a pensare che la crisi del comunismo non porti con sé la crisi dell’idea di una sinistra che sappia anche oggi lavorare per superare le criticità evidenti, anche a livello internazionale, del modello di sviluppo neoliberista».

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