Nicholas Stern: “Sul clima non possiamo permetterci di aspettare”

Ambiente
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Parla l’autore del rapporto decisivo sui costi finanziari e sociali del climate change: “Gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati dall’Ue sono insufficienti”

Delineando, nel rapporto pubblicato nel 2006 a cui ha dato il nome, le ricadute economiche potenzialmente catastrofiche dei cambiamenti climatici, Lord Nicholas Stern, già economista capo e vice presidente della Banca mondiale (2000-2003), oggi presidente del Grantham Research Institute on Climate Change and the Environment (Istituto sui cambiamenti climatici e l’ambiente) presso la London School of Economics, ha contribuito in maniera determinante a diffondere la percezione dei rischi legati all’innalzamento della temperatura del pianeta e a porli all’attenzione dei decisori economici e politici, tracciando una sorta di spartiacque tra “prima del rapporto Stern” e “dopo il rapporto”. A nove anni di distanza, a latere della Conferenza internazionale “Giustizia ambientale e cambiamenti climatici” (Roma, 10-11 settembre) conclusa da un’udienza di Papa Francesco, ci dice che di quell’analisi ritiene attuale il messaggio di fondo: i costi economici del non agire superano di gran lunga quelli degli investimenti necessari a contrastare i cambiamenti climatici. «Un assunto ancora più valido oggi – precisa – dal momento che alcuni degli effetti presi in considerazione allora si stanno verificando più rapidamente, come ad esempio lo scioglimento dei ghiacciai e il ripetersi di fenomeni meteo estremi». Al contrario, «grazie allo straordinario progresso tecnologico nel settore delle fonti rinnovabili la stima del costo degli interventi si è molto ridotta: un pannello solare oggi costa un decimo rispetto ai prezzi del 2006. Quindi la spinta ad agire dovrebbe essere più forte di allora». Ma è così? Qual è il messaggio che Lord Stern ha affidato al suo ultimo libro, uscito a gennaio di quest’anno, che non a caso si intitola Why are We waiting? (Perché aspettiamo)?
«In questo libro ho posto maggiore enfasi sui modi in cui l’economia può cambiare, sull’importanza e la rapidità dell’innovazione, sul potenziale di nuove scoperte, su quanto è stata veloce questa evoluzione e quanto ancor più veloce potrebbe essere. Rispetto al primo rapporto sottolineo maggiormente anche la portata dei rischi legati ai cambiamenti climatici, come ad esempio le migrazioni che, se non agiremo con forza e per tempo, potrebbero coinvolgere centinaia di milioni di esseri umani in fuga da terre trasformate in deserti o sommerse dagli oceani, scatenando dei conflitti. Inoltre analizzo diversi approcci all’etica, da Aristotele in poi passando per Kant, per sottolineare che puntano tutti nella stessa direzione, per cui, per agire, non ci sarebbe bisogno di una tradizionale analisi economica costibenefici. Mi occupo quindi degli effetti del nostro agire sugli altri e sull’ambiente, del nostro senso di responsabilità, di come lo percepiamo e lo esercitiamo».

Sul terreno dell’etica ambientale c’è un nuovo protagonista a livello mondiale: Papa Francesco. Come valuta l’enciclica Laudato si’?

«È un documento straordinario e pieno di riflessioni profonde proprio in materia di etica individuale e di comportamenti virtuosi alla base del rapporto con l’ambiente e, viceversa, degli effetti che l’ambiente può avere sugli esseri umani. Papa Francesco affronta il tema della relazione tra il singolo essere umano e l’ambiente e quello dei doveri che abbiamo verso il creato. Un economista può analizzare gli effetti, sugli esseri umani, conseguenti alla distruzione dell’ambiente. Ma ci si può anche domandare quali siano i nostri doveri verso l’ambiente in sé. E anche questa è una domanda importante. E se ho colto correttamente il senso dell’enciclica, Papa Francesco affronta entrambi questi aspetti».

Nel suo intervento al convegno «Giustizia ambientale e cambiamenti climatici» lei ha affermato che siamo di fronte a due sfide epocali, la cui soluzione è strettamente interconnessa: contrastare i cambiamenti climatici e sconfiggere la povertà.

