Motta: “Il suono della scuola romana è il suono di Riccardo Sinigallia”

Musica
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Abbiamo parlato con Francesco Motta, uscito da poco con il suo album da solista “La fine dei vent’anni”, prodotto da Riccardo Sinigallia

C’è una scena, impressa nella mia mente, che all’apparenza non ha nulla a che fare con Riccardo Sinigallia ma che finisco sempre per collegare a lui. Aula di Storia Moderna, il professore spiega la rivoluzione francese e all’improvviso uno studente si alza in piedi, quasi imprecando. “La storia non è fatta da questi fantocci”, dice puntando il dito verso la cattedra. Un modo, decisamente brusco, per manifestare il suo disappunto verso una lettura della storia che appiattisce gli eventi riducendoli alla narrazione degli individui più in vista: al racconto del potere.

In un certo senso anche la storia musicale, quella canonizzata, è la vetrina di coloro che emergono da una moltitudine di correnti sottotraccia; per ogni Beatles o Pink Floyd quante band meno blasonate, ma fondamentali per il beat o la psichedelia, sono esistite? Per ogni Bob Dylan, come ci raccontano i fratelli Cohen in A proposito di Davis, quanti folksinger misconosciuti?

E la storia si ripete, facendo le dovute proporzioni, anche a casa nostra, dove echeggiano ancora le dichiarazioni un po’ amareggiate di un Freak Antoni che vedeva i suoi Skiantos ignorati rispetto ai cugini Elio e Le Storie Tese.
Riccardo Sinigallia è uno di quelli che hanno ricevuto meno di ciò che hanno dato; nessuno come lui è responsabile di aver tessuto le fila, plasmandone ed esplorandone il suono, di una certa forma canzone ascrivibile più o meno al giro della scuola romana. E mentre i vari Daniele Silvestri, Max Gazzè, Niccolò Fabi e Federico Zampaglione hanno intrapreso la strada di carriere più o meno remunerative, Sinigallia è sembrato rimanere un po’ al palo, lambiccandosi su questioni apparentemente meno pragmatiche.

I suoi dischi, specchio di cura e dedizione maniacale, come l’omonimo esordio del 2003, o l’ultimo Per Tutti sotto l’egida di Caterina Caselli, sono tanto osannati dalla critica quanto incapaci di raccogliere quello che meritano. Eppure c’è (anche) lui dietro ai grandi successi di quel periodo e di quella scena, come Quelli che ben pensano di Frankie HI-NRG, nel ’97 o La descrizione di un attimo dei Tiromancino, tre anni più tardi. Poi la rocambolesca esclusione dal Festival di Sanremo 2014, perché una canzone, questa Prima di andare via, tra le migliori presentate all’Ariston quell’anno, era già stata eseguita dal vivo.

“Da quando sono a Roma ho capito quanto Riccardo sia stato fondamentale per la musica italiana. Faccio sempre molta fatica a fidarmi delle persone. Con lui è stato diverso, ho capito che siamo molto simili e i suoi consigli sono stati indispensabili per arrivare là dove da solo non sarei mai arrivato”.

A parlare è Francesco Motta, cantautore che proviene dalla band dei Criminal Jokers, di cui era cantante, paroliere e batterista. Il suo ultimo disco, La fine dei Vent’anni, a nome Motta, è nato grazie alla collaborazione con Riccardo Sinigallia, in veste di produttore e coautore di alcuni brani. Le storie dei due artisti in un certo senso si assomigliano: anche Francesco, dopo due album con il suo gruppo che avrebbero meritato maggior fortuna, si è rimesso in gioco gettandosi nella costruzione di un lavoro che ha richiesto dedizione totale: “amo in generale la gente che passa molto tempo a lavorare sulla musica e sui testi – sottolinea Motta – fra questi Riccardo Sinigallia e Iosonouncane forse sono quelli che sento più vicini: non a livello musicale, ma come rispetto e serietà verso quello che fanno”.

A differenza di larga parte di quello che viene definito il cantautorato indie contemporaneo, il suono di Motta abbandona l’imperante matrice pop per abbracciare un’ indole rock: più vicino a derive folk o psichedeliche che a ritmi ballabili, il disco trasmette la sensazione di un’opera molto “suonata”. “In generale ascolto poca musica, in particolare quando lavoro e scrivo passo molto tempo al computer ad ascoltare quello che faccio. Però sono molto appassionato di concerti, fra questi quello che mi ha veramente emozionato durante la scrittura è stato quello dei Tinariwen” ci dice Francesco.

Motta non gioca certo a nascondersi, il suo volto in copertina e un titolo come La fine dei vent’anni, che sembrano subito mettere a fuoco la ricerca di un certo senso di autenticità, sono più eloquenti di qualsiasi dichiarazione in merito: “Abbiamo scelto con cura i brani dell’album. Sono stati selezionati quelli che ci emozionavano di più. In generale non mi sono posto il problema di dove voglio arrivare con questo lavoro: vorrei solo fare concerti, divertirmi e avere la tranquillità di lavorare con la musica. E per far questo mi rivolgo a chiunque abbia voglia di ascoltare e mettersi in gioco”.

La sinergia con Riccardo Sinigallia, e i frutti che ha dato, sono ulteriori certezze di Francesco: quando alla fine gli chiediamo quanto di un certo suono della scuola romana sia stato assorbito dal suo lavoro ci risponde “ha prodotto l’album e abbiamo scritto alcuni brani insieme: la sua mano si sente”. E poi aggiunge perentorio: “Quello che chiamano “suono della scena Romana” ti assicuro che è il suono di Riccardo”.

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