Marcucci: “Dietro il ribaltone in commissione c’è la legge elettorale”

Legge elettorale
Andrea Marcucci in una foto d'archivio. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Il senatore Dem: “In Senato accordo Mdp, Ap, Fi e M5s. È un fatto grave da vecchia politica”

Il day after del ribaltone per la presidenza della commissione Affari Costituzionali – un posto che nella logica politica pesa quanto un ministero e che adesso è una casella cruciale per il percorso della legge elettorale – vede toni assai più soft nel Pd. L’allarme però resta alto: «È nata una nuova maggioranza – avvisa il senatore renziano Andrea Marcucci mettendo nel mirino l’asse tra bersaniani e alfaniani con grillini e azzurri – e presto vedremo su quali basi».

Insomma, come ha detto Renzi non si parla di crisi di governo?

«Ci mancherebbe».

Quando Matteo Orfini e Lorenzo Guerini, rispettivamente presidente e vicesegretario del Pd, vanno a Palazzo Chigi e quando ci si appella al presidente della Repubblica, il dubbio viene.

«Certamente quello che è successo in commissione Affari Costituzionali è un fatto grave e pesante, in stile Prima Repubblica. I Cinquestelle hanno fatto un accordo con Mdp, Ap e Forza Italia. Punto. Un accordo un po’ triste di cui noi del Pd prendiamo atto e andiamo avanti».

Continuando ad appoggiare il governo Gentiloni senza dubbi?

«Lo appoggiamo con determinazione e forza. È il nostro obiettivo: adesso ci sono i decreti attuativi della scuola, poi il Def. Non possiamo interrompere questo percorso. Ma questa vicenda è politicamente rilevante: abbiamo presentato un candidato autorevole (Giorgio Pagliari, ndr), non abbiamo fatto un colpo a sorpresa. Confidavamo nel rapporto strutturale all’interno della maggioranza con Mdp e Ap. Invece, loro ci hanno preferito un’alleanza tattica dentro la commissione ».

Alfano, però, in 24 ore ha cacciato il suo senatore Torrisi che non ha voluto dimettersi.

«Sì, prendo atto della posizione di Alfano e la rispetto. Ma le cose lì dentro sono andate in modo diverso. Forse il ministro è rimasto fuori dall’accordo. Ma il fatto è che in commissione Affari Costituzionali è nata una maggioranza diversa».

Con quale obiettivo? La legge elettorale?

«Non credo che abbiano fatto questa operazione per eleggere un presidente destinato a durare qualche mese. Il vero obiettivo è la legge elettorale. Vedremo le loro proposte. Temo l’impantanamento, ma in ogni caso presto si capirà qual è il vero accordo alla base di questa vicenda».

E qual è, secondo lei, il patto fondativo?

«Temo che questi partiti guardino al passato, alla Prima Repubblica. E anche sulla legge elettorale il collante, l’atteggiamento e le scelte vanno in quella direzione. Verso i meccanismi del proporzionale, della palude, di un governo che non governi».

È per questo, quindi, che MdP non vuole governare con Alfano ma vuole un alfaniano alla guida della prima commissione del Senato?

«Ci vedo un po’ di incoerenza. Sono in maggioranza con Alfano, affermano di sostenere il governo, vogliono essere organici alla coalizione ed essere ascoltati. Poi fanno un accordo con tutte le opposizioni e mostrano di avere un asse privilegiato proprio con Ap ».

C’è chi dice che Pagliari non era il candidato giusto e che l’esito era prevedibile.

«Non è vero. Sono bugie. Altrimenti avremmo scelto un altro candidato altrettanto autorevole, che non ci mancava ».

Come ha reagito il premier Gentiloni di fronte alle vostre proteste?

«Il governo deve rimanerne completamente fuori. Non è coinvolto in nessun modo».

E dentro il Pd? È vero che c’è stato un momento di freddezza da parte dei renziani nei confronti del capogruppo Luigi Zanda?

«Noi, lui e tutto il gruppo Dem, siamo le vittime di questa storia. I numeri a Palazzo madama sono chiari e sotto gli occhi di tutti: che la scissione dei bersaniani potesse creare più problemi lì era ovvio. Quindi, credo che Zanda potesse fare poco: ha gestito la vicenda nel modo migliore».

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