“Niente dietrologie ma la magistratura si sbrighi”. Parla Stefano Graziano

Politica e Giustizia
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Intervista al deputato Pd accusato di camorra e poi archiviato

Da “camorrista” a sant’uomo in meno di dieci mesi. Strana gravidanza quella che ha ridato la vita a Stefano Graziano, tornato al suo ruolo di Presidente del Pd Campano dopo aver passato buona parte dell’ultimo anno in quello che lui stesso chiama “un triplo fuoco: mediatico, politico e giudiziario”. Perché alla fine, quello che resta addosso sono gli schizzi di fango, e la solitudine. Gli errori della magistratura possono anche passare, le conseguenze invece restano.

Nel decreto, che abbiamo potuto visionare, il Pm dispone l’archiviazione del procedimento a carico di Graziano, accusato di corruzione elettorale perché “non vi sono elementi idonei per esercitare l’azione penale”, visto che “non esiste un particolare rapporto tra Graziano e Zagaria”.

Ora, Graziano è stato per mesi additato dai Cinquestelle, nella persona del vice presidente della Camera Luigi Di Maio definito come “il riferimento del clan dei Casalesi”. E ora che questa vicenda kafkiana finisce nel più kafkiano dei modi, con un’assoluzione totale, e che da mezzo delinquente e amico del boss di gomorra, Graziano diventa, nelle parole messe nero su bianco dal sostituto procuratore Carlo Fucci un esempio specchiato, un politico modello “le cui attività sempre sono rivolte al perseguimento dell’interesse pubblico”, qualche cosa da dire c’è. Sugli schizzi di fango che restano.

“Sono stati mesi durissimi, drammatici. Avrei voluto essere solo per non coinvolgere la mia famiglia, gli amici, che pure sono stati una fonte di vita per me, l’unica risorsa da cui ricavare la forza per andare avanti. Ora vorrei essere testimone di una riflessione che è necessario fare: io dico che la magistratura deve indagare, può avere il dubbio ed è giusto che scavi e che si faccia chiarezza in modo rapido, come è accaduto nel mio caso. Ma dico anche che l’indagine va protetta dalla gogna mediatica e politica”.

L’indagine, non l’indagato?

“Entrambi, certo. L’indagine deve essere tutelata perché i giudici devono poter lavorare senza che venga sconvolta la vita delle persone e anche il corso della democrazia. Mia moglie ha perso il latte, mio padre è morto cinque mesi prima dell’apertura del procedimento a mio carico, si immagini mia madre come stava. Chi paga per tutto questo dolore?”

Intanto chi l’ha diffamata potrebbe pagare.

“Infatti, sto valutando con il mio avvocato un’azione risarcitoria del danno nei confronti di Luigi Di Maio, le cui scuse sono un fatto normale in una democrazia. Ma non si può dire “mi sono sbagliato” e poi dire “chiedano scusa anche loro su Quarto”. E che è? Uno scambio di prigionieri?”.

Esiste un cortocircuito mediatico-politico intorno al lavoro della magistratura?

“Chiariamo una cosa: il vero tema è il trattamento giustizialista che ti avvolge e ti soffoca quando sei sotto inchiesta. Qualcosa deve cambiare e spero che il mio caso possa fare da monito in questo senso: non può esserci un circolo vizioso tra aggressione politica, gogna mediatica e giusta attività dei magistrati. Gli avvisi di garanzia non vanno resi pubblici perché sono strumenti a tutela dell’indagato, non possono diventare invece il mezzo con cui si processano pubblicamente le persone”.

L’inchiesta su Tempa Rossa in concomitanza col referendum sulle Trivelle, la sua vicenda collegata alle amministrative in Campania e oggi l’indagine su Consip che getta schizzi di fango sul padre di Renzi, in una fase congressuale molto delicata. C’è una tempistica?

“Non amo le dietrologie e non ne faccio, dico però che la magistratura ha il dovere morale di chiudere presto le indagini perché nel frattempo gli schizzi di fango che lei citava diventano montagne e a nessuno fa bene stare esposto per molto tempo agli attacchi di avversari politici interni ed esterni. Ripeto: le indagini si tutelano se si ferma la gogna e su questo ci dobbiamo impegnare tutti.”

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