Mario Venuti: “Stiamo vivendo una crisi di valori e in giro c’è troppa disattenzione”

Festa de l'Unità
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Il cantante siciliano: “Ormai il nostro stile di vita è diventato iper-frammentato in tutto, nella musica, nella lettura…”

Ha festeggiato trent’anni di musica lo scorso anno. È un cantautore (e chitarrista) che negli anni 80, con la sua musica d’autore – una miscela di ironia e verità profonde – ha contribuito a dare forma al rock italiano. Stiamo parlando di Mario Venuti, un artista le cui canzoni sono senza tempo e risuonano sempre moderne e attuali. In questo periodo sta unendo il jazz alla canzone d’autore. Ed è proprio quello che ha fatto alla Festa Nazionale de l’Unità, nella sua Catania, dove si esibito (qui la fotogallery) con un repertorio basato sulle sue canzoni e su alcuni classici del jazz, portando sul palco anche un sassofonista d’eccezione, Stefano Di Battista.

Lo abbiamo incontrato nel suo camerino, prima del concerto, per parlare di musica e politica, ma non solo. Ormai il nostro stile di vita, ci racconta, è diventato iper-frammentato in tutto, nella musica, nella lettura. Anche nella politica c’è una forte carenza di attenzione. Ma lui la politica la segue, “mi appassiona ancora nonostante si porti dietro una cattivissima reputazione”. E al prossimo Referendum, ci confida, pensa sia giusto tentare il cambiamento, perché sebbene nella riforma possano esserci dei difetti, la Costituzione lui la cambierebbe.


Mario Venuti cosa intendi quando, nel tuo ultimo album, parli de “Il tramonto dell’Occidente”, la tua è una visione pessimista, romantica o è soltanto la realtà?
Purtroppo è la realtà. Penso che tutta una serie di certezze su cui abbiamo basato la nostra vita cominciano a scricchiolarci sotto i piedi. C’è una crisi di valori, una sensazione di spaesamento e incertezza. Alla fine, comunque, il disco cerca di trovare anche delle possibili vie di uscita e nuove basi su cui fondare il futuro.

Vieni dalla Sicilia e nel tuo disco c’è molta sicilianità, a partire dalle collaborazioni con Battiato e Francesco Bianconi. Che legame hai con la tua terra?
Sono sempre rimasto molto legato a questa terra, anche se probabilmente non sono andato via perché non l’ho fatto subito. Per andare via bisogna farlo da giovani, altrimenti questa terra ti imbriglia e non ci si riesce più. Diciamo che il mio è un rapporto di amore e odio. Amo questa terra, ma al tempo stesso ci sono una serie di cose che non sopporto. Vado avanti vivendo questa contraddizione.

Catania è un palcoscenico musicale importante non solo per la Sicilia, ma per tutta l’Italia. Da queste parti c’è ancora molto fermento?
Catania forse ha dato il meglio di sé negli anni 80, il periodo in cui mi sono formato, quando Francesco Virlinzi con l’etichetta discografica Cyclope Records creò una scena di tutto rispetto scoprendo artisti come Carmen Consoli. Tutto sommato qui si vive ancora un po’ di rendita di quel periodo. Oggi ci sono altre realtà interessanti ma forse trovo che sia Palermo ad esprimere nomi molto validi. Penso a Dimartino, Niccolò Carnesi. Tutto un nuovo cantautorato che potremmo definire indie.

Indie, ecco. Qual è la differenza con il cantautorato degli anni 60/70?
Mah, guarda probabilmente è solo una maggiore attenzione al suono, anche se si tratta di un suono non troppo curato, potremmo quasi definirlo naïf e non troppo istituzionalizzato. Indie, appunto. Poi, in fondo, non ci sono altre differenze. I cantautori di quegli anni si portavano dietro l’onta di essere soprattutto parolieri, ma oggi il cantautore è anche più pratico di suono e quindi è giusto che dia un’identità sonora a quello che fa. Alla fine comunque il succo sta sempre in quello che si canta.

Insomma, il suono indie diventa una scelta mirata…
So che alcuni artisti, come Calcutta, fanno volutamente dischi che suonano Lo-Fi, coi pianoforti un po’ sgangherati. Sì, è una scelta e anche ben precisa, che dà una forte identità a quello che fai.

Adesso su quali progetti stai lavorando?
In questi giorni stiamo mixando un disco nuovo che uscirà in autunno o inverno. Un lavoro che si differenzierà molto da quello precedente.

