Majorino: “Siamo a un bivio: con noi si parla il linguaggio del futuro”

Amministrative
Pierfrancesco Majorino durante i festeggiamenti al Teatro Elfo Puccini al termine dello spoglio delle primarie del Pd per il candidato sindaco di Milano, 7 febbraio 2016. ANSA/MOURAD BALTI TOUATI

Intervista a Pierfrancesco Majorino, capolista del Pd: “La destra è sempre la stessa, vuole riportare indietro Milano. Noi ripartiamo da quanto fatto in questi cinque anni. Vogliamo essere un modello per il centrosinistra anche a livello nazionale”

“L’Italia è stata investita in questi anni da una crisi pazzesca ma da noi le cose sono andate diversamente. Nonostante tutte le difficoltà siamo riusciti a investire sul welfare e a ridurre le distante sociali. Ripartiamo da qui”. Nel giorno in cui è stata presentata la lista del Pd, organica alla candidatura di Beppe Sala, abbiamo fatto una chiacchierata con Pierfrancesco Majorino, assessore alle Politiche sociali del Comune di Milano, avversario dello stesso Sala alle primarie e oggi capolista del Partito Democratico.

Majorino, si chiude con la presentazione delle liste del Pd una fase della campagna elettorale, se ne apre un’altra tutta sui contenuti. Qual è il bilancio della campagna a poco più di un mese dal voto?
“Abbiamo fatto un bel percorso. Da una parte abbiamo vissuto la vicenda della primarie in maniera costruttiva e unitaria, quasi un unicum in Italia, dall’altra finalmente la candidatura di Sala sta prendendo corpo con forza, sia grazie al lavoro che fa lui sia grazie alla squadra che lo supporta. Quanto al Pd mi sento di dire che stiamo riuscendo ad andare oltre le appartenenze interne, altrimenti mai una persona che non è renziana come il sottoscritto avrebbe fatto il capolista per il Pd. C’è un ottimo lavoro di squadra in una città che, negli anni della giunta Pisapia ha conosciuto momenti significativi dal punto di vista della questione morale, dell’attenzione al sociale e alle politiche dell’accoglienza, della qualità e dello sviluppo ambientale, dell’apertura culturale. Ora siamo di fronte a un bivio: la destra vuole tornare indietro, con noi si parla il linguaggio del futuro”.

In questo contesto quale può essere il valore aggiunto della figura di Beppe Sala?
“Nell’incontro tra l’esperienza forte e originale della sinistra milanese, figlia degli anni di Giuliano Pisapia, e la novità rappresentata da Sala. Il suo valore aggiunto è sicuramente quello di parlare il linguaggio dell’internazionalizzazione e di una conclamata capacità nei processi attuativi. Al tempo stesso devo dire che è una persona che stiamo anche scoprendo come un progressista vero, laico, molto più aperto alla questione dei diritti rispetto a quanto si possa pensare. Un figlio della parte migliore della città”.

Secondo alcuni sondaggi, non tutti per la verità, il candidato della destra Parisi si sta avvicinando a Sala. A cosa imputa questo presunto assottigliamento del vantaggio del centrosinistra?
“I sondaggi non li guardo mai tanto, e comunque non c’è nessun sondaggio che dice che Parisi vince e fa il sindaco. Detto questo, non scopriamo certo oggi che a Milano esiste la destra. Forza Italia e la Lega sono nate qua, hanno governato vent’anni, quindi sappiamo benissimo che non è una passeggiata. Però siamo convinti che arriviamo a queste elezioni forti dell’esperienza fatta in questi anni: noi siamo quelli che hanno retto la crisi economica senza ferite sociali, che hanno saputo vivere alla grande l’occasione dell’Expo, che hanno riportato Milano, come dice Cantone, ad essere la capitale morale del Paese”.

E’ d’accordo con l’idea che sia in corso una sorta di “illusione ottica” della destra per cui si è deciso di mandare avanti la figura moderata di Parisi, lasciando solo per il periodo della campagna elettorale figure più estreme come Salvini, che però potrebbero rifarsi vive con forza dopo le elezioni?
“La destra a Milano è come il dottor Stranamore, quel braccio teso esce sempre di colpo a un certo punto. Nonostante tutti gli sforzi, alla fine sono sempre la stessa cosa: sono quelli che il 25 aprile vogliono venire in piazza ma che poi fanno gli accordi con l’estremismo di destra presente in città. Parisi cerca di essere l’abito da indossare nei giorni di festa, ma è l’abito indossato da chi ha portato questa città alla degenerazione nel ventennio in cui ha governato”.

Dalla destra alla sinistra. Secondo l’esempio di Milano può essere ancora un modello per un centrosinistra che a livello nazionale e in altre realtà locali sta perdendo la sua unità?
“Assolutamente sì. La vittoria a Milano avrebbe un significato politico proprio in questo senso perché vorrebbe dire che il centrosinistra in quanto tale può vincere, governare e andare avanti unito”.

In chiusura, secondo lei quali sono i temi più cari ai milanesi attorno ai quali si costruirà la vittoria o si maturerà la sconfitta elettorale?
“Questione morale e attenzione alla legalità, cura della città e lotta al degrado, capacità di fare della città, sempre di più, un’area metropolitana che scommette in maniera lungimirante sui processi di trasformazione della società. Tutto questo a fronte di una necessità di fondo: ridurre ancora le distanze tra chi, dentro Milano, va a una velocità e chi fa molto più fatica”.

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