Mario Biondi: “Nei talent si dimentica la musica italiana”

Dal giornale
Musica: esce domani "Beyond", il nuovo album di Mario Biondi. Roma, 4 maggio 2015. ANSA/UFFICIO STAMPA MARIO BIONDI

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Il musicista che ama la musica nera ricorda: “Negli anni 90 mi dicevano di buttare le mie canzoni cantate in inglese”

Da qualche anno non c’è Natale senza la calda voce di Mario Biondi. Il cantante catanese riveste il successo internazionale di Bejond, disco d’oro uscito in maggio scritto in collaborazione con artisti come Dee Dee Bridgewater e Bernand Butler dei Suede, con una veste più luccicante, uscendo con la Bejond special edition in cui inserisce e reinterpreta cinque brani dei mitici Commodores. «Loro sono proprio “oltre”», racconta il musicista citando quell’oltre che poi è il senso della parola «bejond» in inglese: oltre ogni limite e pregiudizio. I Commodores erano una band che veniva dalla Motown Records, dalla cultura nera , dal funky -jazz più profondo, e nel corso degli anni, grazie a quel genio indiscusso che è Lionel Richie, è passato a suonare della magnifica musica pop, quella che tutti conosciamo». Nel frattempo Biondi continua fino alla fine dell’anno il “Bejond tour” che ha registrato il tutto esaurito in ogni data. Domani, il 28, canta all’Obihall di Firenze, il 29 è all’Auditorium Parco della Musica di Roma e il 30 dicembre al Pala Florio di Bari.

Lei è diventato famoso tardi.

Diventare famoso non era il mio punto di arrivo. Facevo musica perché mi piaceva tanto suonare, cantare, incontrare il pubblico. È stata una scelta di vita. Tant’è che in vent’anni, prima di crearmi il mio spazio e vivere una dimensione più popolare, ho patito, ho sofferto, lavorando nei club pieni di turisti stranieri, a Lampedusa, a Montecatini, imparando le canzoni in inglese, facendo salti mortali per trovare i testi delle canzoni, che a quell’epoca non era così semplice recuperare. Ho fatto anche il corista, ho lavorato con artisti come Ray Charles. E come Gianni Bella: un grande autore, un bravo cantante, una persona speciale. Ero accanto a lui in studio quando realizzò per Celentano, “Io non so parlar d’amore” e anche sentire anche solo accennarlo è stato fantastico.

Com’è nata questa passione per la musica d’oltreoceano?

Mio padre faceva il cantante (l’artista, che si chiama Ranno, ha preso il nome d’arte, “Mario” proprio dal papà, ndr) e mi faceva ascoltare fin da piccolo la musica soul, il jazz. Però questo è scontato. Invece molti non sanno che ho una passione totale per la musica italiana che ha sempre fatto parte della mia vita. Da Baglioni a Venditti, da Lucio Dalla a Pino Daniele e Zucchero, sono artisti che ho seguito e amato tanto e anche scopiazzato da ragazzino.

Alla fine si è fatto conoscere cantando in inglese.

Quando cominciai a proporre le mie cose, parliamo degli anni 90 fino al 2000, la risposta dei discografici era: nessun italiano potrà mai cantare in inglese e avere successo. “Toglitelo dalla testa, butta questa roba e canta in italiano”, mi dicevano. Se la radio della BBC1, grazie al dj Norman Ray, non avesse mandato This is what you are niente sarebbe mai successo.

Oggi è tutto il contrario: i talent propongono cantanti che scrivono e cantano solo in inglese.

Adesso si esagera. Che i ragazzi vogliano cantare e scrivere in inglese ben venga, ma da qui a non conoscere quello che siamo musicalmente, mi sembra troppo. A volte in questi talent senti proporre arrangiamenti di musica anni degli 80 americana e inglese, che è quanto di più popolare ci sia, dimenticando Riccardo Cocciante, Fabio Concato, Sergio Caputo, modernissimo con il suo swing; o, per quanto riguarda la musica elettronica tanto di moda adesso, ignorando l’esistenza di Alberto Camerini che noi abbiamo osannato tanto (e Biondi canta a memoria il ritornello di Tanz Bambolina, ndr.)

Perché ha ambientato il videoclip di “Love is a Temple”, una delle hit di “ Bejond ”, nel Vittoriale a Gardone Riviera?

Perché è il tempio dell’amore, della grande intelligenza, della cultura della passionalità, e di tutto quello che rappresenta Gabriele D’Annunzio. Un genio, un uomo che aveva tutto in testa, la letteratura, l’arte, l’amore, la passione per le donne, una grande mente, un uomo che guardava oltre”.

Com’è la vita di un padre di sette figli?

Credo di essere nato con l’attitudine alla paternità, lo so che sorprende ma sono scelte, atti d’amore, anche se non c’è una ricetta precisa per portare avanti una famiglia così numerosa, cerco di fare del mio meglio, di trasmettergli tutto quello che ho imparato dalla mia famiglia. Non è semplice. Il primo ha 19 anni e l’ultima, la puledrina, 15 mesi. I più grandi, che non vivono con me, sono nel periodo in cui devono affermare la loro personalità a discapito di quella paterna, che di colpo diventa il cattivo, quello che non c’è mai, e via così. So di non essere un padre perfetto. È messo nel conto. Però quest’anno, dopo tanti anni e dopo un tour internazionale che mi ha portato in giro per il mondo, ho chiesto alla mia casa discografica un anno sabbatico proprio per stare più vicino ai figli.

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