Mieli: “Con i diritti civili cambiava l’Italia”

Berlinguer
Enrico Berlinguer durante il suo ultimo comizio, poco prima di sentirsi male, il 7 giugno 1984, a Padova. ANSA / ANDREA MEROLA

Per l’ex direttore di “Stampa” e “Corriere della Sera” Berlinguer è una «fortissima icona nazionale»

Paolo, tu hai uno sguardo particolare che unisce quello del giornalista che segue le cronache del suo tempo e quello dello storico. Hai seguito questo dibattito su l’Unità a proposito dell’eredità di Berlinguer?
«Certo e lo ho trovato molto interessante. Il saggio di de Giovanni che lo ha aperto è di assoluto valore e tutti gli interventi, tra cui mi sono piaciuti in particolare quelli di Petruccioli, Mancina, Marcello Flores, La Forgia mi hanno restituito punti di vista interessanti. Compreso quello di Napolitano, che ha preferito con discrezione farlo su un altro giornale. E con qualche eccezione su cui sorvoliamo».

Cominciamo allora dalla figura di Berlinguer. Una figura per certi aspetti mitica e in cui molti si rispecchiano. Claudio Velardi ha sostenuto che ciò è dovuto anche alla memoria selettiva, che ciascuno di noi applica rispetto al passato, selezionando ciò che lo appaga e cancellando i dati che contrastano con la sua visione del mondo. Sei d’accordo?
«Diciamo così. Per Berlinguer funziona nella storia quello che chiamerei il “meccanismo Che Guevara”. Il modo in cui è vissuto e soprattutto quello in cui è morto ne fanno un eroe positivo. Poi nessuno si mette a discutere degli scritti e della vita di Che Guevara, che ben pochi hanno letto e conoscono».

Quindi è diventato un’icona, mi stai dicendo.
«Certo una fortissima icona, almeno a livello nazionale. È un meccanismo che funziona spesso nelle vicende storiche. Berlinguer è una delle poche immagini positive della storia politica della prima Repubblica e una delle 4 o 5 grandi personalità della sua epoca. Certo non fu il solo. Ma per alcuni, ad esempio De Gasperi, ci sono voluti 50 anni prima che se ne riconoscesse pressoché unanimemente il valore. Anche da parte degli avversari. Per Berlinguer invece, per il modo in cui è morto, questo riconoscimento è stato immediato. Non è una vicenda nuova. Negli anni successivi all’Unità di Italia la figura di Cavour, scomparso subito dopo l’Unità, fu osannata anche dai suoi avversari e usata contro i suoi successori in nome della memoria di un Risorgimento tradito. Aggiungi che Berlinguer aveva poi un profilo privato molto particolare. Un uomo schivo, geloso della sua privacy, con un tratto appartato e positivamente aristocratico che confliggeva con il desiderio di apparire, di sembrare emancipati di tanti altri uomini politici, che oggi è arrivato a punte estreme. Poi impose due parole d’ordine, austerità e questione morale, che fecero breccia e anticiparono anche alcuni temi successivi. Solo che lui le declinò in un modo tutto politico in funzione antisocialista, con il contributo determinante di Tonino Tatò. Un’offensiva sproporzionata. Anche perché se uno parla di questione morale deve prima guardare in ogni casa (compresa la sua)».

Ti riferisci all’oro di Mosca? Alla vicinanza con cooperative e imprese varie che finanziavano il PCI in cambio di corsie preferenziali?
«Non solo. Anche nel PCI c’era un ceto politico che è cresciuto facendo un uso disinvolto del denaro pubblico. Persino la storia che ho letto in questi giorni sui debiti dei DS scaricati sullo Stato fa pensare».

Secondo te questo modo di porre la questione morale è stato anche il modo per fondare una specie di superiorità antropologica dell’uomo comunista rispetto agli altri?
«Questa fatto gli preesisteva ed era in buona parte dovuto al largo consenso e comunque alla non ostilità di quasi tutta l’intellettualità italiana. Ben prima di Berlinguer è una partita che ha vinto Togliatti. Poi nella storia di tutti i partiti comunisti c’è questo sentirsi “a parte” dal resto del mondo. Una separazione che ha giustificato qualsiasi nefandezza. Quanto all’austerità insieme al richiamo alla sobrietà dei costumi conte neva una venatura fortemente antimoderna, quasi pasoliniana, una polemica contro la società dei consumi con cui Enrico Berlinguer metteva insieme pezzi di cultura comunista, cattolica ed azionista. Quella per capirci che polemizzava contro la TV a colori. O la pubblicità. Certo, devo aggiungere una cosa. La questione morale è stato ed è un materiale esplosivo. Da una parte ha consentito a pezzi del PCI di sopravvivere a “Mani Pulite” e conservare il patrimonio dentro le sue Fondazioni, dall’altra ha aperto la strada a Bossi, persino a Berlusconi e a Grillo».

