“Mani pulite? Non ha giovato a nessuno”. Mattia Feltri racconta Tangentopoli

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La magistratura, eroicizzata anche dalla morte di Falcone e Borsellino, è stata vista dall’opinione pubblica come l’unico potere sano in Italia

“Non si può investire della cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità. La cultura del sospetto è l’anticamera del khomeinismo”.

Giovanni Falcone, in Il cono d’ombra di Mario Patrono, Milano, Cerri,’96

 “Mani Pulite? Alla fine non ha giovato a nessuno, perché si è cercato di far ripartire l’Italia sulla base di una menzogna. E cioè, che ci fosse un Paese fondamentalmente onesto, oppresso da pochi disonesti.  Si tratta di una sciocchezza che ci trasciniamo ancora oggi”.

copA dichiararlo è Mattia Feltri, nato a Bergamo, quarantasei anni fa, inviato ed editorialista della Stampa, che, di recente, ha pubblicato con Marsilio, “Novantatrè”, il racconto degli eventi, tra il ’92 e il ’93, che sconvolsero l’Italia, alla luce del non ancora accaduto. Una controinchiesta, come quella di Filippo Facci e Roberto Chiodi, di poco più di trecento pagine, con la prefazione di Giuliano Ferrara.

“Lavoravo al Foglio – dice Mattia – e fu il direttore Ferrara a propormi un’inchiesta per rifare ogni giorno del 2003 la cronaca di ogni giorno del 1993, col vantaggio di sapere come sarebbe andata a finire. Accettai l’incarico con entusiasmo, perché avrei chiuso il cerchio di un impazzimento collettivo, di cui ero stato partecipe. Nel ’93 avevo ventiquattro anni e sentivo sulla pelle l’oppressione di un regime farabutto, l’aria frizzante del tempo che cambia, del colpo di mano che avrebbe sistemato tutto, avrebbe restituito la dignità e la democrazia usurpate. Da secoli i ragazzi si illudono che, grazie a loro, il sole dell’indomani sarà più luminoso e più caldo. Non è una colpa: si è troppo inclini a credere e poco si sa.

Poi, cosa è successo? Nel tuo libro scrivi che determinante è stato leggere George Lichtheim e una sua folgorante sintesi: “Nell’ideologia populista il popolo è visto come una massa di virtuosi lavoratori contrapposta a un pugno di sfruttatori”.

La lettura di George Lichteim non è stata importante per la mia opinione su Mani Pulite. E’ venuta dopo, e, come tutte le letture, è servita per aggiungere un mattoncino alla visione che ho delle cose del mondo. All’inizio, ero entusiasta per il semplice motivo che, come tutti i ragazzi, credevo che l’età del mondo coincidesse con la mia, e che la primavera del mondo sarebbe coincisa con la mia primavera. Poi ho dovuto approfondire il tema e mi sono accorto che qualcosa non tornava. La mia passione per la storia e tutte le letture che ho fatto in quegli anni mi hanno aiutato a capire che ogni rivoluzione porta con sé aspettative così alte, quasi chimeriche, così fuori dalla portata delle capacità umane, le quali non possono che andare tradite. Nei fatti del 1993 troviamo i tradimenti, il cinismo, le viltà, la paura, la delazione, la disumanità, che sono classiche di ogni rivoluzione.

Tanto che hai paragonato quegli anni al Terrore della Rivoluzione francese, riferendoti ad un uso disinvolto della carcerazione preventiva, di confessioni estorte con le minacce da parte di alcuni magistrati. Persino Romano Prodi se ne lamentò con l’allora Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro.

Quella che sembrava un’epoca di catarsi e rinascita si è rivelata un periodo cupo, meschino, di furori e paure, di follia collettiva, in cui una cultura politica era stata spazzata via in modo dissennato. Per colpa della politica estera e per mano di una magistratura che si sentiva a capo di un moto rivoluzionario. L’abuso e l’uso distorto della carcerazione preventiva in quegli anni sono terribili, e va così ancora oggi. Nel libro, purtroppo, c’è un brutto refuso: attribuisco a Francesco Saverio Borrelli la frase “Noi incarceriamo la gente per farla parlare, la scarceriamo dopo che ha parlato”. Quel “noi” in realtà è un “non” e Borrelli, di cui ho grande stima anche se moltissime cose ci dividono, è stato così gentile da accettare le mie scuse. Ma la frase, anche corretta, è terribile.

