Nei tre mesi dell’Expo il fascino dell’Italia. Parla Martina

Expò
Un momento delle prove luci e fontane fatte all'Albero della Vita da parte di Marco Balich, 21 aprile 2015.
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Inaugurata il primo maggio, l’Esposizione milanese è al giro di boa. Maurizio Martina, il ministro con delega all’evento: «Una sfida vinta nonostante il pessimismo della vigilia»

Per me l’Expo rappresenta una palestra di lavoro straordinaria, unica. E sono consapevole di essere fortunato a vivere quest’esperienza in prima persona, soprattutto perché mi consente di conoscere veramente il mondo, di confrontarmi con esperienze molto lontane dalle nostre, ad esempio di capire la centralità geopolitica di un tema globale come quello alimentare. È da qui che passeranno in futuro questioni cruciali per il pianeta».

Maurizio Martina, ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali con delega ad Expo, parla in occasione di un traguardo importante, i tre mesi di vita dell’Esposizione universale, che poi significano il giro di boa per la rassegna milanese inaugurata il primo di maggio.

Novanta giorni sono sufficienti per tracciare un primo bilancio? «I bilanci sarà bene farli a partire da novembre, a rassegna conclusa. Ciò non toglie che si è trattato di un trimestre pieno di soddisfazioni, la dimostrazione che un’Esposizione universale fatta in Italia, a Milano, su un tema fondamentale come l’alimentazione, ha un grande valore. Un valore per le storie che sta raccontando, per le relazioni che sta consolidando fra i 140 Paesi partecipanti. Poi c’è la gente, tanta gente.

Ed allora penso agli sguardi dei visitatori in uscita dopo avere trascorso una giornata piena dentro i padiglioni dell’Expo. Sono sguardi contenti, soddisfatti, di gente consapevole di aver vissuto un’esperienza unica».

Novanta giorni preceduti da un periodo di preparazione ben più lungo… «Sicuramente sono stati anni faticosi, anche perché credo che la storia di Expo dimostri davvero la fatica di questo Paese a lavorare su grandi appuntamenti come questo senza farsi del male. Però c’è la consapevolezza di aver fatto una cosa positiva per l’Italia, di aver vinto questa sfida superando momenti difficili. Quante volte ci siamo sentiti dire: siete sicuri che ce la farete, che si aprirà il primo maggio con tutti i padiglioni? Io dico che abbiamo vinto tutte le sfide con tenacia. E qui spezzo una lancia a favore di questo governo che ha fatto la differenza, ancor di più nel paragone con le precedenti Esposizioni. Mi riferisco soprattutto alla scelta di riempire la nostra Expo di contenuti, dalla carta di Milano al Forum dell’Agricoltura mondiale e al Forum globale sulla Cultura di questi giorni. Per non parlare del patrimonio di relazioni internazionali che stiamo coltivando proprio sui temi dell’alimentazione, dell’agricoltura e della sostenibilità».

Il che ci proietta sui prossimi e con conclusivi novanta giorni. Che cosa dobbiamo aspettarci? «Innanzitutto possiamo contare su un tesoro inestimabile rappresentato proprio dal trimestrre d’avvio. Il solo fatto che più di 40 capi di Stato hanno già varcato i confini dell’Expo dà la misura della forza anche diplomatica che l’Esposizione sta avendo. I prossimi tre mesi dovranno irrobustire questa strategia. Sarà molto importante continuare ad avere visite internazionali di primissimo livello, e così sarà, anche perché in agenda ci sono appuntamenti di grande rilevanza»

Vale a dire? «Il 12 di settembre, in Expo, promuoveremo l’ultima tappa dell’Expo delle idee. Ci si tornerà a riunire intorno a dei tavoli tematici per discutere in profondità alcune delle sfide che la Carta di Milano indica, dalla lotta allo spreco alimentare alla tutela del suolo, dalla questione del sostegno all’agricoltura familiare al tema dei cambiamenti climatici. Un evento davvero unico che nessuna Esposizione universale aveva fin qui realizzato. Il 26 settembre, poi, porteremo la Carta di Milano alle Nazioni Unite, proprio nei giorni precedenti all’assemblea generale che discuterà dei prossimi obiettivi del millennio. E poi abbiamo l’appuntamento centrale del 16 di ottobre quando il segretario generale dell’Onu verrà a Milano e parteciperà all’Expo nella Giornata mondiale dell’Alimentazione».

Parliamo dei visitatori: secondo lei chi è stato maggiormente attratto dal fascino dell’Expo? «L’elemento che mi colpisce è la presenza di tantissimi giovani. Questa è un’Expo molto giovane, se uno attraversa il Decumano, la via portante della manifestazione, si rende conto che ci sono un sacco di “under 40”. E se collego questa matrice giovanile al contenuto, penso che ci sono tutti i presupposti per lavorare dav vero alla “generazione fame zero”, cioè quella che si fa carico di arrivare al 2030, come dice la Fao, con la fame azzerata nel mondo”.

Un obiettivo di cui in realtà non si parla molto. «E allora è bene ricordare che tutto il lavoro che stiamo facendo sui contenuti di Expo ha un obiettivo primario: raggiungere, appunto, la completa eliminazione della fame al 2030. Tutte le tecnologie, i saperi e i progetti che i Paesi partecipanti stanno presentando all’Expo sono finalizzati a questo risultati, si tratti del padiglione di Israele, della Spagna o dell’Oman. C’è un filo conduttore che chiama in causa le responsabilità delle istituzioni a qualsiasi latitudine per efficientare i modelli agricoli, renderli più sostenibili, per arrivare all’obiettivo di un cibo sano, sicuro e sufficiente per tutti. Io invito tutti a visitare i padiglioni con quest’attenzione, con quest’occhio».

Capitolo lavoro: quanta occupazione ha creato l’Expo? «Forse è ancor più importante chiedersi quanta ne ha salvaguardata in anni difficili. Il fatto che 5mila imprese italiane abbiano lavorato a vario titolo per preparare l’Esposizione non è di poco conto. Tante aziende dicono che senza l’Expo sarebbero andate in grandissima difficoltà. Imprese di costruzioni, del terziario, del turismo non avrebbero avuto a disposizione un’opportunità che gli ha consentito di superare mesi, anni complicati. Poi ci sono da considerare le centinaia di incontri fra le nostre imprese ed altri sistemi produttivi propiziati oggi da Expo. Non a caso, sono convinto che nel 2016 si registrerà un aumento dell’export agroalimentare italiano anche grazie all’Esposizione».

Ci si interroga molto sul futuro dell’area Expo a manifestazione conclusa… «Credo che si possa compiere un lavoro all’altezza della vocazione internazionale che ha quell’area. Il governo ha fatto già più di quello che doveva, chiedendo ad alcuni soggetti, come Cassa Depositi e Prestiti e Demanio, di elaborare un’idea. Quest’idea è stata presentata al Comune di Milano ed alla Regione Lombardia. Penso che la vocazione naturale di quell’area stia nell’incrocio fra innovazione e conoscenza, con la creazione di una piattaforma di valenza internazionale. Quindi va bene la proposta di creare una cittadella universitaria fatta dalla Statale di Milano, così come le altre iniziative per stimolare l’innovazione delle imprese. Il tutto con un lavoro serio di riorganizzazione degli spazi. Alcuni padiglioni è giusto che rimangano, sono talmenti belli e utili al lavoro su conoscenza e innovazione che sarebbe un errore smontarli. Un’altra parte dei padiglioni va smantellata, ed è proprio su quelle aree che si potranno creare le nuove strutture».

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