Veniamo al secondo tema che ti voglio proporre. Berlinguer e l’Urss, Berlinguer e il mito della rivoluzione d’Ottobre, Berlinguer e la collocazione internazionale, Berlinguer e la fuoriuscita dal capitalismo. Condivi l’idea che Berlinguer nonostante le sue affermazioni a favore della democrazia e di critica all’URSS non riuscì a definire un profilo compiutamente democratico?
«Berlinguer è stato in ritardo. Non c’è nulla nel suo pensiero politico che fosse non dico in anticipo, ma nemmeno al passo coi tempi. La sua affermazione sui “tratti illiberali dell’URSS” è della metà degli anni 70. L’“esaurimento della spinta propulsiva” è del 1980. Nel frattempo veniva dato il Nobel a Solgenitzein e c’era stata a Venezia la biennale del dissenso che il PCI aveva cercato di boicottare. I fatti erano sotto gli occhi di tutti, compresi i dirigenti comunisti che quei Paesi conoscevano bene. Di quel passo ci sarebbero voluti altri 1.000 anni prima di arrivare a riconoscere come stavano le cose. Cioè che il comunismo reale è stato realizzato ovunque in modo dispotico. Sottolineo ovunque. Berlinguer è morto nel 1984. Mancavano solo cinque anni alla caduta del muro e alla dissoluzione dell’impero sovietico. Solo cinque anni! Solo nel 1986, trent’anni dopo l’intervento sovietico, Ingrao ha riconosciuto l’errore compiuto nel ’56 rispetto alla rivoluzione ungherese, dove era stato impiccato dai sovietici il capo dei comunisti ungheresi, Imre Nagy. Trent’anni! Un’era geologica. Trent’anni è il tempo medio di un partito comunista (o postcomunista ) per riconoscere i propri errori».

E l’eurocomunismo ?
«La stessa vicenda dell’eurocomunismo fu solo un escamotage del tutto ininfluente. Una trovata senza conseguenze, basta vedere la fine fatta dai partiti comunisti francese e spagnolo. Una storia che non ha lasciato traccia».

Furono maggiori invece i suoi meriti in campo nazionale…
«Certo, ma Berlinguer non seppe cogliere l’occasione di un Paese che si affacciava al vasto campo dei diritti civili. Visse Pannella come un nemico, schiaffeggiato fuori da Botteghe Oscure. Subì la vicenda del referendum del divorzio, schierandosi solo alla fine dopo avere cercato ogni compromesso possibile con la DC e la stessa cosa fece con l’aborto. Se il PCI avesse sposato più largamente, con una strepitosa apertura, quel mondo si sarebbe saldato con una parte viva della società italiana, che andava in quella direzione. Invece scelse l’unità nazionale, il compromesso storico e il rapporto con la DC. Un modo per non diventare maggiorenne e coprire i propri ritardi, proponendo di farsi cooptare dal ceto politico preesistente. Non scelse l’alternanza per via parlamentare, ma il consociativismo. Un tratto per altro caratteristico della vita politica italiana. L’Italia è stato l’ultimo paese nel mondo occidentale a vedere un governo installarsi in seguito a una vittoria elettorale contro la parte avversa che aveva vinto e governato in precedenza».

Ultimo capitolo. Il nuovo inizio. Perché il PD e poi i DS non sono stati un vero nuovo inizio e poi la prima fase del PD è stata più un tentativo di mettere insieme culture politiche e ceti politici che quello di costruire una cultura politica innovativa?
«Intanto il mito del nuovo inizio io lo boccio completamente. Quando qualcuno deve uscire da una sconfitta battezza la fase successiva come il nuovo inizio, soprattutto se continua ad essere lui a comandare. Il nuovo inizio lo devono fare i nuovi. Quando sono i vecchi che fanno il nuovo inizio è solo un’antica storia con un nome riverniciato. Anche Veltroni nel 2007 ha detto cose sensatissime, ma ha avito il limite di obbedire alla succitata legge del “nuovo inizio”».

E Renzi ? Il suo è un nuovo inizio perché lui è un uomo “nuovo”?
«Io so per certo che Renzi ha prodotto una nuova fine. Forse definitiva di tutto quello che c’era prima di lui. Ha scritto il “the end” della storia comunista, post-comunista, post-post-comunista e della sinistra democristiana, che viveva in subaffitto in quella casa».

Insisto. Renzi è un nuovo inizio? O, se preferisci, può essere l’autore dell’atto fondativo di un Partito che non ha più nulla a che vedere con quella storia e che invece si fonda sui valori di una sinistra pienamente democratica e liberale?
«Renzi è il segretario del partito più importante della sinistra europea. Uno dei pochi per altro che è anche al Governo. Ed è in posizione per vincere le prossime elezioni politiche. Anche se non è affatto scontato come sembrano pensare i suoi avversari interni».

Perché, secondo te, Renzi è restio a dare una visione organica delle sue idee fondanti e preferisce la comunicazione informale?
«Io penso che faccia bene a non farlo. La fase nostra e anche quella europea è strana, molto mobile. Siamo ancora dentro la crisi, economica e non solo. Forse abbiamo solo cominciato ad uscirne. Le grandi dichiarazioni, se guardi alla storia dei partiti di sinistra europea sono servite, vedi Bad Godesberg, più a chiudere le vecchie fasi. Chiudersi le porte alle spalle è altrettanto importante che aprirne delle nuove. E lui ha abbassato la saracinesca in modo definitivo su un’epoca storica. Prima di giudicarlo aspetto di vedere se e come e vincerà le lezioni politiche. Se e come tornerà a Palazzo Chigi. E se il PD vincerà, cosa farà nei primi due anni di governo. Prima di allora il nostro non sarebbe in giudizio da storici… ».

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