Migliore alla minoranza dem: “Confondete la sinistra con l’antirenzismo”

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Gennaro Migliore arriva nella sede del Pd per la riunione convocata da Matteo Renzi sull'agenda di governo, 27 febbraio 2015 a Roma. ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

Dal Parlamento al lavoro, dal sindacato alla Rai: Simone Collini intervista Gennaro Migliore

«Sono stato in minoranza sia dentro un partito che in una coalizione e ho sempre vissuto i momenti di differenziazione nel voto come drammatici, non ordinari, inevitabili in un cambio di fase. Invece qui, oggi…». Pausa, rewind, spiega per chi ne abbisogni: Gennaro Migliore è entrato oltre vent’anni fa, venticinquenne, in Rifondazione comunista, ritrovandosi a più riprese in minoranza all’interno dell’Unione e poi anche perdendo una battaglia congressuale nel Prc, prima di abbandonarla per Sel, in cui pure, a un certo punto, ha iniziato a muoversi su posizioni sempre più critiche nei confronti dei compagni con cui aveva fondato il nuovo partito. Però non ricorda molti suoi voti in dissenso. Mentre ricorda cosa successe a Turigliatto, senatore Prc che non votando insieme agli altri senatori dell’Unione fece andare sotto il governo Prodi: «Venne espulso. E non vorrei che fosse considerato un eroe dai rappresentanti della minoranza». Ma questo lo dice dopo. Riprendiamo il nastro da dove si è interrotto. Da quel «qui, oggi…». Vale a dire dal Pd, nel quale Migliore è entrato qualche mese fa. Play: «…c’è da parte di alcuni una decisione deliberata a sottrarsi a qualsiasi principio di convivenza».

Non accuserà anche alcuni suoi colleghi di voler scatenare un “Vietnam” in Parlamento?

«Ma no, nessun Vietnam, piuttosto un Niet-nam…»

Lei fa battute ma gli esponenti della minoranza sostengono che se in alcuni passaggi hanno votato no è perché c’è stata una mancanza di confronto.

«In questi mesi in cui sono entrato nel Pd ho partecipato a non so quante riunioni, a quante discussioni, ci siamo confrontati e alla fine abbiamo votato e preso delle decisioni negli organismi dirigenti».

Se su alcune questioni ci sono parlamentari che votano in maniera difforme o che chiedono di riaprire il confronto, la discussione non è stata così prolungata e approfondita, non crede?

«La verità è che ormai siamo a un cortocircuito, c’è chi vota contro per dimostrare che non c’è dialogo, o che c’è uno spostamento a destra quando, per dirne una, faremo più noi sui diritti civili di quanto abbiano fatto tutti i governi di centrosinistra messi insieme. La verità è che all’interno della minoranza qualcuno ha confuso la sinistra con l’antirenzismo».

Accusa pesante, che andrebbe sostanziata…

«Basta guardare ai fatti. Io vedo solo un’azione tesa a logorare una proposta governativa. La sinistra è un punto di vista sul mondo, non su Renzi. Quali sono le proposte alternative della minoranza? Al di là dell’opposizione al segretario non c’è a volte neanche una discussione sul merito delle cose».

Per esempio non le sembra fondata la critica a una legge elettorale che prevede ancora una quota di nominati e dà il premio di maggioranza a una lista anziché a una coalizione?

«Intanto mi sembra significativo che questa fase di scontro si sia aperta proprio sulla legge elettorale, la materia più politicista che c’è, la meno legata alla propensione naturale della sinistra a occuparsi della società. Dopodiché va bene, parliamone: si vuole criticare una legge che spazza via le coalizioni furbesche del Porcellum, nate solo per prendere il premio di coalizione? Le sembra una battaglia di sinistra rivendicare una politica delle alleanze che ha distrutto ogni progetto riformatore? L’impotenza dell’Ulivo, dell’Unione e per certi versi anche di Italia bene comune deriva da una frammentazione con relativa aggregazione che spesso non aveva carattere politico ma solo di difesa di una rendita di posizione».

Anche le critiche alla riforma della scuola, contro cui hanno manifestato molti insegnanti, o al Jobs act, criticato dai sindacati, le sembrano strumentali?

«Sì se vengono anteposte agli elementi oggettivamente migliorativi introdotti, dall’assunzione in controtendenza rispetto al passato di centomila insegnanti all’estensione delle tutele per i precari. Elementi che si finge di non vedere da parte di chi punta al logoramento in Parlamento o chi, come il sindacato, porta avanti uno scontro più di natura politica che contenutistica».

Non ritiene che il Pd debba ricostruire un rapporto più positivo col sindacato?

«Sì, fermo restando che secondo me il punto principale da cui ripartire nelle relazioni è una legge sulla rappresentanza. Che non è il pasticcio fatto da Confindustria e Cgil. Servono nuove norme che diano potere direttamente ai lavoratori, che poi si associano in sindacati e che vengono chiamati a votare sui contratti».

Venerdì c’è una Direzione ad hoc sul Sud: lei che è di una città del Mezzogiorno cosa dice dovrebbe uscire da quella riunione?

«Intanto il messaggio chiaro che il Sud è questione nazionale e non sommatoria di questioni regionali, perché è una follia tutta italiana che il piano per l’utilizzo dei fondi europei viene formulato regione per regione. Basta vedere cosa è successo alla Campania, costretta a chiedere una proroga perché Caldoro non ha speso due miliardi di euro. Poi serve una sorta di mini Cipe per accelerare lo sblocco di tante infrastrutture, una riforma che sottragga ai potentati locali la possibilità di interdire le dinamiche di sviluppo e infine un investimento sulle grandi aree metropolitane, in particolare Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Bari, che sono più di tutti i motori che arrancano e che invece devono essere accesi per ripartire».

Lei che è membro della commissione di Vigilanza Rai cosa dice, non è una sconfitta nominare il nuovo Cda ancora con la Gasparri?

«Lo prescrive la legge, e facciamo questo passaggio per approvare finalmente la riforma».

Il nuovo testo prevede la nomina dell’ad da parte del governo e la maggioranza del Cda scelto dal Parlamento: cosa risponde a chi sostiene che la politica non uscirà dalla Rai?

«Rispondo che per me devono restare fuori i clienti della politica, non la politica che comunque ha una responsabilità nel garantire un servizio pubblico che deve essere universale e non deve avere cedimento a logiche esclusivamente di mercato. A meno che qualcuno voglia la democrazia dei sorteggi, non vedo dove sia il problema».

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