Massimo Salvadori: “D’Alema sbaglia. Non lo voleva neanche il Pci”

Referendum
massimo-l-salvadori

Massimo Salvadori, classe 1936, storico, professore emerito dell’Università di Torino, ha presentato un appello a favore del Sì al referendum

«Ogni grande referendum ha diviso il Paese, anche quelli del ‘46 e del ‘74. E la minaccia di perdita di democrazia fatta gravare sul “dittatore” Renzi è paradossale». Massimo Salvadori, classe 1936, storico, professore emerito dell’Università di Torino, ieri ha presentato un appello a favore del Sì al referendum, insieme agli storici Vincenzo Ferrone e Giuseppe Ricuperati. All’appello hanno già sottoscritto oltre trenta intellettuali.-

Professore cosa l’ha spinta a partecipare in prima persona per il Sì?

«Il fatto che ci troviamo di fronte a un momento cruciale della vita nazionale, quindi voglio fare tutto il possibile per superare questa crisi italiana che si trascina di anno in anno. Dalla costante debolezza, nel Parlamento, della capacità di votare leggi in tempi rapidi, alla difficoltà dei governi di assumere con forza delle linee di indirizzo. Ecco, credo che votare Sì possa contribuire a fare uscire il Paese da questa situazione pesante che, in caso di vittoria del No, potrebbe esserlo molto di più, al punto da creare una crisi di sistema politico e istituzionale».

Cosa intende per crisi di sistema?

«Una crisi politica, anzitutto, perché si arriverebbe all’obiettivo primario che tiene unita quell’Armata Brancaleone che è il fronte del No, dove sono insieme D’Alema e Gasparri, Grillo, Meloni e Salvini, ovvero far cadere il governo Renzi. Chi è per il No ha dovuto necessariamente legare la volontà di respingere la riforma alla caduta del governo».

Vuol dire che la cosiddetta “personalizzazione” della battaglia sul referendum sarebbe stata inevitabile?

«Sì, la ragione d’essere del governo Renzi è quella di far arrivare in porto le riforme, e chi è per il No accusa questo obiettivo e radicalizza la campagna contro il presidente del Consiglio. Secondo me invece è un atto di responsabilità, da parte di Renzi e di Maria Elena Boschi, aver legato alle sorti della riforma il prosieguo della loro esperienza governativa».

La campagna elettorale si sarebbe radicalizzata comunque? Il Paese è diviso, e metà forse non andrà a votare.

«È sempre così. Pensiamo alle battaglie per il referendum sul divorzio nel 1974 o per quello costituzionale del ‘46. I quesiti che pongono alternative sociali, istituzionali, politiche o civili spaccano il Paese. Nessuno scandalo. Se nel ‘46 la Repubblica avesse perso saremmo stati rigettati indietro nella Monarchia, la sconfitta del No all’abrogazione del divorzio avrebbe ricacciato il diritto di famiglia in una condizione inaccettabile».

E ora a cosa potrebbe portare una sconfitta del Sì?

«A più di trent’anni fa. È dal 1983 che dal seno del Parlamento è nata l’esigenza di cambiare la seconda parte della Costituzione e dal Parlamento stesso i tentativi sono stati sepolti. Tutto si è dissolto nel nulla, dalla commissione Bozzi nell’83 a quella De Mita-Iotti, poi D’Alema con la Bicamerale e così via. Ora questi cantori del bicameralismo perfetto si pongono contro la loro storia, dal ‘46 ad oggi».

Il fronte del No vede nella fine del bicameralismo un rischio per la democrazia. Il professor Zagrebelsky lo ha ripetuto anche ieri.

«Mi meraviglio che proprio Zagrebelsky e i cultori di Pietro Calamandrei, un faro della democrazia, non ricordino che nel 1946-47 era favorevole a una repubblica presidenziale. Il bicameralismo perfetto nella fase costituente non piaceva né al Pci, né alla Dc, né al Psi. Il Partito Comunista e quello Socialista erano per il monocameralismo, la Democrazia Cristiana voleva il Senato delle “profe ssioni”».

Il bicameralismo fu una forma cautelativa, dopo il fascismo?

«Si è arrivati al bicameralismo perfetto perché, come ha spiegato Dossetti, nel dicembre 1947 non c’erano ancora state le elezioni, che si tennero nell’aprile del ‘48, e così i rapporti di forza tra Pci e Dc non erano definiti, non era chiaro chi avrebbe assunto il potere. Socialisti e comunisti volevano evitare che il governo avesse troppo potere decisionali. La Dc invece temeva la vittoria del Fronte Popolare di Pci e Psi. Ecco, il bicameralismo avrebbe rallentato il processo decisionale di chi sarebbe arrivato al potere. Ma lo stesso Terracini disse più volte che avrebbe abolito il Senato; il grande giurista Dc, Mortati, lo aveva definito un “ ingombro”. E poi nel tempo Berlinguer, Ingrao, Iotti, tutti hanno detto che il bicameralismo perfetto era un ostacolo, che si sarebbe dovuto abolire il Senato».

Quindi il bicameralismo perfetto non ha più ragione d’essere?

«Dopo anni di ping pong tra Camera e Senato ne sono stati dimostrati i vizi, se si modifica una virgola a una legge si blocca tutto per due anni. E abbiamo avuto quasi 70 governi in 70 anni. Ora anche l’ex presidente della Consulta, Valerio Onida, con Zagrebelsky dice che le leggi si bloccano per colpa dei partiti e non della Costituzione, eppure se passa questa riforma non succede nulla, anche Bersani ha detto che non cade il mondo…».

Nessun pericolo di autoritarismo del premier temuto da chi vota No?

«La riforma non aumenta i poteri del presidente del Consiglio, anzi accresce le garanzie per le opposizioni anche durante l’elezione del Presidente della Repubblica. Questa minaccia fatta gravare sul “dittatore Renzi è paradossale».

Lo teme anche la minoranza Pd.

«Insomma, mi chiedo in quale partito sia possibile che, quotidianamente da mesi, una minoranza metta sotto accusa il capo del governo e segretario senza che questo “dittatore” in erba abbia mai alzato un dito. Ricordo agli ex comunisti, ora elevati a difensori della democrazia, che Renzi non ha mai trattato la minoranza interna come il Pci trattò il gruppo del Manifesto, espellendolo».

Lo dice a D’Alema?

«D’Alema si è intruppato, ripeto, con Brunetta, Salvini, i grillini, Meloni, Gasparri. Non posso dire altro che de hoc satis, di ciò basta».

Vedi anche

Altri articoli