Mieli e la grande illusione dell’89: “Nulla è andato come credevamo”

Politica
Il presidente di Rcs Libri, Paolo Mieli, durante la presentazione del libro di Alan Friedman "My Way. Berlusconi si racconta a Friedman", Milano, 7 ottobre 2015. ANSA / MATTEO BAZZI

Lo storico: “L’idea di esportare la democrazia con la forza delle armi è fallita, oggi non darei più la mia adesione a interventi con una proiezione democratico-illuminista su realtà ben più complesse”.

«Niente di quel che pensavamo allora, checché se ne dica oggi, è andato per il verso giusto». Paolo Mieli, che gli sconvolgimenti del 1989 ha osservato e studiato due volte, per dir così, da giornalista e da storico, parte da una considerazione autocritica, nel commentare il saggio di Biagio de Giovanni pubblicato ieri sull’Unità.

Cosa intende dire?

«Intendo dire che il saggio di de Giovanni rappresenta a mia memoria il primo serio tentativo di fare i conti in maniera esaustiva con le illusioni di quella fase, a venticinque anni dalla fine del comunismo. Perché è quella la data fondamentale, il 1991, con il crollo dell’Urss, la prima guerra del Golfo e l’inizio del disfacimento dell’ex Jugoslavia. Anche se ovviamente le radici di tutto questo sono nella caduta del Muro, ed è logico partire da lì, è il 1991 l’anno in cui matura la grande illusione di cui parla de Giovanni: l’idea che quello che lui chiama il modello “libero mercato + diritti” potesse risolvere tutto, con grave sottovalutazione della dimensione tragica della politica. L’idea dell’Europa “potenza civile”. Cioè l’idea di un equilibrio mondiale in cui l’America ci metteva la forza e noi la cultura».

Perché parla di illusioni?

«Partiamo dalle guerre. Ebbene, con l’eccezione dell’ex Jugoslavia, dove pure c’è un equilibrio ancora instabile ma che comunque è un equilibrio, tutte le guerre degli ultimi venticinque anni, con o senza mandato Onu, con o senza bandiera Nato, dalla Somalia all’Iraq, dall’Afghanistan alla Libia, ci hanno lasciato tutte una situazione peggiore di quella in cui erano cominciate».

Mieli, sarà mica diventato pacifista?

«Attenzione: io non discuto la legittimità di quelle guerre, posto che a mio avviso anche chi allora la contestava lo faceva spesso per ragioni ideologiche. Discuto l’efficacia. Guardo agli esiti: da un lato siamo costretti a trattare con i talebani, dall’altra a sperare in un’intesa con i Fratelli musulmani… essendo stato io un convinto sostenitore di quasi tutti quegli interventi, per onestà intellettuale, devo prendere atto di questo bilancio e anzi mi stupisco di quanto poco se ne discuta in occidente».

Se una simile discussione si aprisse, lei cosa direbbe?

«Direi che da oggi in poi, e tanto più dopo la lettura del saggio di de Giovanni, mai più mi spingerò a dare la mia adesione a scelte di intervento militare con una proiezione, diciamo così, democratico-illuministica, su processi che hanno invece una complessità di cui devo prendere atto».

Le si potrebbe obiettare, da sinistra: lei mette tutte le guerre in uno stesso calderone per non ammettere semplicemente il fallimento delle guerre di Bush.

«E allora parliamo della guerra in Iraq. Il punto non è la questione delle armi di distruzione di massa. Il punto è che fu una guerra combattuta in nome della democrazia. Nell’illusione che dopo la vittoria, nel giro di una generazione, a Baghdad avremmo avuto il modello Westminster, o poco meno. Ma quando, otto anni dopo, in Egitto si è prodotto autonomamente qualcosa di simile, con la primavera araba, la caduta del dittatore, libere elezioni, insomma tutto quello che speravamo di ottenere in Iraq, che cosa abbiamo fatto? Abbiamo appoggiato un colpo di stato che ha messo in galera il presidente regolarmente eletto e messo al suo posto un militare. Anche qui, non discuto il fatto che oggi probabilmente con Al Sisi dobbiamo trattare, anche se certo il caso Regeni non può passare sotto silenzio. È solo un esempio che mi serve per dire che non possiamo sfuggire alla contraddizione e siamo dei pazzi se non ci accorgiamo che questa contraddizione parla da sé, a tutto il mondo arabo musulmano, assai più della questione delle armi di distruzione di massa».

L’idea di potere esportare la democrazia in tutto il mondo non è stata però l’unica illusione di quella fase. L’altra, seguendo la traccia di de Giovanni, è una certa idea di integrazione europea. È d’accordo?

«Certamente. Ma le due cose sono legate. Il fatto è che l’equilibrio internazionale prima della Seconda guerra mondiale si reggeva su più potenze. Dopo, su due superpotenze. L’illusione dell’89-91 è stata pensare che si potesse costruire un equilibrio su una sola potenza, l’America, con accanto un filosofo, l’Europa, che peraltro non si è dimostrato in grado nemmeno di finire gli studi e prendere la licenza liceale».

