Macaluso: “La sinistra non si ricostruisce senza dar battaglia nella società”

Pd
ANSA/GIUSEPPE LAMI

“Tronti dice che il Pd deve tornare nella società e nei suoi conflitti, sono d’accordo, ma basta dirlo? C’è qualcuno pronto a una lotta su questo?”

“Tronti dice che il partito deve ritrovare e dare forma al conflitto sociale, e secondo me è un’esigenza giusta, ma basta dirlo? Reichlin dice che il partito deve avere un ruolo di unificazione nazionale, e la sua analisi è come sempre molto interessante, ma io domando: quale partito?”. Emanuele Macaluso interviene con la franchezza che gli è abituale nel dibattito sulle lezioni del voto amministrativo, aperto sull’Unità da Alfredo Reichlin e Mario Tronti. E lo fa senza nascondere una vena di pessimismo che parte da una considerazione molto preoccupata dello stato del Partito democratico.

Cosa la spinge a una valutazione così drastica?

Due ragioni. La prima: come Renzi ha reagito di fronte al risultato elettorale, dicendo subito che i Cinquestelle hanno interpretato meglio di tutti il cambiamento, ma senza dire questo cambiamento in che direzione vada. Anche su questo sono d’accordo con Tronti, quando dice che ormai cambiamento è diventato una parola neutra. Io ritengo che in questo caso sia un cambiamento negativo, perché i Cinquestelle sono una forza accentratrice, eterodiretta, che ripete che tutto deve passare attraverso la rete perché è ostile all’idea stessa di corpi intermedi e di compromessi tra forze politiche, perché è la negazione stessa della politica. Dunque, per me, è una forza da combattere.

E la seconda ragione del suo pessimismo?

La seconda ragione è che per riportare un partito sul terreno del conflitto sociale e politico, e io aggiungo anche culturale, bisogna prima chiedersi: con quali forze? Insomma, che cos’è oggi il Pd? Bisogna fare un esame onesto di cos’è questo partito nelle realtà provinciali, cos’è a Napoli, in Sicilia, in Puglia, ma cos’era diventato anche a Roma, e cos’è diventato anche al Nord.

Secondo lei cos’è diventato?

C’è un quadro, un personale che ha questa vocazione, questa cultura, questo interesse per il conflitto sociale e politico? Io vedo solo un interesse alla competizione elettorale, ad arrivare al consiglio comunale, al consiglio regionale, alle società partecipate, vedo tutto un quadro proiettato in questa direzione, che mi va benissimo, intendiamoci, ci vuole anche questo, c’era anche nel Partito comunista. Il problema è che c’è solo questo, che manca l’altro, quello delle sezioni, del sindacato, e allora, torno a domandare: il ritorno al conflitto, lo spostamento di asse che chiede Tronti, con chi lo fai? Nelle province, dico, e non solo al sud, ma anche in Emilia. Non basta che domani (oggi per chi legge, ndr) in direzione si dica: cari compagni, cari amici, da oggi dobbiamo tornare nella società e nei suoi conflitti. E chi ci va? Non c’è nemmeno una minoranza…

Come sarebbe a dire che non c’è una minoranza? E Bersani, Cuperlo, Speranza?

Bersani per prima cosa ha detto: si cerchi di modificare la legge elettorale con i cinquestelle, e quelli hanno risposto subito facendogli una pernacchia. Non vedo una forza che dica che c’è questo problema, e che oltre a dirlo faccia, che impegni forze, anche di minoranza, in una battaglia politica di questo tipo. Questo è il problema che io sollevo.

Non rischiamo così di rovesciare il nesso di causa ed effetto? In fondo è sempre stata la battaglia politica a suscitare adesione e quindi organizzazione, non il contrario. Non diceva Gramsci che il politico è un “suscitatore”?

Ha perfettamente ragione, ma questo significa che dovrebbe esserci un gruppo dirigente il quale si pone il problema di questa inversione di rotta. Un gruppo dirigente, che poi era sempre a questo che pensava Gramsci, in grado di suscitare con la politica che fa, con comportamenti conseguenti alle cose che dice, un’azione organizzata. Benissimo. C’è oggi un gruppo dirigente che anzitutto ha questa volontà, questa vocazione? Renzi dice che i Cinquestelle interpretano il cambiamento, Bersani l’unica cosa che ha detto è che bisogna modificare la legge elettorale, qualcosa di meglio ha detto Cuperlo, ma il punto è se il partito nel suo complesso, anche con diversa accentuazione, vuole fare u n’inversione di rotta di questo tipo e si costruisce un gruppo dirigente che ha questa vocazione e la mette in pratica con una battaglia politica. Non basta l’enunciazione in direzione.

Mi sembra di capire che lei non lo ritenga probabile.

Può darsi che sia il mio pessimismo cosmico, comunque me lo auguro. Se ci fosse una svolta di questo tipo sarei felicissimo. Ma ci vuole qualcosa che somigli un po’ a una rivoluzione copernicana. Certo, se ci fosse, sarebbe interessante. Però, la svolta di cui parlo, se portata avanti, significa anche indicare verso quale società si vuole andare. Perché il limite della politica di oggi è anche questo, che non riesce a dare un orizzonte. Di fronte all’allargamento del divario tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri, che ha già determinato un tipo di società, tu devi mettere in campo un’iniziativa che dica anche verso che tipo di società, diversa da questa, vuoi andare. Ma farlo significa aprire una battaglia politica, una lotta, su queste cose. Non su un emendamento a una legge elettorale.

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