Marco Tullio Giordana: “Da Eduardo ai giorni nostri una catastrofe scampata”

Teatro
Il regista Marco Tullio Giordana in posa durante il red carpet della fiction 'Lea', in occasione del Roma Fiction Fest, Roma, 11 novembre 2015. ANSA/GIORGIO ONORATI

Il regista sta portando in teatro “Questi fantasmi!” con gli attori di Luca De Filippo. «Il mio nuovo film? Una storia d’amore a Casal di Principe»

Sono quattro, solo quattro, le regie teatrali firmate finora da Marco Tullio Giordana, che, invece, in quasi 40 anni di carriera, ci ha regalato decine di film, alcuni indimenticabili, e basterebbe citare solo I cento Passi o La meglio gioventù. «Eppure – ammette il regista – sono affascinato dal teatro; farei addirittura più spettacoli che film; al cinema si corre sempre, in teatro, invece, si ha la possibilità di approfondire il lavoro con l’attore. E io adoro lavorare con gli attori». In più, stavolta, ha avuto un grande vantaggio: niente provini, ma un cast che era già tutto nella sua testa.

Parliamo di Gianfelice Imparato, Carolina Rosi, Nicola Di Pinto, Massimo Di Matteo, Giovanni Allocca, Paola Fulciniti, Gianni Cannavacciuolo… sono gli attori della Elledieffe, la Compagnia di teatro di Luca De Filippo, che in questi giorni sta portando in scena, con la regia di Marco Tullio Giordana, Questi fantasmi! di Eduardo De Filippo. Lo spettacolo ha debutto al Teatro La Pergola di Firenze e dal 4 al 6 novembre sarà al Teatro Manzoni di Pistoia, mentre il prossimo anno arriverà a Torino (Teatro Carignano, 18-30 aprile). Ne parliamo con il regista.

Cominciamo dall’incontro con la compagnia di Luca De Filippo, come è nato?

«È un incontro che nasce da un rimpianto, quello di non essere riuscito a fare nulla con un amico, Luca De Filippo. Ne parlavamo da tempo, volevamo fare qualcosa a teatro insieme. Poi lui, purtroppo, ci ha lasciato, uno shock. Questo spettacolo, in fondo, è anche un omaggio a lui. Io e Carolina Rosi, la moglie, che conosco da tempo essendo figlia di Francesco Rosi, che io considero il mio maestro, abbiamo parlato a lungo della possibilità di portare avanti i suoi progetti e alla fine abbiamo deciso di lavorare sulla messa in scena di Questi fantasmi! di Eduardo, un testo che a me è sempre piaciuto moltissimo. L’ho affrontato con tanto amore e tanta passione, è stato anche un po’ come se l’avessi realizzato con Luca questo spettacolo. Lavorare con la sua compagnia mi ha fatto sentire come se stessi in famiglia. E per una volta ho evitato di fare provini».

Lei ha scelto di non attualizzare il testo, ma di seguirlo alla lettera. Siamo, quindi, nella Napoli del dopoguerra, dove convivono l’arte di arrangiarsi, la disinvoltura morale, l’opportunismo, i sogni ingenui e le meschinità… è così diversa la Napoli di oggi?

«No, al contrario, credo che l’attualità di questo tempo sia addirittura sconcertante. Quel senso di catastrofe scampata non solo si avverte ancora nella Napoli di oggi, ma credo si senta in tutta Europa. Anzi, in tutto il mondo. Ho scelto di non toccare il testo perché, in generale, nutro un rispetto profondo per l’autore. Figuriamoci per Eduardo… Anche quando ero bambino, per me il teatro era Eduardo e credo che anche ad un giovane di oggi possa dire ancora tanto perché i suoi testi hanno la capacità di incantare. È questo che deve fare il teatro. Io non dimenticherò mai la mia prima volta a teatro, andai a vedere una Locandiera di Goldoni con la regia di Franco Enriquez, le scene di Emanuele Luzzati, e un cast fantastico… Ecco, un regista dovrebbe sempre mettersi nell’ottica di incantare».

Napoli torna anche nel film che ha appena finito di girare, o sbaglio?

«In realtà il film, che attualmente è in fase di montaggio e che si intitola I due soldati, è girato nel casertano, precisamente a Casal di Principe, nella Terra dei fuochi. È una storia d’amore alla Tristano e Isotta, interpretata da tutti attori giovanissimi. Per me, comunque, è stata una bella emozione tornare a Napoli, dove girai il mio secondo film, La caduta degli angeli ribelli. Sto addirittura meditando di trasferirmi a Napoli. Ci sto pesando da un po’ di tempo».

Riflettendo sul suo lavoro, scorrendo soprattutto i titoli dei suoi film, è palese la voglia, che evidentemente l’ha sempre animata, di raccontate pezzi della nostra storia d’Italia, spesso casi ancora aperti (da Pasolini a piazza Fontana). In teatro, invece, prima di “Questi fantasmi!” , ha diretto testi molto diversi fra loro: Morte di Galeazzo Ciano di Enzo Siciliano, The Coast of Utopi a di Tom Stoppard, Il testamento di Maria di Colm Tóibín . Perché li ha scelti?

«Perché erano tutti testi inediti di autori contemporanei, mai rappresentati. Io penso che una storia abbia bisogno di trama e personaggi per essere raccontata. Possono cambiano i linguaggi attraverso i quali le storie vengono raccontate, certo…».

Ma perché, mi chiedo, in teatro per esempio, non ha mai affrontato temi che invece sono ricorrenti nel suo cinema?

«È una questione di linguaggi. Al cinema ho sempre cercato di raccontare le storie di chi lotta contro la criminalità piuttosto che dei criminali. Io credo che la scelta di parlare di un argomento al cinema piuttosto che al teatro dipende tutto da cosa mi suscita la scrittura. Per esempio, in questi giorni sto leggendo Vicarìa di Vladimiro Bottone, un libro che potrebbe essere una bellissima serie tv o una piéce teatrale. Quanto al tornare su certi temi, se lo faccio è solo perché penso ci sia qualcosa ancora di non detto. Curiosamente, in un’epoca così attenta alla politica, il cinema è meno mordace, sembra lontano e astratto. E poiché il cinema italiano ce l’ha nel Dna questa cosa di annusare l’aria, non si può evitare di raccontare i nostri giorni».

A proposito di cinema, sta per arrivare finalmente la nuova legge, cosa ne pensa?

«Sì, sono molto felice per questa nuova legge. Soprattutto perché affronta uno dei nostri punti deboli: il problema della distribuzione. Abbiamo delle sale cinematografiche enormi che non vengono riempite, impedendo ad alcuni film di arrivare nelle sale e quindi di essere visti dal grande pubblico. Parlo di un problema, banalmente, di ristrutturazione: perché avere una sala da 1000 posti, per dire, anziché una da 500 e due da 250? Le faccio un esempio pratico, il mio film per la tv  Lea non abbiamo proprio cercato di farlo uscire al cinema per questo motivo. In Francia, invece, che ha sale anche da 50 posti, Lea viene ancora oggi proiettato. Ci deve essere spazio per tutti, insomma. Quindi ben venga la nuova legge».

Scrivi la tua opinione su Unità.tv

Vedi anche

Altri articoli