Mieli: “In Europa è finita l’era delle cambiali a lunga scadenza”

Referendum
Il presidente di Rcs Libri, Paolo Mieli, durante la presentazione del libro di Alan Friedman "My Way. Berlusconi si racconta a Friedman", Milano, 7 ottobre 2015. ANSA / MATTEO BAZZI

L’editorialista del Corriere della Sera: “Stesse percentuali del referendum sul divorzio Il voto ha respinto il triennio di governo renziano”

« Nell ’Europa di oggi l’elettorato non concede a nessun governo cambiali a lunga scadenza. Il messaggio subliminale, da parte di Matteo Renzi, era infatti: sia chiaro che se vinco governerò per i prossimi dieci o vent’anni. Ecco, in nessun paese d’Europa questo viene più accettato. L’esame è trimestrale, semestrale al massimo». Paolo Mieli è tra gli osservatori che possono vantarsi di avere previsto con largo anticipo la vittoria del No. Di più, il risultato esatto: 59 a 40. Ma questo sembra avere più a che fare con il suo secondo mestiere di storico che con quello di giornalista.

«Quelle cifre – spiega – mi sono venute in mente perché erano le percentuali del referendum sul divorzio, su cui ho molto riflettuto per cercare di capire come mai la chiesa, la Democrazia cristiana, un leader sperimentato come Amintore Fanfani, con il supporto del Movimento sociale, potessero subire una sconfitta di quelle proporzioni, che all’epoca nessuno immaginava. Tanto che il Pci, suscitando le ire di Marco Pannella, molto si diede da fare per evitare il referendum, convinto com’era di perderlo, di fronte a un blocco che appariva sostanzialmente lo stesso che nel ’48 gli aveva inflitto una sconfitta schiacciante».

Meno gli americani. E il piano Marshall…

«Sì, certo. Resta il fatto che allora quella era la percezione, tanto è vero che appena un anno prima il segretario del Pci, Enrico Berlinguer, a quel blocco aveva teso la mano, con la proposta del compromesso storico. Insomma, una vittoria del divorzio, in quelle proporzioni, allora non se l’aspettava nessuno».

E come si è spiegato il fenomeno?

« L’elemento decisivo, oltre naturalmente ad altre mille cose che sono state dette a posteriori, fu che quel blocco non era più compatto, era percorso da una vistosa incrinatura, dai cattolici per il No ai tanti sacerdoti che non ne seguirono le indicazioni. Invece il fronte pro-divorzio era molto compatto, pur nel suo essere molto variegato. Andava infatti dai liberali ai comunisti e non prefigurava certo una maggioranza di governo, ma questo fu un elemento di forza e agilità».

Come oggi per il fronte del No?

«È ovvio che tra i due casi i distinguo da fare sarebbero infiniti, sto parlando solo di una somiglianza morfologica, ma sì: anche allora era uno contro tutti. E il fatto è che in questi casi “tutti” non fanno mai “establishment”, anche se dentro ci possono essere pezzi di establishment. Tutti fanno tutti, e uno fa uno. Per questo “uno contro tutti” è una formula pericolosissima nei referendum. È la stessa formula che infilzò Craxi nei due referendum Segni a inizio anni 90».

Basta questa notazione «morfologica» a spiegare una sconfitta così netta?

«Naturalmente le ragioni sono tante: il fatto che nessuno, a parte Renzi, apparisse particolarmente convinto, per esempio. Molti, tra coloro che si sono schierati per la riforma, lo hanno fatto alla Cacciari, dicendo: fa schifo, ma votiamola lo stesso. A parte Renzi, ripeto, che secondo me ha fatto la migliore campagna possibile. Ma la compagnia attorno a lui appariva davvero poco convinta. Forse ha pesato anche il fatto che chi si schierava per il Sì sui social network veniva immediatamente investito da una serie di improperi che non trovavano assolutamente l’uguale dall’altra parte. Ma la ragione di fondo è che il vento era contrario, che questa non è epoca, in Europa, per costruzioni proiettate sulla lunga durata».

Per quale ragione?

«Perché l’Europa è stata costruita per i tempi delle vacche grasse e non aveva messo nel conto quelli delle vacche magre. E come abbiamo scoperto ormai da otto anni, tutti i paesi che sono in ristrettezze se la prendono con le istituzioni comunitarie. Certo è che da ora in poi governare sarà ancora più difficile. E in Italia lo si vedrà presto, alle politiche, a cui si andrà con una legge elettorale certo più proporzionale dell’Italicum e da cui di conseguenza non credo emergeranno maggioranze stabili, destinate a durare fino alla fine della legislatura, che presentino un progetto e lo realizzino. Questa è una fase dove a malapena sopravvive chi naviga a vista, e appena a qualcuno capita di annunciare una proposta più lungimirante, come aveva fatto Angela Merkel sull’immigrazione, sono guai. Insomma, si è aperta una nuova fase e Renzi non se ne è accorto, o forse semplicemente non era adatto. Sta di fatto che la proposta del triennio renziano, l’insieme costituito da azione di governo, riforme e dalla sua stessa figura, tutto questo è stato respinto in modo inequivocabile».

E adesso, secondo lei cosa dovrebbe fare?

«Renzi è giovane e ha talento, se vuole avere una seconda chance, dovrà dimettersi da capo del governo e da segretario del Pd. E dovrà assumere un atteggiamento molto collaborativo con il suo successore, sia a Palazzo Chigi sia al partito, come fece dopo le primarie perse contro Bersani, per non apparire come uno che siccome è stato sconfitto spera che tutto vada in malora. Deve sapere aspettare. Dopodiché, non illudiamoci: il meteorite è caduto sull’intera sinistra, perché mentre il mondo grillino e quello della destra non si sono divisi e hanno anzi trovato punti di contatto, nel mondo della sinistra si sono spaccate famiglie. La riforma ha fatto litigare tutti, non solo i politici: mogli con mariti, registi con attori, pittori con pittrici. C’è stata una vera lacerazione, di cui si porteranno i segni».

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