Macaluso: “Quando è caduto il Muro la politica era già in crisi (e lo è ancora)”

Politica
Emanuele Macaluso durante un convegno su ''Innovazione e contrattazione", Roma, 5 Febbraio  2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Lo storico dirigente del Pci risponde a de Giovanni: “Tangentopoli ha colpito partiti senza più ruolo né progetto e la magistratura si è proposta come forza rigeneratrice. Fatto sta che dopo la ventata di Mani Pulite non è venuta la rinascita. È venuto Berlusconi”

Su un punto Emanuele Macaluso non condivide l’analisi del saggio di Biagio de Giovanni pubblicato domenica sull’Unità. Secondo lo storico dirigente del Pci, non è l’89 il momento in cui il sistema politico italiano entra in crisi, perché quel sistema era già in crisi da oltre un decennio. Ciò non toglie che l’89 spiazza tutti, non solo il Pci. Achille Occhetto fa la svolta (“che andava fatta, certo che andava fatta, anche se magari in maniera meno enigmatica”), l’alleanza Dc-Psi diviene ancora più anacronistica di quanto già non fosse e tutto il sistema, fondato sugli equilibri della guerra fredda, viene giù. “Di fronte a partiti senza più ruolo e senza progetto anche i casi di corruzione e cattiva amministrazione assumono una valenza nuova, la crisi esplode e la magistratura si propone come forza rigeneratrice della politica. E lì, secondo me, comincia il disastro. Non è un caso che dopo la grande ventata di tangentopoli non arriva la rigenerazione, arriva Berlusconi. Arriva il partito personale, arriva il populismo e arriva tutto quello che abbiamo ancora sotto gli occhi”.

Eppure, con gli occhi di allora, si trattò di una stagione piena di speranza. Paolo Mieli ha parlato di grandi illusioni seguite poi da altrettanto grandi delusioni, a cominciare dall’idea che il nostro modello di democrazia fosse esportabile in tutto il mondo, anche con la forza.

Ho letto l’intervista di Mieli. Per quanto mi riguarda, non posso parlare di delusione per l’Iraq, perché non mi sono mai illuso. Mentre le primavere arabe, da questo punto di vista, sono state certamente una grande delusione. Ma prima di tutto lo è stata la Jugoslavia. Lì è apparso un processo di disgregazione drammatico, sono emersi odii spaventosi, basta pensare a Srebrenica. Certo, è vero, come dice Mieli, che oggi lì almeno un equilibrio si è trovato, sia pure instabile. Ma è una magra consolazione.

La dissoluzione della Jugoslavia comincia nel ’91. Intende dire che il risveglio dalle illusioni dell’89, per chi voleva vedere, comincia già allora?

Non c’è dubbio. Ma penso anche che per capire quel che succede bisogna partire da un punto. E cioè che la rivoluzione del ’17, con tutte le sue storture, ha innescato processi politici e sociali che hanno cambiato il mondo, tali per cui non si può pensare di rimuoverla dalla storia senza farci i conti. Senza la rivoluzione russa non ci sarebbe stata la rivoluzione cinese, il ruolo giocato dall’Urss nella Seconda guerra mondiale, nella decolonizzazione: la storia è storia. La competizione con il comunismo ha condizionato anche la socialdemocrazia. Non è un caso che dopo la fine del comunismo, contrariamente a quanto si sarebbe potuto pensare, anche il socialismo democratico ha visto quasi esaurirsi la sua funzione.

La grande illusione di quella stagione, in sostanza, fu quella della “fine della storia”: l’idea cioè che un unico modello politico, economico e istituzionale potesse estendersi all’intero pianeta senza praticamente incontrare attrito. È un’idea che ha prodotto anche qualche errore da parte dell’occidente, almeno con il senno di poi. O sbaglio?

A mio giudizio uno degli errori più gravi è stato il tentativo di spingere i paesi dell’est e persino l’Ucraina non solo verso l’Unione europea, ma addirittura nella Nato. Perché è vero che Putin è Putin, ma quella scelta deformava il ruolo della stessa Nato e creava altri motivi di tensione.

È stato uno sbaglio anche l’allargamento dell’Unione europea a est?

Io penso di sì, perché ha reso molto più difficile l’integrazione. Non so se oggi, come dicono alcuni, sia pensabile un’Unione a due velocità. Guardo a quello che sta succedendo, ad esempio in Austria, sulla questione dei migranti: in questo contesto mi pare difficile anche immaginare un processo di integrazione più stretta tra i paesi fondatori. Qui direi che l’analisi di de Giovanni sulla crisi del progetto europeo e sulla sua debolezza politica abbia un fondamento.