Mattia, le mazzette c’erano, i colpevoli c’erano, lo scrivi pure tu. E il sistema era talmente diffuso da coinvolgere tutti, compresi i comunisti e i leghisti, tranne i missini (privati della cittadinanza politica). I cittadini volevano pene esemplari.

Se il Paese chiedeva pulizia e pene esemplari, sbagliava due volte. Primo, è una leggenda che la politica sia corrotta e il Paese buono. In realtà c’è una disonestà diffusa e una società malata può soltanto produrre una classe dirigente malata. Secondo, le pene esemplari esistono soltanto nelle dittature, in democrazia esistono le pene giuste. E’ invitabile il sospetto che ci fossero due pesi e due misure. All’arresto di Primo Greganti del Pds, il procuratore aggiunto Gerardo D’Ambrosio parlò di millantato credito e disse che Greganti probabilmente si era speso i soldi alle Folies Bergère. Per i tempi, una rarissima presunzione d’innocenza concessa a un solo partito. Per tanti motivi, che è difficile qui riassumere, il Pds ne uscì alla grande. Fu, comunque, commesso un errore.

Quale?

Occorreva dare ragione a Bettino Craxi, per il quale la questione non era soltanto criminale – aspetto di cui dovevano occuparsi i Tribunali – ma anche politica, perché sul finanziamento illecito, e in minor parte sulla corruzione, si reggeva tutto il sistema.

Invece?

La politica non ha voluto assumersi le sue responsabilità e affrontare il tema, nella speranza di farla franca. Lo so che è brutto sentirselo dire, ma è più facile individuare i capri espiatori. Dovremmo tutti inchiodarci alle nostre responsabilità: evasione fiscale, assenteismo, truffe alle assicurazioni, 350 miliardi di debiti non pagati alle banche – e potrei andare avanti per delle pagine – sono l’atto d’accusa a un Paese in grandissima parte disonesto. Ed è un Paese che si dà un alibi – con il sostegno del racconto che ne facciamo anche noi sui giornali – e cioè si arraffa tutto quello che si può, perché tanto i politici sono peggio. Giustifichiamo ogni nostra piccola disonestà quotidiana con la scusa della legittima difesa. Ma così non si va da nessuna parte.

Ma secondo te chi ha messo in moto Mani Pulite? Nel libro lasci intendere che è stato un modo per tentare di portare al potere un partito tagliato fuori dalla Storia. Con la complicità della magistratura.

Non sono le sentenze – o le mancate sentenze – a modificare la mia opinione del comunismo italiano, che prendeva soldi da Mosca, cioè da una potenza nemica, mentre il Psi usava i soldi delle tangenti anche per finanziare Solidarnosc, solo per dirne una. Non so chi abbia messo in moto Mani Pulite. Forse, nessuno. Penso che, caduto il comunismo sovietico, il sistema politico bloccato – che ci ha governato per quasi mezzo secolo – sia venuto meno. Penso che gli americani non avessero più motivo di interessarsi attivamente, diciamo così, delle nostre cose politiche. Sono venute meno coperture e garanzie che, a Est e a Ovest, erano l’architrave della Prima Repubblica. Il sistema è imploso e lì ognuno ha giocato la sua parte in un caos inimmaginabile: la magistratura, ma anche la grande imprenditoria, i giornali, le folle per le strade. Cito Tocqueville: Ogni potere tende per sua natura a espandersi.

E quindi cosa è successo?

La magistratura, eroicizzata anche dalla morte di Falcone e Borsellino, è stata vista come l’unico potere sano e ha cercato di utilizzarlo e ampliarlo.

