Nada: “Educare al rispetto è una sfida culturale”

Donne
20070227 - SANREMO - SPE - SANREMO: 57° FESTIVAL DELLA CANZONE ITALIANA - PRIMA SERATA. La cantante Nada, in gara nella categoria Campioni con il brano ''Luna in piena'', ritrattamentre si esibisce sul palcoscenico del Teatro Ariston durante la prima serata del Festival di Sanremo.
ANSA/CLAUDIO ONORATI

Intervista alla cantante e autrice di “Ballata triste”, sul tema del femminicidio: “Vorrei che la ascoltassero tutti, non solo le donne”

Musicista, autrice, scrittrice, ex ragazzina prodigio e oggi donna battagliera e consapevole. Così è, se vi pare, Nada Malanima, tra le artiste più lucide e combattive della scena culturale italiana. Mai doma, impetuosa, anche ironica. E ce ne vuol coraggio di questi tempi a mettere in discussione etichette e stereotipi, e se necessario a prendersi anche in giro. Il suo ultimo disco, pieno di collaborazioni con artisti giovani e di spessore, si intitola L’amore devi seguirlo, un lavoro tosto, quasi militante, dove a un certo punto irrompe come una ferita, una chiazza rosso sangue Ballata Triste, storia di un femminicidio. Nada canta e mette i brividi: “Lei l’han trovata con una mano sulla porta e una sul cuore. Sul cuore che si è spaccato quando l’ha colpita”.

Siamo all’8 marzo, e sono già una ventina le donne uccise in Italia, massacrate quasi tutte dal loro compagno. Non deve essere stato facile scrivere una canzone come “Ballata Triste”.

“È un pezzo che è venuto da sé. Non mi sono seduta al tavolino decidendo questa tema. È evidente che un artista assorbe quello che accade nella realtà, e la realtà purtroppo è anche quella della violenza sulle donne. Ho cercato un taglio lineare, semplice, senza retorica per raccontare un dramma, un argomento così complesso e delicato”.

Nel video di “Ballata Triste” lei è vestita di bianco e si muove in uno spazio candido. Perché si tratta di un non colore che in India e in Cina rappresenta il lutto?

“In realtà volevo rappresentare la permanenza di un dolore, di una tragedia in un non-luogo, fuori dalla realtà”.

La canzone racconta un amore finito e un omicidio consumato, almeno all’apparenza, senza intenzionalità. Una discussione che degenera e la sopraffazione della donna vittima da parte dell’uomo carnefice.

“Sì, è così. Ci sono storie di violenza dettate dalla follia. Che quasi sempre arriva da molto lontano. Io credo che alla base delle degenerazioni nei rapporti ci sia molta diseducazione, inciviltà. Penso, anche, che il rispetto nei confronti degli altri debba essere imparato a scuola, in famiglia. Ci si deve educare ai sentimenti”.

Ma questo è un pezzo che, secondo lei, dovrebbero ascoltare più le donne o gli uomini?

“Non mi sono posta il problema. E non generalizzo mai. Conosco uomini meravigliosi, per esempio ho la fortuna di condividere la mia vita con un compagno attento e speciale. Non per tutte è così, purtroppo. Ma tornando alla domanda penso che sul tema del femminicidio si debba ragionare assieme, uomini e donne. Gli uni per capire che un gesto di violenza può trasformarsi in una tragedia, le altre per intercettare i segnali di pericolo”.

Lei scrive molto di donne. Sia nelle canzoni che nei libri. Come se il suo universo sia popolato preminentemente da alcune figure.

“È vero, ci ho fatto caso anche io. E non accade perché sono donna. Il nuovo libro sul quale sto lavorando si intitola “Leonida”, per esempio. Si tratta, guarda un po’, di un’altra storia al femminile”.

Ho letto che è cresciuta in un ambiente matriarcale, con una mamma forte e una nonna molto presente.

“Sì, infatti. Mia mamma è stata sempre più forte di mio papà, un carattere pratico, operativo, grande concretezza. Così mia nonna. Due toste. Da bambina andavo con loro ovunque, ne vedevo la fatica, ma anche il coraggio e la determinazione. Donne che sgobbavano dalla mattina alla sera, sempre presenti, con pochissimi spazi per loro, al massimo una tombola con le amiche. Mi hanno aiutato a diventare autonoma, a tenere i piedi per terra. C’erano anche quando ho iniziato a muovere i primi passi nel mondo della musica. E se andavo in tilt per qualche ingiustizia, se entravo in confusione per un concerto saltato o qualche screzio tra colleghi, pensavo a come avrebbero reagito loro, le ‘mie’ donne, e riuscivo a tranquillizzarmi, a trovare la soluzione”.

In “Non sputarmi in faccia”, invece, racconto del rapporto con un uomo distratto. Molto distratto.

“Sì, e spero di essere riuscita a farlo con un sorriso. Canto frasi del genere: Non fumarmi dentro gli occhi che mi fai piangere, non sputarmi in faccia quando parli in fretta perché sono innamorata nonostante tutto di te“.

Le donne amano troppo?

“Non so, forse sono più consapevoli dei sentimenti. Capiscono quando c’è una storia vera e sanno gestirla, metterci le pezze se vale la pena, tenerla in vita. Oppure chiuderla, interromperla. Non è facile stare assieme. Le donne lo sanno e possiedono più equilibrio nel governare le relazioni”.

La canzone che dà il via a questo suo ultimo disco si intitola “Aprite le città”. Ed è un inno alla solidarietà, all’accoglienza dei migranti, dei più deboli.

“L’ho scritta parecchi anni fa e pensavo di tenerla cassetto. Speravo non dovesse servire più. E invece siamo circondati da muri, fili spinati, paura e miseria. Ci sono giorni che non riesco a guardare neppure i telegiornali, vedere questi bambini, questi vecchi che fuggono dalla guerra e dalla morte e che mettiamo all’angolo, mortificandoli, cacciandoli via, emarginandoli. Non è possibile, davvero. Un’emergenza di tali proporzioni, e che crescerà inevitabilmente, perché abitiamo un mondo globale, perché chi ha fame e sa di essere in pericolo è costretto a scappare. E noi non possiamo voltarci dall’altra parte, fingere che il problema non ci riguardi visto che abbiamo un tetto sopra la testa e cibo a sufficienza. Ecco, io credo che la politica debba occuparsi di questo, trovare il punto di svolta per aiutare chi è disperato. Ci vuole tanta concretezza e tanta umanità. Poche chiacchiere e fatti precisi. Aprire le città e anche il nostro cuore”.

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