Spostiamoci su un altro argomento, proviamo a parlare di politica. Partiamo innanzitutto dai tuoi lavori: quando scrivi i tuoi testi inserisci spesso temi politici?
Sì, lo faccio abbastanza. Anche se la maggior parte delle canzoni tendono a indagare il privato e i rapporti interpersonali, ci sono dei brani che non si fanno scrupolo di indagare il sociale. Insomma, io non mi tiro indietro. Quando sento la necessità lo faccio. In ogni caso evito di creare slogan con la musica, è un qualcosa di limitante che non mi si confà. Diciamo che le canzoni non sono proprio il luogo più adatto dove mettere uno stemma di partito.

Qual è oggi la salute della politica?
Purtroppo la politica si porta dietro una cattivissima reputazione. Anche se credo che si sia abbruttita perché è la stessa la società che sta prendendo una brutta piega. La politica, d’altronde, non è altro che lo specchio dei cittadini: se un cittadino è disonesto, quando deciderà di darsi alla politica diventerà un politico disonesto.

Ti sei fatto un’idea sul referendum costituzionale?
Guarda, sul fatto che questa non sia la riforma migliore possibile se ne può anche discutere. Però, sai, io stavolta la Costituzione tenterei di cambiarla. Non l’ho mai detto finora, ma credo di essere a favore di questo cambiamento. E poi credo che dopo la quantità di governi che si sono succeduti negli anni ci sia bisogno di un po’ di stabilità. Nessun paese occidentale si è mai concesso il lusso di cambiare governi così velocemente.

Torniamo a parlare di musica, cosa stai ascoltando in questo periodo? Consigliaci tre brani.
Ultimamente i miei ascolti sono abbastanza confusi, forse anche per il modo in cui si ascolta oggi la musica. Spotify e Youtube creano un frullatore di cose che si cercano sul momento. Leggi un articolo, un artista, subito vai a vedere di cosa si tratta e tutto si accavalla, in maniera anche confusa. È da qualche anno ormai che non mi succede di trovare quell’artista che mi fa davvero innamorare fino al punto di comprare tutti i suoi dischi. È successo con Rufus Wainwright, un artista che mi ha influenzato lasciandomi un segno. Lo sento che c’è qualcosa di lui nelle cose che faccio. Prima ancora è successo con Caetano Veloso. Quelli sono artisti modello, fari che ti illuminano e ti mostrano una strada per te nuova e interessante. Oggi sinceramente grandi rivoluzioni in giro non ne vedo anche se, per carità, qualcosa di ben fatto c’è.

Un nome?
Una artista che ho conosciuto per caso si chiama Kutiman, fa dei collage musicali particolari, si accosta forse un po’ di più alla cultura dj, però lo fa in un modo molto interessante e ben suonato.

Visto che parlavi di Spotify, che ne pensi della distribuzione digitale e di tutto questo spezzettamento che c’è oggi nell’ascolto musicale?
Credo che faciliti di molto le cose però può anche non essere un bene. Quando apri il computer è come se aprissi un rubinetto che ti scarica addosso tutto quello che vuoi. Ma tutto questo mare di musica può essere anche controproducente, alla fine può anche confonderti non facendoti cogliere il senso dei brani che ascolti. Qui in Sicilia si dice “u’ supecchiu è comu u mancanti”, cioè l’eccesso è come il difetto.

Un tempo era diverso…
Esatto, fammi essere un po’ nostalgico, una volta quando eri ragazzo un disco te lo sudavi con la paghetta e lo ascoltavi una miriade di volte fino a conoscerlo nota per nota. Adesso lo ascolti una volta e passi avanti.

E poi i dischi stanno diventando soprattutto una raccolta di singoli…
Si, perché oggi la merce più rara è diventata l’attenzione, che si è troppo assottigliata. C’è una decadenza della soglia di concentrazione a cui probabilmente ha contribuito internet. Anche nei concerti accade: nonostante il pubblico abbia pagato il biglietto devi mantenerlo sempre attento altrimenti te lo ritrovi col telefonino davanti a sbirciare su Facebook mentre tu sei lì che suoni per lui.

Anche per la politica è così?
Ah beh, lì è ancora peggio. Perlomeno per i giovani. Lo stesso discorso vale per la lettura. Credo che Facebook abbia ridotto moltissimo la capacità di stare concentrati su un libro per più di qualche minuto. Ormai il nostro stile di vita è diventato iper frammentato e tutte le cose che richiedono un’attenzione prolungata ne soffrono.

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