In questo disegno ci sono state speculazioni dall’estero? Il discredito sull’Italia, la svalutazione della lira, l’avvio facile alle privatizzazioni?

Non penso si trattasse di un disegno. In quel caos, in quel vuoto di potere, chiunque ha cercato di ricavare qualcosa. Di George Soros si sa, delle privatizzazioni, pure. Ci sono state speculazioni, ma il Grande Vecchio non c’era.

Alla fine a chi ha giovato Mani Pulite e a quale cambiamento concreto ha portato? Quanti suicidi, condanne definitive e assoluzioni ci sono stati?

Quanti, non so: ci sono contabili più bravi di me. Alla fine, Mani Pulite non ha giovato a nessuno, perché si è cercato di far ripartire l’Italia sulla basi di una menzogna. Da venti anni viviamo una specie di guerra civile, che ha avuto molte e complesse diramazioni, ma che nasce dalla mancata legittimazione dell’avversario nel 1994.

Cioè?

Per il centrodestra, il centrosinistra inseguiva il potere con le armi improprie dell’uso politico della magistratura. Per il centrosinistra, il centrodestra inseguiva il potere con le armi improprie della tv berlusconiana e delle origini opache di Forza Italia. Sono stati due decenni buttati, di risse fra galline, e di poche riforme subito smantellate dal governo successivo. La Seconda Repubblica dimostra che è molto peggio essere incapaci, che disonesti.

A proposito di disonestà, nell’Introduzione scrivi che col tempo ti è diventato più facile capire perché Benedetto Croce definisse  “petulante” l’ossessiva richiesta di “onestà in politica”. Ci si deve rassegnare?  

Guarda, Enrico Mattei fu partigiano, grande imprenditore, ma corruttore instancabile. Abraham Lincoln distribuì ricchezze a destra e a manca pur di raggiungere la maggioranza parlamentare necessaria per abolire la schiavitù. Il partito comunista francese magari non rubò un centesimo, ma appoggiò l’estensione della pena di morte ai dodicenni in Unione Sovietica, perché disse: In un Paese così avanzato si diventa adulti prima. Ancora oggi il casellario giudiziale è il nostro unico metro di giudizio, ma la verità è complessa. Sempre.

Che idea ti sei fatto di Craxi?

Il Craxi del ‘92-‘93 era un politico declinante, che aveva perso la sua spinta propulsiva. Ma fu uno statista come non ne abbiamo più avuti, con un’idea del mondo e del ruolo che l’Italia dovesse ricoprire. I politici di oggi – anche perché la società è cambiata – non  hanno più una visione che vada oltre quella dell’ultimo sondaggio. Penso che Craxi sia stato un capro espiatorio, perché aveva dato un respiro nuovo al Psi e aveva messo a nudo tutti gli errori del Pci, che, al di là dei velleitari tentativi di Berlinguer, era rimasto agganciato, fino all’ultimo, alla morente e sanguinosa utopia sovietica. Craxi era odiato, anche perché era piuttosto arrogante. Il Pci non si arrendeva all’evidenza, non aveva la forza di ammettere di essere dalla parte sbagliata della storia. E quando si offrì l’occasione di Mani Pulite, si disse: Ecco, Craxi era solo un ladro, e noi eravamo onesti. Ma si può costruire qualcosa di buono su una piccineria simile?

A sorreggere il pool di magistrati, scrivi, – da cui dovevano essere fatti fuori corpi non allineati –  leggi Tiziana Parenti –  ci fu un pool di giornalisti. L’ha sostenuto il giornalista Piero Sansonetti.

Lo ha ammesso anche Antonio Polito, che era a la Repubblica. Il pool di giornalisti era comodo a tutti, perché non si rischiava di mancare qualche notizia importante. E poi muoversi in quei giorni folli era molto difficile per tutti, si rischiava di commettere errori madornali. L’effetto fu che a un certo punto i giornalisti non facevano più i giornalisti, ma si credevano uno strumento della pubblica accusa e della pubblica moralizzazione. Per dire come fosse un periodo totalmente sottosopra. Quel pool è finito anche abbastanza presto, e oggi rimane soltanto una generale e fideistica adesione alle tesi delle Procure. Resta un sedicente giornalismo d’inchiesta, che è semplicemente un riciclaggio sedentario di verbali.

