Morcellini: “Rete e giornalismi il cortocircuito stavolta è mediatico”

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Il sociologo: “Occhio ai tribunali del popolo e alla presunta libertà dei social. Ma anche i quotidiani riflettano”

È straordinario come l’inizio del nuovo anno sia stato caratterizzato dai media che parlano dei media: un cortocircuito che non si era mai presentato in maniera così assordante. Eppure è dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso che i media hanno assunto una posizione importante nella società, con una loro cultura e una loro logica: siamo, con la Rete, di fronte ad un nuovo cambio di passo?

Lo chiedo a Mario Morcellini, una delle voci più autorevoli nel mondo degli studi sulla comunicazione, ora, tra l’altro, portavoce e consulente per la comunicazione della Sapienza. «Nel dibattito emergono semplificazioni e prove di analfabetismo abbastanza sorprendenti, se non fosse che sulla comunicazione tutti si sentono in diritto di pontificare senza uno straccio di prova. Il primo dato che occorre ricordare è la difficoltà di intervenire efficacemente sugli eccessi della Rete. Da un lato, non disponiamo di affidabili precedenti, anche internazionali, che funzionare da punto di riferimento, dall’altro è sorprendente la banalità con cui – nel dibattito – c’è sempre qualcuno che si alza a dire che la Rete è uno spazio di democrazia: una delle frasi più ideologiche che si possano sostenere nel nostro tempo, priva di possibilità di controprova e troppo spesso usata per garantire la sopravvivenza del Far West. È vero però che non pochi di quanti propongono prove di autoregolamentazione o comunque meccanismi di “relativa” regolazione sembrano ispirarsi troppo al mondo del mainstream e altrettanto spesso dimenticano la specificità tipica della Rete».

I nuovi media e in particolare i social sembrano essere divenuti il principale veicolo per far circolare notizie inventate, o comunque abilmente manipolate. I social sono visti ormai come media puri e democratici mentre i giornali di carta e la stessa televisione, sono percepiti come strumenti del potere, quindi della falsificazione. Come uscirne?

«Occorre anzitutto un serio lavoro di contrasto delle aporie e delle contraddizioni più clamorose nello spazio pubblico. La prima è quella dei social enfaticamente promossi a media puri e democratici, una delle tante promesse mancate come quella di un’indipendenza quasi naturale attribuita – da Barlow –alla Rete. Qui è sorprendente che non si ricordi un dato elementare: la teoria della libertà di espressione, anche storicamente, è elaborata dentro il patto sociale e le sue architetture istituzionali. Non è una variabile indipendente. Questo significa, dunque, che la libertà d’espressione si arresta quando confligge con diritti e libertà dei soggetti interferenti (quelli che comunemente chiamiamo stakeholders). In altre parole, è pazzesco che la difesa astratta della libertà di espressione dimentichi che ci possano essere vittime degli eccessi e delle manipolazioni delle espressioni dell’informazione messa in campo senza adeguate verifiche»

Grillo esaspera questo sentire: il blog è la libertà, il giornale è l’obbedienza al potere. C’è stato chi ha sostenuto che la grande differenza tra la “media- sfera” e la “blog- sfera” consista nel fatto che nella prima c’è un controllo piramidale dei flussi informatici, come nei sistemi industriali, mente nella seconda ci sarebbe maggiore libertà perché composta da individui e non da organizzazioni. Una forzatura bella e buona.

