“Mandato limitato, poi al voto. Renzi è il leader del Pd”. Parla Matteo Orfini

Crisi di governo
New Italian Prime Minister Paolo Gentiloni (L) and his predecessor Matteo Renzi during the handover ceremony (with the passage of the "bell") at Chigi Palace in Rome, Italy, 12 December 2016. President Mattarella on 11 December gave the former foreign minister a mandate to form a new government in the wake of Matteo Renzi's resignation as premier following a crushing defeat in a 04 December constitutional referendum. 
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

“Gentiloni è una buona soluzione che il Pd appoggia e a cui darà il massimo sostegno”

Matteo Orfini, presidente del Pd e componente della delegazione salita al Colle. Quale situazione avete rappresentato a Mattarella?

«Gentiloni è una buona soluzione, che il Pd appoggia e a cui darà il massimo sostegno. Un governo era necessario al Paese: c’è la legge elettorale da cambiare – esigenza che condividono anche i Cinquestelle – più alcune urgenze come Mps. La nostra proposta iniziale era diversa, chiedevamo che tutte le forze politiche fossero coinvolte. Non è stata accettata e il Pd si è fatto carico della responsabilità».

La vostra road map, quindi, è un governo di scopo che duri fino a primavera? «È del tutto evidente che questo esecutivo non punta a finire la legislatura e che bisogna tornare al voto il prima possibile». Sul punto, con il presidente della Repubblica, c’è stato un idem sentire?

«Lo stesso capo dello Stato ha indicato le priorità dell’azione di governo: gestione del dopo sisma, banche, legge elettorale, impegni internazionali. Temi che noi condividiamo e che delimitano automaticamente la durata del mandato. Del resto, questa è nata in modo anomalo come legislatura costituente: se il percorso delle riforme si è interrotto, purtroppo in modo negativo, è inevitabile che si interrompa anche la legislatura».

L’obiettivo realistico è votare a giugno?

«Non compete al Pd fissare una data, né vogliamo mancare di rispetto al presidente della Repubblica o al nuovo premier, ma certo il tempo è limitato».

Il prossimo appuntamento per il partito è il congresso, che comincia domenica. Per poterlo anticipare, Renzi deve dimettersi da segretario come prevede lo statuto?

«Ma no, l’assemblea potrà nella sua sovranità decidere i modi e le forme di questo percorso. Ne discuteremo e prenderemo una decisione tutti insieme. Al Pd serve il congresso subito. Su questo, fino a poco fa, c’era l’accordo di tutti. In una delle ultime direzioni è stata la minoranza a chiederlo e Renzi ha accolto la richiesta».

Adesso la minoranza ha cambiato idea?

«Non credo. Ripeto: troveremo i modi e le forme per anticiparlo. Non dimentichiamo che a gestire il congresso non sarà la segreteria bensì una commissione ad hoc di cui faranno parte tutte le anime, dunque con la massima garanzia».

Quali saranno le posizioni in campo?

«Intanto bisognerà discutere seriamente. Abbiamo subito una sconfitta pesante che non va sminuita né banalizzata. C’è da capire cosa serve al Pd, come vive la nostra comunità e quali sono le modalità del nostro stare insieme. In questi mesi ho visto una conflittualità che fatico a trovare fisiologica. Tra la rigida disciplina di partito e la totale anarchia va trovata una via di mezzo».

Di chi sono le colpe di questo scontro?

«Trovo difficile da comprendere che i principali titoli di giornale contro il Pd siano stati offerti dai leader della minoranza interna anziché da Grillo e Salvini. La principale opposizione percepita nei confronti del Pd è stata la loro».

Renzi sarà in campo come candidato premier del Pd? «Mi sembra di sì e lo considero un fatto positivo. Oggi fatico a pensare che si possa prescindere da lui. Ha una leadership forte, ma per costruire un consenso più largo deve riconoscere che qualcosa non ha funzionato».

Lasciare Palazzo Chigi non è un’ammissione esplicita di responsabilità?

«Infatti ha cominciato a riconoscerlo. Adesso dobbiamo proseguire, tutti, su questo percorso ».

Speranza in direzione ha fatto un discorso aspro. Chiedendo se c’è posto nel Pd per chi ha votato No al referendum. La sua risposta?

«Certo. Ma il modo in cui siamo stati insieme in questa occasione non ha funzionato. Bisognerà capire quali regole e forme si deve dare un partito per non autodistruggersi».

La minoranza chiede anche un congresso che non sia un «votificio». Cosa teme?

«Non sarà soltanto una conta, che pure ci sarà, ma si parlerà anche di contenuti. Lo faremo. Abbiamo perso per strada voti dei ceti popolari e dei giovani, che spesso coincidono: dare una risposta a questo tema sarà un pezzo importante del nostro congresso».

Il governo è stato carente sul fronte delle politiche sociali?

«Non penso, a mio avviso è mancato un partito che si dia questo come missione principale. Un Pd in grado di radicarsi e dare rappresentanza a quel segmento di società. Oggi non facciamo altro che organizzare la discussione tra di noi…».

Andrea Orlando, Giovane Turco come lei, sfiderà Renzi per la segreteria?

«Orlando ha detto pubblicamente che la sua candidatura per ora non è all’ordine del giorno. Molto dipenderà da ciò che dirà e farà Renzi: la sua forza è fuori discussione, e spero sarà in grado di costruire intorno alla sua candidatura un fronte più largo del passato ».

La prossima legge elettorale sarà proporzionale e condurrà dritta a larghe intese anche nel 2018? «Non seguirei questi nessi logici. Alle Europee, con una legge proporzionale, il Pd ha preso il 41%. Non puro ma con una serie di correttivi, simili a quelli degli altri Paesi, è un sistema elettorale che può funzionare anche da noi».

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