A pagina 269 fai riferimento ad una piattaforma programmatica per la nascita del pool nazionale Mani Pulite. Ci spieghi che intenzione avevano quei magistrati e perché poi non si fece più niente?

Di nuovo cito Tocqueville: Ogni potere tende per sua natura a espandersi. Non è soltanto filosofia o fumisteria. L’approdo di quell’espansione di potere doveva essere la Procura nazionale. Il gruppo che l’avesse costituita, avrebbe avuto un potere straordinario e non se ne fece nulla, perché nemmeno la magistratura era così forte da imporre una struttura potenzialmente eversiva. Fu solo un’ipotesi e anche l’ipotesi durò poco.

Fai riferimento anche all’uso distorto dei pentiti di mafia. Con Andreotti è stato così?

Io, dopo vent’anni di scazzottate e querele – un patteggiamento, zero condanne, ci tengo a dirlo – non ho più voglia di litigare con nessuno. Ci sono i fatti che parlano e ci sono processi a decine, impiantati sulle dichiarazioni dei pentiti, che non hanno retto alla prova del rigore giuridico. Diciamo così: le leggi sui pentiti, che ammettono confessioni a rate e garantiscono premi a prescindere, hanno dotato i pubblici ministeri di un’arma della quale i pubblici ministeri stessi, se degni, sono vittime, e con la quale i pubblici ministeri più disinvolti hanno costruito carriere e fama. Quanto ad Andreotti, noi oggi possiamo dire che è stato mafioso fino al 1980 e non più mafioso dal primo gennaio 1981. Al di là delle obiezioni tecniche, che mi hanno fatto mille volte, vi sembra una cosa seria? Concludo con un appunto.

Quale?

Proprio il Presidente della Commissione Antimafia dell’epoca, Luciano Violante, ha sostenuto che il processo ad Andreotti non andava celebrato perché – al di là delle opinioni e dei sospetti personali – era un processo che non stava in piedi, o almeno zoppicava parecchio. Sono cose che succedono quando si vuole fare la storia con le sentenze.

E pensare che sei partito forcaiolo!

Sì. Ma ho cambiato idea. Il problema è che su Mani Pulite – secondo la più consolidata tradizione italiana – non si è discusso mai seriamente, e nessuno, o quasi, ha mai ammesso di aver sbagliato. C’è sempre almeno un però. E non vorrei delle abiure, vorrei che si discutesse di fatti traumatici per capire che cosa eravamo, che cosa siamo diventati, e come possiamo cambiare. Ma mica mi illudo.

In che senso?

Questo è un Paese in cui ci sono dirigenti che hanno vissuto dentro il Pci e sostengono di averlo fatto da anticomunisti. Non abbiamo il coraggio di dire quello che siamo stati e continuiamo a non essere niente.

Come ti ha cambiato Mani Pulite?

Oggi, che ho quarantasei anni e i capelli grigi, mi sento disilluso. Anzi, disincantato. Guardo con affetto, come guardo con affetto i miei bambini e le loro piccole ansie quotidiane, a chi vuole cambiare il mondo, cambiando gli altri. E’ il più incredibile e longevo mito della storia dell’umanità

Papà Vittorio ha sollevato dei dubbi sul tuo libro. Per lui il pool di Mani Pulite non ha “violentato un esercito di vergini, ma ha sbaragliato una cosca di ladri, che non ebbe il coraggio di varare una legge idonea a porre ordine nella materia”.

C’è stato uno scambio di opinioni franco, e, naturalmente, è finito lì. Ci avevano chiesto di proseguirlo in tv, ma abbiamo detto di no, altrimenti saremmo diventati un format. Il padre famoso che discute in tv col figlio molto meno famoso era una sceneggiata, che avrebbe travolto qualsiasi idea noi avessimo espresso. Meglio poco famosi che tronisti dell’informazione.

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