«Gli studiosi di comunicazione dovrebbero ricordare, un po’più coraggiosamente, che la differenza tra il giornalismo, così come storicamente lo conosciamo (e cioè quello contrabbandato come vecchio), e il mondo nuovo dell’informazione digitale sta in tre variabili: accelerazione dei tempi fino all’istantaneità, impressionante riduzione dei costi, alta probabilità di liquidazione di verifica delle fonti. Riflettiamo meglio su questi alcuni aspetti. L’istantaneità, ad esempio, è una delle parole che più eccita gli orgasmi difensivi della Rete, ma persino il buon senso può aiutarci a capire che la risposta immediata è quella più pavloviana, reattiva e spesso puramente muscolare. Non aiuta cioè le relazioni ma anzi le destabilizza. Se prendiamo in considerazione poi la stessa questione della riduzione dei costi, è vera sul piano comparativo ma non certo in assoluto perché solo i più ingenui possono credere nella storiella della gratuità della Rete, e ormai la letteratura sul business variamente nascosto dietro le testate digitali è venuta allo scoperto. Infine c’è da considerare che la spasmodica corsa alla restituzione di un edulcorato hic et nunc e la falsata percezione di potersi sottrarre a qualunque modello di business, o peggio ancora di mutuarne uno da sistemi produttivi tipici dei media tradizionali finisce per liquidare qualunque possibilità di verifica attendibile delle fonti».

Si torna al punto cruciale: la verifica delle fonti e la funzione di mediazione sociale che svolge il giornalista.

«Se si sommano i tre aspetti sopra elencati ci si accorge che tutto, nella produzione informativa digitale, finisce per favorire una produzione in tempo reale e cioè rendendo virtuale il vero paradigma etico del giornalismo che è la verifica delle fonti. Un tic evidenze delle rimozioni del dibattito sono nel drammatico ritardo con cui si è riusciti ad ottenere un minimo di salvaguardia del diritto all’oblio ».

C’è stato chi, come Grillo, ha invocato, per compiere questa azione di purificazione dalle false notizie, un tribunale del popolo, posizione che mira a cavalcare quel senso comune sopra descritto. È così?

«Colpisce la posizione di Grillo, non in sé (lui sceglie sempre di accendere i toni per bucare le notizie: quindi sta dentro al peggior mercato dell’informazione). Ma stavolta c’è qualcosa di più e cioè l’invocazione del tribunale del popolo. Sfugge a Grillo che già sul piano concettuale questa è la santificazione del populismo, ovviamente alimentato pensando che il popolo ha comunque sempre bisogno di un direttore spirituale. Stamattina a Radio Rai (ieri, per chi legge) è andata in scena una prima prova del tribunale del popolo: un ascoltare ha accusato la trasmissione di non essere indipendente, ma di essere a servizio di un partito. Non ha detto quale e ha chiuso l’intervento alla parola “Partito”. Nessuna prova, nessun tentativo di argomentare, ecco un esempio perfetto di giudice del popolo».

C’è stato anche chi, come Calabresi direttore de La Repubblica, ha sostenuto che il vero giudizio sul giornale lo danno ogni giorno i lettori. Questa posizione, seppure giusta, non rischia di esser solo difensiva, cioè tendente a non prendere atto di alcune immancabili manchevolezze del giornalismo italiano?

«Certo anche la difesa del Direttore di Repubblica è un po’ canonicale, anche perché Calabresi dimentica che i lettori stanno diminuendo. Questo mi porta a dire che non c’è una seria capacità di affrontare il nodo vero del problema: la perdita di autorevolezza e di credibilità del giornalismo ovunque si manifesti. Si pensi, ad esempio, alla dilagante pratica del click baiting(attraverso la quale un contenuto viene confezionato con il chiaro scopo di attirare il maggior numero di utenti per aumentare le visite a un sito e generare, quindi, rendite pubblicitarie online) che, pur con modalità ed effetti differenti, non ha risparmiato neanche le testate più influenti. Ma quale che sia il nostro giudizio individuale e politico, quando si passa agli attacchi ispirati all’hate speech bisogna saper frenare la lingua. Attaccare un giornalista come Mentana è una prova di ignoranza della storia del giornalismo degli ultimi decenni: è uno dei pochi che ha innovato gli stili di offerta informativa, uno che ha cambiato il mercato stesso dell’informazione televisiva dimostrando, se ce ne fosse bisogno, che perseguire il disegno di un’informazione attendibile e compatibile con i linguaggi dei moderni è possibile».

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