«Se falliamo rispetto alla prima di queste sfide, creando condizioni di vita insostenibili a partire dalle aree più povere del pianeta, costringeremo quelle popolazioni a migrare dando origine ai conflitti a cui ho già accennato, e distruggeremo così i vantaggi che abbiamo raggiunto con il progresso realizzato fino ad oggi. Al contempo, se affronteremo i cambiamenti climatici creando barriere al superamento della povertà, non potremo costruire le alleanze di cui abbiamo bisogno per contrastare i cambiamenti climatici. Le popolazioni più svantaggiate ci chiederanno: perché dobbiamo farlo? La buona notizia è che oggi sappiamo come vincere entrambe le sfide, con l’agricoltura sostenibile, la protezione delle foreste pluviali, costruendo città meno congestionate dal traffico, meno inquinate, con meno rifiuti, dove si produce l’energia in maniera decentrata mettendola a disposizione di chi oggi non ce l’ha: in altre parole, città che offrono standard di vita superiori a quelli delle città che abbiamo costruito finora».

C’è chi sostiene che le popolazioni più povere inseguono i medesimi modelli di consumo che abbiamo in occidente.

«In realtà quello a cui aspirano è dare un’istruzione ai propri figli e disporre di elettricità, acqua pulita che li protegga dalle malattie e cibo. Vogliono anche spostarsi per cogliere opportunità di vita e lavoro. Tutto questo lo si può ottenere molto meglio che non tramite l’economia fondata sull’uso dei combustibili fossili, che hanno degli effetti altamente distruttivi: ogni anno nei nostri paesi l’inquinamento atmosferico uccide decine di milioni di persone. In Cina l’aria inquinata ha l’impatto di 40 sigarette al giorno, in India è ancora peggio. Oggi disponiamo di straordinarie alternative ai fossili, basti pensare allo sviluppo dei veicoli elettrici, impensabile solo dieci anni fa. Quindi si tratta di raggiungere i medesimi obiettivi ma percorrendo strade diverse».

Come mai, ad eccezione delle fonti rinnovabili, le opportunità di uno sviluppo sostenibile stimolate proprio dalla lotta ai cambiamenti climatici stentano a imporsi su larga scala? Si invoca come un mantra la crescita economica per lo più senza porla in relazione con la conditio sine qua non della sostenibilità ambientale.

«Occorre tradurre i ragionamenti in esempi pratici convincenti. La gente comincia a percepire le opportunità di nuova occupazione offerte dalle fonti rinnovabili, però siamo solo all’inizio: ci stiamo muovendo nella direzione giusta, ma troppo lentamente rispetto ai cambiamenti che sono necessari. Abbiamo già raggiunto un livello altissimo di concentrazione di gas serra in atmosfera, eppure si continua ad investire nella vecchia economia. Il nostro problema è che dobbiamo agire in fretta: le chance di restare sotto i due gradi di aumento della temperatura media terrestre al 2050, come indicato dagli scienziati per evitare conseguenze sconvolgenti per il proseguimento della vita umana sulla Terra, rischiano di dissolversi».

Come valuta i nuovi target al 2030 fissati dall’Unione europea (- 40% di emissioni di CO2, + 27% di energia da fonti rinnovabili, + 27% di efficienza energetica): sono sufficienti?

«No, probabilmente non lo sono. Ma il processo d’innovazione va avanti, ci sono sempre nuove idee, e anche gli accordi alla Conferenza di Parigi spero diano la spinta per fissare obiettivi più stringenti. L’Europa comunque sta riacquistando la leadership dopo una fase d’incertezza dovuta alla recessione, quando in realtà, di fronte alla crescente disoccupazione, la cosa da fare era proprio investire su una nuova idea di futuro».

Ci sono le premesse perché alla Conferenza sul clima di Parigi (COP 21) di dicembre si arrivi ad un accordo efficace di riduzione delle emissioni dei gas serra?

«Sulla base degli impegni presi finora le emissioni di CO2eq al 2030 saranno pari a 55-60 miliardi di tonnellate, mentre gli scenari compatibili con i due gradi di aumento massimo della temperatura richiedono di non superare i 40 miliardi. Bisogna quindi che i governi si impegnino a colmare questo gap. Il summit di Parigi, tuttavia, è solo il primo passo. Ci vuole un accordo che preveda revisioni periodiche per valutare le azioni adottate, condividere le esperienze e individuare nuovi percorsi. Come ha riconosciuto il summit di quest’anno del G7 ad Elmau (Germania), livelli elevati di emissioni nei prossimi 20 anni imporranno di azzerare le emissioni nella seconda metà del secolo».

(Foto Flickr Ciat, CC BY-SA 2.0)

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