Martina: “Con Renzi un lavoro di squadra, si compie il salto dall’Io al Noi”

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Martina a Conferenza ministeriale Italia- Africa

Il ministro dell’Agricoltura: “Dal segretario il segnale di apertura che avevamo chiesto. Non è il partito dell’uomo solo al comando”

Ministro Maurizio Martina, a due mesi dalle primarie il Pd è scosso dall’inchiesta Consip che chiama in causa il ministro Luca Lotti e il padre di Matteo Renzi. Che conseguenze avrà sul congresso?

«Voglio dire solo che ho trovato nelle parole di Matteo Renzi una posizione molto forte, molto netta e chiara. Utile per tutti in un passaggio così delicato. Ho fiducia che tutto si chiarirà presto e massimo rispetto per la magistratura»

Sul piano politico, però, che ricadute prevede?

«Invito tutti a concentrarci sul congresso che deve essere un’o ccasione vera di confronto e di contatto con il Paese. Sarà un momento fondamentale per ricostruire, riallacciare e rafforzare il rapporto con gli elettori. Per discutere i nostri limiti e rafforzare le nostre potenzialità. Ognuno faccia la sua parte per aiutare il Pd in questo compito».

La richiesta di dimissioni di Lotti è infondata o gioverebbe un suo passo di lato, come chiede Cuperlo?

«Ribadisco la convinzione che tutto si chiarirà. Ho fiducia in una soluzione rapida. In queste occasioni è meglio limitarsi a poche semplici parole».

Come nasce il suo ticket con Renzi al congresso?

«Nasce dall’esperienza di questi anni e dall’idea che si possa lavorare in maniera plurale e unitaria. Diversi e uniti è possibile: il Pd è nato proprio per questo. Abbiamo fatto – non soltanto con Renzi – u n’analisi delle cose fatte e di quelle da fare. Questa proposta è figlia di un incontro che non rinuncia alla pluralità. È la scommessa di chi prova a dire al Pd in questo passaggio che il tema non è la provenienza bensì l’appar tenenza».

Si tratta, insomma, di tenere in vita il Pd come unione di culture politiche diverse. Obiettivo che al momento non pare scontato.

«Non dobbiamo ritornare alle case da cui veniamo ma andare verso una nuova cultura politica. Contaminarci, darci ancora una prospettiva. Lavorare, in sostanza, alla missione originaria del Pd. In tanti cercheremo di non tornare indietro: non si riavvolgono i nastri della storia. Credo che quello che stiamo facendo sia uno sforzo utile per l’intera comunità del Pd».

Utile sì. Realistico anche?

«Sì. Non ci siamo nascosti i problemi né le debolezze. Abbiamo posto, di nuovo in tanti, a Renzi il tema della svolta del partito. Non solo organizzativa ma anche di pensiero e di contenuti. E il passaggio dall’io al noi si sta compiendo ».

Lei viene dai Ds, ha sostenuto Cuperlo allo scorso congresso. Questo tandem significa che Renzi ha deciso di essere più inclusivo, di contaminar si?

«Non c’è dubbio, e spero che questo cambio di passo venga colto. Abbiamo sempre chiesto al segretario di darci un segnale, adesso non possiamo ignorarlo. Vedo in questa scelta un’occasione collettiva e il nostro compito è lavorare insieme».

Quanto ha contato il peso del “laboratorio Milano”, uno dei pochissimi casi di centrosinistra che vince unito in una città passata da Pisapia a Sala senza scossoni?

«Non ho la presunzione di rappresentare in toto l’esperienza milanese, ma sono orgoglioso di avere dato un contributo. È l’esperienza del Pd più avanzata e mi auguro che diventi punto di riferimento per tutto il partito, la nostra buona pratica. L’ho respirata e so cosa accade quando abbassi gli steccati e unisci le energie».

Milano è un’esperienza esportabile a livello nazionale?

«Lo scambio di idee all’interno del centrosinistra è stato il fondamento della battaglia delle amministrative, un banco di prova molto importante. Adesso dobbiamo portare quel modello dalla Madonnina al Nazareno. Ripeto che il merito è stato di tanti: segretari locali, consiglieri comunali, assessori, circoli, militanti. Noi abbiamo accompagnato il loro lavoro».

Emiliano parla di lobby e partito opaco, Cuperlo sostiene che il ciclo di Renzi è finito. Il Pd sopravvivrà al suo congresso?

«Quando ci si confronta con lealtà e schiettezza non bisogna avere paura del dibattito. Misuriamo le posizioni di ognuno, ma sia chiaro a tutti che dopo il 30 aprile c’è un primo maggio. Giorno di festa e testimonianza, ma anche fondamentale per ribadire che siamo una squadra. Il Pd è l’unico partito che si sobbarca la fatica di una discussione aperta e plurale. Di questi tempi non è facile e non vedo di meglio fuori da noi».

Anche dopo il 4 dicembre, però, c’è stato un 5 dicembre, e non è andata come spera lei. Anzi, forse le basi della separazione si sono poste proprio con i comitati del No. Cosa ne pensa della scissione?

«È stata dolorosa, e io sono in radicale dissenso con quella scelta. Penso che nella costruzione del no al referendum sulla riforma costituzionale da parte di alcuni c’erano già i semi della scissione. Una decisione che ha indebolito l’intero campo del centrosinistra e che rappresenta una responsabilità pesante».

Una responsabilità per chi?

«A mio avviso, per chi se ne è andato. Lo dico con dolore, ma proprio il congresso dimostra che volendo si potevano organizzare spazi di pluralismo interno molto netti. Il Pd non è il partito dell’uomo solo al comando. Non lo era e non lo sarà mai. Chi dice il contrario non guarda in faccia la fatica di tanti, non riconosce una comunità politica che resta la più grande del nostro Paese»

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