Cosa glielo fa dire?

«Il fatto che l’Europa, come ci era stata promessa, doveva essere una potenza politica dotata della forza economica conseguente. Ma senza la testa politica, questa entità economica sempre più larga non sta in piedi. E la crisi ne ha svelato tutte le fragilità, a cominciare dall’idea che gli operai di Düsseldorf vogliano lavorare sei ore in più al giorno per pagare i debiti dei paesi dell’Europa meridionale. Noi entrammo in Europa firmando dei patti e dicendoci: meno male, così finalmente saremo costretti a raddrizzare tutte le storture che hanno prodotto il debito. E certo ora non risolveremo il problema chiedendo all’Europa di allargare i cordoni della borsa, o aggrappandoci a qualunque pretesto per ottenere sempre nuove deroghe: e prima per gli investimenti, e poi per le riforme, e poi per l’immigrazione…».

Non vede il rischio che la linea dell’austerità continui ad alimentare il populismo antieuropeo?

«L’Europa non finirà per colpa del populismo. Perché anche quello che oggi chiamiamo populismo non è che la riproposizione su scala continentale di un fenomeno che noi conoscemmo bene, propr io a l l’in izio degli anni novanta, con l’esplosione della Lega Nord, e che esorcizzammo in maniera miope ridendo dei modi di quelle nuove leadership invece di cogliere il segnale d’allarme e provare a risolvere i problemi».

Quindi, secondo lei, ha ragione la Germania a difendere la linea dell’austerità e la non condivisione dei rischi sul debito con l’Europa meridionale, così come aveva ragione la Lega che denunciava il «sacco del Nord» a beneficio del Mezzogiorno. Sicuro che non avessero torto entrambi?

«Attenzione. Non sto dicendo che la Lega avesse ragione. La Lega non aveva ragione, ma noi avremmo dovuto risolvere il problema reale che stava alla base del suo successo, e cioè che c’era una parte del paese in cui si dissipavano una gran quantità di risorse».

Anche la Germania ha avuto questo problema, dopo l’unificazione, con la sua parte orientale. E lo ha risolto con massicci investimenti pubblici, mettendoci sopra un’enorme quantità di risorse…

«E anche sfondando i tetti imposti dai parametri europei».

Ecco, appunto. Come risponde a questa obiezione?

«Rispondo che sarei anche d’accordo con chi dice che dovremmo fare lo stesso, nei tempi in cui si son visti i risultati in Germania. Anzi, se così facendo, nell’arco di sei o sette anni, raggiungessimo anche solo un decimo di quei risultati, direi di continuare per almeno un secolo. Ma se invece le risorse investite finissero come da tradizione italica, si dimostrerebbe che purtroppo, per condizioni che ancora non ho capito e che devo studiare meglio, da noi quelle politiche non si possono realizzare. C’è poco da fare: per il problema dei forestali siciliani bisognerà passare. Sarà doloroso, ma non si potrà evitare».

Se la pensa così, sarà anche d’accordo con quella parte della classe dirigente tedesca che accusa Draghi di permettere a noi indebitati spendaccioni dell’Europa meridionale di rinviare le cure lacrime e sangue. O no?

«Al contrario: io penso che sia stato proprio Mario Draghi a consentire all’Europa di sopravvivere nonostante l’obiettività dei problemi di cui dicevamo. Mi colpisce semmai come, all’indomani di ogni tempesta, tutti lodino la bravura di “Super Mario”, ma facciano poi finta di non sentirlo quando ripete che non potremo continuare così a lungo. E far finta di non sentire contribuisce a esporlo alle critiche tedesche. Del resto, lo abbiamo visto: tutte le volte che si aprono i cordoni della borsa i soldi finiscono nelle tasche dei vari “Batman” della politica…».

Non le pare un giudizio ingeneroso nei confronti della politica?

«Vuole la prova? La vicenda dei tagli alla spesa pubblica, nella sua comicità, sta lì a dimostrarlo: ognuno dice di aver tagliato tutto il possibile, e ogni volta, poco dopo, arriva un altro che dice di avere scoperto che ci sono più autoblu nel tal ministero che in tutta la Gran Bretagna, e così via. Morale: quello che mi domando, leggendo il saggio di de Giovanni, è come abbiamo fatto a non renderci conto non dico nello stesso 1991, ma fra 1991 e 1992, di quanto erano visibili già allora i temi che adesso, dopo ventincinque anni, siamo ancora qui a discutere».

E che risposta si dà?

«Che da noi i problemi veri, salvo brevi momenti critici, non vengono visti nella loro oggettività, ma valutati in base al presunto vantaggio che ne potrebbe trarre questa o quella forza politica. Da noi non si discute mai del merito. Direi anzi che grazie al saggio di de Giovanni è forse la prima volta da anni che mi capita di poter discutere di queste cose senza dover citare Grillo, Renzi o Salvini. Anche solo per questo, penso che de Giovanni andrebbe fatto santo».

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