Manzione: “Sbarcati in 111mila, serve una politica europea”

Immigrazione
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Il fermo immagine tratto da un video della Guardia di Finanza mostra un momento delle operazioni di soccorso compiute in questi giorni dal Guardiacoste G130 De Falco schierato a Kos nell'ambito della missione Poseidon di Frontex.
ANSA/UFFICIO STAMPA GUARDIA DI FINANZA

Intervista al sottosegretario all’Interno con delega all’immigrazione: “è urgente intervenire nei Paesi d’origine”

«È bene rendersi conto che stiamo vivendo una crisi epocale, le speculazioni politiche, in Italia e in Europa, sono fuori luogo. Dovrebbe piuttosto esserci la consapevolezza della gravità della situazione e la volontà di affrontarla». Domenico Manzione è sottosegretario all’Interno con delega all’immigrazione. Cita i dati: nel 2014 sono sbarcati 170mila migranti, quest’anno il Viminale ne ha già contati circa 111mila. Mentre l’Eurostat ci dice che nel 2014 le richieste di asilo sono state in Europa 200mila in più sul 2013 portando la quota a 600mila di cui 200mila prese in carico dalla Germania. 64mila le richieste in Italia. Il trend è in crescita, quest’anno abbiamo già superato la soglia di 40mila.

Meno speculazioni e più soluzioni, dice: quali sono le coordinate su cui si muove il governo?

«Intanto siamo in mare con un’operazione che – nata come italiana e poi diventata europea – ha messo in salvo 170mila persone lo scorso anno, e circa 111mila in questi mesi. Uomini e donne che siamo riusciti a salvare con l’aiuto di tutti. Restano troppe vittime, spesso a causa delle condizioni disumane di partenza, arrivano già morti, soffocati nelle stive, oppure – come purtroppo accade – avvistato un mezzo di salvataggio nel tentativo di farsi vedere annegano, complici le imbarcazioni fatiscenti su cui vengono trasportati. Il nostro primo obiettivo è quello di salvare più vite possibile, non è semplice considerato l’ampio tratto di mare su cui operiamo. Proprio in questi giorni l’Alto commissariato per i rifugiati (Unhcr) ha aggiornato a 2500 il numero di chi è morto cercando di arrivare. Questo ci dice che è urgente intervenire nei Paesi d’origine. È necessario che la diplomazia internazionale trovi soluzioni alle situazioni di crisi».

Si dice da tempo. Si sta muovendo qualcosa?

«Bernardino Leon (l’inviato dell’Onu per la Libia, ndr) ci informa che c’è un accordo all’orizzonte sulla Libia, finora non si è visto ma si tenta di pacificare almeno due delle tante fazioni in campo. Per l’Eritrea il cammino è ancora lungo, come per la Siria. Ma la strada è questa. C’è poi da dire che si parla quasi sempre dei flussi di chi richiede asilo, ma ci sono anche i migranti cosiddetti “economici”, donne e uomini che fuggono dalla miseria, da situazioni insostenibili. Questi nel piano Juncker non sono previsti, meglio sono previsti come persone da rimpatriare. Ma anche i rimpatri richiedeno un’azione comunitaria. C’è bisogno di una politica europea, finora è stata claudicante».

Quando se ne riparlerà?

«Nelle prossime settimane il governo italiano porrà di nuovo il problema a Bruxelles: l’occasione sarà la discussione all’Europarlamento del piano Juncker che deve essere approvato. Inoltre a dicembre andranno ridiscusse le quote: il piano europeo prevede un’equa distribuzione sul territorio delle richieste d’asilo. La trattativa è ferma a 35mila ricollocamenti su base volontaria. Tuttavia la decisione della Germania di voler sospendere il regolamento di Dublino per chi arriva dalla Siria, va un po’ oltre. L’auspicio è che ci sia una maggiore partecipazione soprattutto dei Paesi dell’Est, finora poco collaborativi. Anche perché, come si vede in in questi giorni, quando il Mediterraneo comincia a farsi ancora più rischioso, riprende vigore la via dei Balcani».

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