“Nel lungo periodo Trump è una minaccia”. Parla Sergio Fabbrini

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Per l’americanista: “Quello di Washington è un neo-nazionalismo basato sullo stretto interesse nel breve periodo”

Sergio Fabbrini, americanista, docente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, è direttore della School of Government della Luiss.

Professore, il gesto di Trump rappresenta la fine dello slogan America First, cioè d e l l’isolazionismo, o piuttosto dell’ass e tra il presidente e Vladimir Putin?

«Anzitutto questo atto testimonia che siamo di fronte a un presidente imprevedibile come mai prima nella storia americana. Trump non si è formato in politica, non ha amministrato uno Stato, non ha un passato da senatore né da governatore. Il suo stile di leadership è quello di un imprenditore».

Su questo tema Trump ha vinto le elezioni. Perché stupirsi?

«La differenza è che per un manager le conseguenze restano nell’ambito del business; un presidente, invece, nel breve periodo può ottenere anche risultati inattesi, ma nel medio-lungo termine è una minaccia. In gioco non ci sono gli affari bensì la stabilità del mondo. Dobbiamo abituarci a fare i conti con un uomo non prevedibile. È un problema serio, anche perché in Europa – con alcune eccezioni – i leader hanno alle spalle una scuola politica. Non sono stupito, ma preoccupato ».

Quali saranno gli effetti di questo intervento militare sulla politica americana?

«L’intervento in Siria chiarisce bene la differenza tra “isolazionismo” e “nazionalismo”. Trump è nazionalista. L’Isolazionismo negli Usa sarebbe impossibile dalla seconda metà dell’Ottocento: oggi gli interessi economici e commerciali sono enormi. Quello della Casa Bianca è un neo-nazionalismo basato sullo stretto interesse nel breve periodo ».

Vale a dire?

«La cultura politica americana è basata sul sistema multilaterale. Anche al momento della terribile invasione dell’Iraq, Washington è andata all’Onu. A Trump di tutto questo non importa nulla: concepisce il mondo come fatto di rapporti bilaterali tra lui e i suoi interlocutori. Con cui può avere anche rapporti bellicosi, come nel caso di Assad».

Allora, ha torto chi vede nella vicenda anche un tentativo di scrollarsi di dosso i sospetti di un’ingerenza russa sulle sue elezioni?

«Non penso che questo elemento c’entri. Trump non fa queste considerazioni strategiche. A differenza di Obama, che quando decise di non intervenire nel 2013 considerò che altrimenti si sarebbe attivata una dinamica che poi non sarebbero più riusciti a controllare ».

Ha sbagliato Obama a tirarsi indietro, quattro anni fa?

«Penso di no. Ha fatto bene ad essersi liberato dalla logica burocratico-militare che lo pressava. Ma capisco anche le ragioni di chi lo critica: una superpotenza come gli Usa non può dare una parola e poi non mantenerla. Credo che quello sia stato il momento più drammatico per Obama, anche sul piano personale. Trump, in ogni caso, non fa queste valutazioni. Il suo comportamento è istintivo e bilaterale».

Come si possono avere relazioni proficue con lui?

«Intanto, inviterei il premier Gentiloni e il ministro degli Esteri Alfano a cambiare le loro categorie. Questi dati della politica di Trump sono strutturali. Ma ci sono alcuni elementi di continuità rispetto al passato: l’incredibile tenuta del sistema di controlli e bilanciamenti, check and balances, che fa sì che pur avendo un presidente fuori dagli schemi politici tradizionali il sistema americano riesca a farsene carico».

Si riferisce al ritiro della contro-riforma sanitaria che avrebbe dovuto abolire l’Obamacare?

«Penso al Congresso che ha bloccato alcune sue iniziative, come alla Corte Suprema. E soprattutto, dentro la presidenza che io chiamo “stratificata”ci sono centri di potere relativamente autonomi dal presidente. Due generali, Mattis e McMaster, sono riusciti a mettere fuori gioco Bannon, l’uomo che aveva fatto vincere le elezioni a Trump. E poi ci sono l’opinione pubblica, i giornali, i movimenti…Per ora, con le istituzioni forti, la democrazia è al sicuro. Ma chi lavora contro le istituzioni, lavora per la fine della democrazia e non per proteggerla. È una considerazione su cui riflettere, soprattutto in Italia dove le istituzioni sono debolissime ».

Quale può essere il ruolo dell’Europa in questo quadro?

«Gli alleati hanno un ruolo importante: serve la pressione esterna di leader amici. Ed è qui che non ci siamo: l’Europa manca drammaticamente. Siamo divisi, privi di una posizione unica sui rapporti commerciali, in mezzo tra la leadership tedesca e quella passata inglese. Cosa fa Federica Mogherini? Servirebbe una voce unica europea, e invece i Paesi vanno da soli a Washington».

Non è un po’ingeneroso dare tutte le colpe alla Mogherini?

«Da questa vicenda emerge tutta l’arretratezza europea. Bisogna accelerare il processo verso un’Europa federale più ristretta degli attuali 27, dotata di una sua difesa, che si ponga il problema della propria sicurezza senza chiederlo ai contribuenti americani. Un esercito comune, un bilancio unico per le spese militari, intelligence che non litighino. Dobbiamo fare subito un salto: basta essere i parassiti dell’America».

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