Marcelle Padovani: “Attaccano i simboli del benessere da cui si sentono esclusi”

Terrorismo
People gather in front of the memorial set on the 'Promenade des Anglais' where the truck crashed into the crowd during the Bastille Day celebrations, in Nice, France, July 16, 2016.
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

“Siamo al centro degli attacchi ma i cittadini non si sono fatti intimidire”

«La Francia adesso è al centro del mirino. Questo è il quarto attacco in poco più di un anno, e arriva il 14 luglio, in un momento molto simbolico. In questo naturalmente c’è anche un desiderio di sfregiare i nostri valori, ma soprattutto, come in altri casi, di colpire i francesi nel pieno della festa, nella manifestazione del loro benessere e della loro gioia di vivere». Giornalista e scrittrice francese, Marcelle Padovani snocciola l’elenco degli attacchi che si sono succeduti negli ultimi anni. Perché è un fatto che tutti i più gravi attentati compiuti di recente in Europa si sono svolti in Francia, salvo uno, che ha colpito il suo vicino più prossimo: il Belgio. Ma non ci sono stati solo gli attacchi più eclatanti, come quello alla redazione di Charlie Hebdo (gen – naio 2015) e al Bataclan (novembre), operazioni dettagliatamente pianificate, messe in atto da commando armati, addestrati e organizzati in modo professionale. A seminare morte e paura è anche lo stillicidio di attacchi più o meno improvvisati, opera di singoli, da Amedy Coulibaly, l’uomo che negli stessi giorni dell’attacco a Charlie Hebdo uccideva prima una poliziotta e poi quattro clienti di un supermercato kosher, fino all’uomo che appena un mese fa ha assassinato una coppia di poliziotti nel loro appartamento vicino Parigi, davanti al figlio di tre anni. «Quello che mi colpisce di più – prosegue Padovani – è il fatto che gli attacchi sembrano concentrarsi sui simboli del lusso, del benessere, della società dei consumi e dei suoi divertimenti»

A quali simboli pensa?

«Al Bataclan, allo stadio di calcio, ai grandi eventi sportivi e alle grandi feste. La promenade des anglais a Nizza è un simbolo di lusso millenario, il Negresco è il più bell’albergo del mondo. L’obiettivo sono luoghi che hanno una forte carica simbolica, che rappresentano quella società dei consumi da cui alcuni si sentono esclusi e che per loro resta però un oggetto del desiderio. È anche questo che mi fa pensare che alla fine l’Isis, l’integralismo, la religione, sia più che altro un’etichetta, per dare una spiegazione, una parvenza di dignità, a comportamenti che hanno altre motivazioni di fondo. Se fosse ancora vivo, ad esempio, sarei curiosa di sapere se l’attentatore di Nizza sarebbe stato capace di recitare un versetto del Corano».

Una delle caratteristiche della Francia, di cui si è molto parlato per spiegare come mai gli attacchi si concentrino qui, è la questione delle periferie. Lei che cosa ne pensa?

«Penso che sia certamente una delle questioni centrali. In Francia ci sono banlieue in cui puoi camminare anche per venti minuti, magari per andare a prendere la metropolitana, senza mai incontrare un bar, un negozio, un locale. Niente. Il deserto. Dopo le sette di sera, c’è il coprifuoco. Questo è il problema. E credo non sia un caso che sempre più spesso dalle biografie degli attentatori emergano piccoli precedenti, episodi di delinquenza comune. Anche questo mi pare significativo, come segno più di ribellione e disagio sociale che di fanatismo religioso».

Come ha influito la successione degli attentati di questi due anni sulla vita quotidiana dei francesi, come stanno reagendo a questa nuova situazione?

«I francesi vanno avanti. A Parigi la metropolitana è sempre piena, la gente va al cinema, al mercato, non c’è un clima di paura. Per gli europei, a Champ de Mars, davanti alla Tour Eiffel, a vedere le partite c’erano centomila persone. Devo dire che io stessa ho pensato che se fossi stata un terrorista avrei attaccato lì. Invece non è successo niente. E infatti in questi giorni tutti si dicevano molto contenti per come era stato gestito l’ordine pubblico. C’era molta soddisfazione per come i controlli avevano funzionato. Mi stupisce piuttosto l’emotività delle reazioni italiane».

A quali reazioni si riferisce?

«A una emotività nelle reazioni che mi pare spropositata. Qualcuno, ad esempio, dice di chiudere la frontiera a Ventimiglia. È ridicolo, non c’è rapporto con quello che è accaduto. Sono reazioni populistiche, emotive, non all’altezza della gravità dell’evento ».

 

 

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