Morcellini: “I media facciano la loro parte: impedire l’assuefazione”

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Parenti dei sopravvissuti all'attentato entrano all'ospedale Pasteur di Nizza (Francia), 15 luglio 2016.
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

I media possono contribuire a placare il dolore e anche a sconfiggere il terrorismo. Lo possono fare se spiegano i fatti, se danno una mano a farli capire, se contribuiscono a farceli vivere come fatti collettivi.

Da qual passaporto lasciato sul sedile del camion mieta-vittime, si è scoperto che il folle attentatore, Mohamed Lahouaiej Bouhlel, un trentunenne tunisino nato a residente da qualche tempo a Nizza, era noto alla polizia per atti di violenza, furto e uso di armi ma non era conosciuto dai servizi segreti. Non ha attraversato, dicono i dispacci d’agenzia, quel pericoloso percorso che in genere compiono le persone direttamente o indirettamente legate all’internazionale del terrore. L’uomo era padre di tre figli e stava divorziando. I vicini lo ritraggono come un uomo silenzioso e, soprattutto, non molto religioso. Semmai instabile e depresso, dopo la fine del suo matrimonio. Il dubbio su questa terribile figura, in bilico tra delinquenza comune, malattia mentale e terrorismo, non sminuisce, anzi se possibile accresce l’efferata portata del gesto e dell’immenso dolore seminato.

In che misura il gesto è frutto di delinquenza comune e se così fosse esiste un legame tra questa e il terrorismo?

La domanda che in tanti ci siamo posti, la giro a Mario Morcellini, sociologo da sempre attento ai temi della violenza nella società e al terrorismo. «Siamo in una fase in cui si assiste a questa strana forma di contaminazione tra delinquenza comune e terrorismo. Oltre al terribile dramma di Nizza – sul quale mancano ancora elementi precisi per poterlo decifrare nella sua vera portata – va ricordato che un episodio analogo lo abbiamo già vissuto, di recente anche negli Usa. C’è qualcosa di nuovo rispetto ai modi con cui si è presentata fino ad oggi l’azione violenta matrice terroristica. Sia di quella conclamata sia di quella suggerita. Bisogna stare attenti che questo legame tra delinquenza comune e terrorismo non divenga terreno fertile non solo di reclutamento di terroristi ma faccia da detonatore ad azioni individuali violente anche fuori dal contesto terroristico». In che misura il fenomeno di cui parli è legato alle nostre società, così dette avanzate, e in particolare alle grandi aree urbane e alle immense periferie? Può essere fatta, partendo dal particolare, una qualche considerazione generale? Certo che va fatta. La modernità produce “irregolarità sociale”e non la produce solo nei luoghi tradizionali. In quei luoghi che di solito prendiamo in esame, cioè nelle società postcapitalistiche. Queste irregolarità si producono anche in alcuni sistemi che restano ancorati a culture tradizionali, dove gli elementi delle ideologie anche legate alla religione, hanno ancora un peso. O in società nelle quali la modernità capitalistica e la tradizione culturale si fondono, generando nuove forme d’irregolarità. Questo terrorismo è il segnale più evidente di una cattiva integrazione nella società.

Oltre al dolore, se oltre al dolore si può andare, questi gesti disperati sono solo segno di questa demoniaca potenza delle centrali del terrore o ci segnalano anche qualcos’altro?

Questi gesti disperati mostrano anche una certa difficoltà dell’Isis, difficoltà non solo militare ma anche nel modo che ha di seminare il terrore. È costretta, ad esempio, a cavalcare sempre più questo terreno “dell’ambiguità”. Il gesto di Nizza è ambiguo per la forma con cui è stato compiuto, l’uso del camion, che per la personalità dell’attentatore e, ancor di più, per il modo con cui è stata fatta la rivendicazione. Tardiva e insicura. È un indicatore delle difficoltà del terrorismo. È come se fosse costretto a ricorrere a cascami, a pratiche improvvisate e casuali. A usare, cioè, le retrovie, pescando tra individui dalla ambigua personalità o appropriandosi di singole azioni scellerate. Per molto tempo l’Isis si è presentata come la centrale del terrorismo massimamente efficiente, del terrorismo 2.0. Di una centrale capace di usare reti invisibili, tecniche ricercate e le armi portenti. È un evidente arretramento di questo volto spavaldo e efficiente del terrorismo.

Perché questo tuo giudizio che va un po’ contro corrente?

Perché le nostre democrazie stanno mostrando di saper reggere l’urto. Pensiamo a quel che è accaduto ieri notte anche da un punto di vista simbolico. Pensiamo a cosa significa, per noi, il 14 luglio. In tre parole (liberte, egalité fraternitè) racchiudiamo il senso più ampio di una moderna universalità. Se attaccano questi valori è perché il terrorismo non è stato capace di competere proprio su questo terreno: non regge, cioè, di fronte alla forza dei nostri valori. Per questo aggredisce e ricorre a personaggi folli o ai delinquenti. Non è capace l’Isis di produrre valori altrettanto forti e universali. Per questo semina morta ma per questo viene s confitta”.

Un’ultima annotazione. Parliamo del ruolo dei media. È inevitabile.

Certo. Le considerazioni particolari poiché viviamo in una società fatta di media. Dobbiamo far sì che la narrazione di questi tragici fatti non si limiti al solo resoconto o, peggio, alla drammatizzazione degli eventi. Non serve il clamore, l’ostentazione delle cifre delle vittime: non servono effetti speciali. I media possono contribuire a placare il dolore e anche a sconfiggere il terrorismo. Lo possono fare se spiegano i fatti, se danno una mano a farli capire, se contribuiscono a farceli vivere come fatti collettivi. Finora le società occidentali hanno retto bene di fronte al grande pericolo dell’assuefazione. I media oltre a informare correttamente e tempestivamente, dovrebbero aiutarci proprio in questo: ad impedire l’assuefazione.

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