“Nessuna simpatia per il diavolo”. Intervista a Stefano Bises autore di Gomorra

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Non ci aspettavamo un “fenomeno Gomorra”, il successo della prima stagione ci ha ricaricati

Ha appena finito di scrivere la seconda stagione di La mafia uccide solo d’estate, “e devo dire che, dopo aver raccontato la criminalità in maniera seria e sofferta, è stata una liberazione poterne scrivere in chiave ridicola”. Parla con Democratica Stefano Bises, storico sceneggiatore di Gomorra-La serie, che dopo due stagioni di successi e di full immersion nel mondo di Ciro l’Immortale, don Pietro e Genny Savastano, per la terza stagione – le cui riprese si sono concluse da un paio di settimane – ha lasciato il timone della sceneggiatura a Leonardo Fasoli e Maddalena Ravagli, per dedicarsi solo al soggetto. Ovviamente c’è grande attesa per la terza stagione, per capire lo sviluppo della lotta fra Bene e Male, ammesso che nel mondo di Gomorra il Bene ci sia. Un successo planetario, quello di Gomorra-La serie, un prodotto italiano venduto in 190 paesi.

Stefano Bises, davanti a questi numeri si può parlare di un vero e proprio “fenomeno Gomorra”.

Noi stessi non ce lo aspettavamo. Alla fine della prima stagione volevamo fermarci, ma il successo ci ha ricaricati. La verità è che quando attingiamo al nostro patrimonio narrativo e lo contestualizziamo con qualità, realizziamo prodotti straordinari. Siamo un Paese con un patrimonio unico; sfido chiunque a trovare un altro posto dove il premier fa votare il Parlamento per fargli certificare se una tizia è o non è la nipote di Mubarak.

Non è che dovremo aspettarci una serie su Ruby…?

Beh, intanto Paolo Sorrentino sta realizzando un film su Berlusconi, e sono davvero curioso di vederlo, ma davvero quella è stata una stagione pazzesca e morirei dalla voglia di poter raccontare una storia così. Una rilettura più distaccata di quegli anni può essere interessante, un po’ come è stato per Tangentopoli con 1992 e 1993.

Torniamo a Gomorra. Come è stato calarsi in una storia tanto difficile?

Quella di Gomorra è stata una scrittura creativa, nata mentre la facevamo – fianco a fianco con Stefano Sollima – per adeguare il racconto alla geografia dei luoghi e delle persone e per metterci dentro la verità delle storie. Ci hanno poi ispirato le alchimie nate tra i personaggi, a volte diverse da quello che avevamo immaginato. Ciro e Genny, ad esempio, in origine erano meno legati di quanto poi non è stato.

Senza quegli attori non sarebbe stata la stessa cosa. Si sono rivelati straordinari.

È stato importante scegliere volti che non fossero conosciuti. Salvatore Esposito (Genny) faceva la spalla per le battute ai provini. Usare facce non note era fondamentale per la credibilità del racconto.

Un racconto che, non è un mistero, è stato vissuto con sofferenza da una parte della città.

Anche noi abbiamo fatto questo lavoro con dolore. Ma abbiamo scelto di raccontare solo il male, tenendo fuori le tante realtà positive di Scampia, perché altrimenti avremmo schiacciato il male nel male, e il bene nel bene. Al contrario, se rappresenti solo il male questo ti permette di andare più in profondità e di ricercare lì dentro gli elementi di umanità. Ormai tutta la serialità contemporanea si regge su antieroi.

Non c’è il rischio, soprattutto in quelle realtà, che scatti una sorta di ‘simpatia per il diavolo’?

Beh, i ragazzi avevano le foto di Paolo Di Lauro già prima di Gomorra. Ma proprio per evitare l’effetto ‘simpatia per il diavolo’ è stato importante conservare lo sguardo non mitizzante di Roberto Saviano su quelle figure. Non potevamo fare I Soprano, dove puoi amare Tony perché in fondo è lontano da te: le piazze di spaccio di Scampia sono a un’ora da Roma. Alla fine nessuno di quei personaggi è diventato aspirazionale, perché sono esistenze puntellate da tragedie, vite vissute in una prigione con solo due possibile sbocchi: la morte o la galera.

Dal punto di vista di chi l’ha scritta, c’è stato un effetto politico di Gomorra?

Gomorra è un atto di accusa soprattutto per la politica. Il libro di Saviano è stato detestato perché raccontava qualcosa che non si voleva si raccontasse, perché purtroppo in quei luoghi la criminalità prende il posto dello Stato. E ancora oggi l’impressione, purtroppo, è che si sia fatto poco rispetto alla gravità e profondità dei problemi.

E un effetto sul territorio, invece?

Non so se ci sia stato un effetto legato alla nostra presenza. Certamente è stato un rapporto difficile ma molto buono, perché comunque una produzione porta soldi e lavoro, e tanta gente del posto è stata coinvolta.

Parliamo un po’ della terza stagione.

Qualcuno ha parlato di resurrezione per Pietro Savastano e Salvatore Conte. Difficile che resuscitino. Certo avremmo potuto fare un’operazione speculativa su personaggi tanto amati, ma la realtà di quel racconto è che la gente muore e che le stagioni di comando sono sempre più brevi.

Dalle anticipazioni pare ci sarà un forte ruolo delle donne.

Sì, ci sarà una fortissima parte femminile, una scelta narrativa resa più facile dalla bravura di attrici come Cristina Donadio e Cristiana Dell’Anna. Diciamo poi che il tassello shakesperiano che mancava, dopo la famiglia e il rapporto padre/figlio, era l’esplorazione del rapporto tra Ciro e Gennaro, ed è quello che vedremo in questa terza serie.

Il successo internazionale di Gomorra potrà dare finalmente una svolta alle produzioni italiane?

Assolutamente sì, e ci sono già cose molto belle in preparazione, come Suburra per Netflix o la serie tratta dal best seller L’amica geniale di Elena Ferrante sulla Hbo. È un momento magico in cui c’è un’alta domanda di contenuto con racconti seriali. Abbiamo vissuto anni in cui c’era solo una certa Rai e i racconti di santi o di eroi, adesso non solo la Rai evolve ma le nostre case di produzione possono trovare finanziamenti in ogni parte del mondo, con possibilità economiche che non abbiamo mai avuto.

Dunque un’occasione di sviluppo importante per la nostra industria culturale.

Esatto. Ma perché Rome deve essere fatto da una produzione americana? Perché ad esempio non raccontiamo l’epopea del nostro Risorgimento, non soltanto sotto una chiave buonista? Stiamo vivendo un’opportunità irripetibile, se sapremo coglierla avremo finalmente la possibilità di fare sistema, cioè di costruire un’industria, con un tessuto di maestranze, di scrittori e di talenti nella recitazione e nella regia.

Cosa può fare la politica per supportare tutto questo?

Certo una struttura normativa è importante, l’ultima legge sulla multimedialità e sulla tax credit per fiction e web series è stata molto importante. Ma ciò che serve davvero è il sostegno alle scuole, perché è da lì che escono i talenti.

Tutto sta a trovare i Sorrentino del futuro, insomma.

Con The young Pope l’Italia ha avuto la sua prima serie su Hbo, un risultato pazzesco. Indubbiamente in questi anni sono venuti alla luce talenti formidabili, ma noi abbiamo bisogno anche di tutto il resto, di un tessuto e di un’industria. Insomma abbiamo i nostri Cristiano Ronaldo, adesso dobbiamo costruirci una squadra intorno.

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