E sull’Italia? De Giovanni dice in sostanza: caduto il Muro di Berlino il sistema politico è imploso e la magistratura ha riempito il vuoto…

La mia opinione è leggermente diversa. Nel senso che a mio avviso la crisi del nostro sistema politico si apre nel ’78, dopo l’uccisione di Aldo Moro e dopo le due svolte: quella di Dc e Psi che fanno il pentapartito da un lato e dall’altro la svolta del Pci di Enrico Berlinguer che passa alla linea dell’alternativa democratica. Dc e Psi cercavano di rimettere in moto una macchina già usurata, il centrosinistra, e la competizione al suo interno tra Craxi e De Mita è stato uno dei fattori della crisi, finendo per logorare sia i democristiani sia i socialisti, che anche per reggere quella competizione accentuano il ricorso a finanziamenti illegali. Dall’altra parte Berlinguer con la linea dell’alternativa democratica, senza più riferimenti ai partiti con cui costruire questa alternativa, metteva il Pci in una posizione senza sbocco. E così la questione morale: non che non esistesse o che Berlinguer non ci credesse, ma nel momento in cui non c’è uno sbocco politico, inevitabilmente, assume una valenza propagandistica. Poi ricordo che Berlinguer cercò di correggere il tiro, fece l’incontro con Craxi alle Frattocchie, ripropose il tema del rapporto con il Psi, ma ormai era tardi. Io credo insomma che tangentopoli sia stato l’acceleratore di una crisi che c’era già.

Altro che acceleratore, dalla sua analisi la crisi era cominciata già da quattordici anni. Non le sembra un tempo piuttosto lungo?

I processi politici in Italia sono sempre stati lenti. Il transito dal centrismo a centrosinistra durò dieci anni: dal 1953 al 1963. Quando il centrosinistra si esaurisce, nel ’68, per arrivare alla solidarietà nazionale devono passare altri otto anni. La morte di Moro interrompe il processo di allargamento delle basi della democrazia, per rendere possibile l’alternanza di governo, spinge Dc e Psi da un lato e il Pci dall’altro, con le due svolte di cui parlavo. Si sposta l’asse di quel lento processo di evoluzione immaginato da Moro e comincia la crisi dei partiti. Arriva l’89 e spiazza tutti, a cominciare da un Pci che non aveva più un progetto.

Dopo il crollo del Muro al Pci non resta più niente da dire?

Sono rimasti i discorsi sull’Amazzonia. Occhetto che a volte diceva che il Pds era più a sinistra del Pci, e quindi apriva le porte a Leoluca Orlando, mentre Veltroni e altri volevano fare un partito più liberale, poi c’era D’Alema che giocava su tutte e due le sponde… e alla fine non si è costruito nulla.

Dopo Occhetto venne appunto D’Alema e il tentativo della “Cosa 2”, cioè la fondazione dei Democratici di sinistra.

Allora dedicai al tema un libro insieme con Paolo Franchi. Il titolo era: “Da cosa non nasce cosa”. In definitiva l’operazione di D’Alema si risolse nel togliere la “p” a “Pds”. I gruppi dirigenti e l’impianto politico è rimasto sempre lo stesso. La verità è che al tempo della svolta di Occhetto, se si voleva dare un senso a quell’operazione, bisognava fare segretario Napolitano, era lui che aveva la credibilità per costruire un partito socialista e anche i rapporti con gli altri leader. Ma è anche vero che la crisi del Psi e il modo in cui è scomparso sotto i colpi di tangentopoli ha dato un colpo all’ala riformista del Pci, che al tempo della svolta aveva proposto di fare un partito socialista sul modello europeo.

Il Pd oggi fa parte del Pse. Non è contento?

Il Pd è stata un’altra operazione che a mio avviso non ha certo ridato un profilo chiaro a un partito di centrosinistra. Per come la vedo io il sistema politico italiano è veramente in una situazione terribile: grillini con percentuali altissime e una vita democratica interna con caratteristiche inaudite, senza paragoni nell’occidente democratico, la crisi della destra berlusconiana che è inarrestabile… insomma, siamo veramente alla crisi politica. E infatti, ancora una volta, è la magistratura ad assumere un ruolo, anche rispetto a una riforma costituzionale che è uno dei risultati più significativi di questa stagione. Si potranno discutere questa o quella sbavatura, ma è chiaro che l’esigenza di riforma è indifferibile. Mentre mi preoccupa vedere che nella battaglia politica che si apre la magistratura si pone come punto di riferimento del no. È una cosa che non si verifica in nessuna parte del mondo.

Vedi anche

Altri articoli