Macaluso: “Berlinguer? Un grande togliattiano”

Berlinguer
Enrico Berlinguer inaugura una sezione del Pci, il 13 maggio 1984, a Nogara.  ANSA

Intervista a Emanuele Macaluso: “Lo strappo da Mosca fu una cosa seria. I limiti del segretario e del suo gruppo dirigente, me compreso, emersero con la crisi della solidarietà nazionale. Di lì in poi ci mancò un rapporto coerente tra tattica e strategia”

«Quella di Biagio de Giovanni è un’analisi seria, che parte da un’affermazione indiscutibile, e cioè che Enrico Berlinguer è stato ed è rimasto sempre un comunista. E io aggiungo: un comunista italiano». Il punto di vista di Emanuele Macaluso, storico dirigente del Pci che con Berlinguer ha lavorato a lungo fianco a fianco, sta tutto in questa precisazione, che segnala però una differenza di fondo, subito esplicitata in tre espressioni che per Macaluso sono evidentemente quasi equivalenti: «Un comunista italiano, un comunista togliattiano, un comunista che ha sviluppato e portato più avanti la linea della via italiana al socialismo». La differenza tra «comunista» e «comunista italiano» non è una pignoleria di filologia politica, ma il cuore del dissenso con de Giovanni, di cui pure Macaluso ha apprezzato l’intervento, che ai suoi occhi ha innanzi tutto il merito di «restituire a Enrico Berlinguer la sua complessità e la sua importanza, contrariamente a una parte della sinistra e anche del mondo giornalistico, per i quali sembra che l’unica cosa che abbia fatto Berlinguer in vita sua sia un’intervista sulla questione morale».

In sostanza, de Giovanni dice che Berlinguer, nonostante tutti i famosi strappi, non si distaccò mai pienamente dall’Unione sovietica e dal campo del socialismo reale. Di più, che non uscì mai da una visione del mondo che aveva nella rivoluzione russa del 1917 il suo discrimine fondamentale. Le sembra un giudizio fondato?

«Che un condizionamento ci fosse è innegabile, e non vale solo per Berlinguer, ma per tutta la storia del Pci, compreso Occhetto, che fu gorbacioviano fino all’ultimo. Dopodiché, quando Berlinguer dice di sentirsi più tranquillo, per la sua idea di via italiana al socialismo, sotto l’ombrello della Nato, o quando proclama, a Mosca, il valore universale della democrazia, o ancora quando dichiara che la rivoluzione d’Ottobre ha perso la sua spinta propulsiva, che cosa sta dicendo, se non che il 1917 ha ormai una funzione conservatrice?»

E allora dov’era il «condizionamento»?

«Nel fatto che si considerava l’esistenza dell’Urss e delle cosiddette democrazie popolari un dato che oggettivamente indeboliva il capitalismo e dava quindi alla via democratica al socialismo del Pci un atout, rendendola più forte e anche più comprensibile».

De Giovanni ha ricordato parole molto chiare di Berlinguer sulla «immensa portata» che aveva per il mondo l’esistenza di stati socialisti.

«Parole che però, come ricorda lo stesso de Giovanni, risalgono proprio agli anni dell’eurocomunismo, e cioè a quando Berlinguer si sforza maggiormente di fuoriuscire da quell’esperienza. Mi sembra evidente l’aspetto tattico».

De Giovanni tuttavia mette in discussione anzitutto l’analisi di Berlinguer, e cioè il fatto che abbia continuato a credere fino all’ultimo a una crisi terminale del capitalismo, non vedendo invece come a essere condannato fosse il socialismo reale, mentre il capitalismo si apprestava, proprio in quegli anni, a una nuova fase di espansione che avrebbe aperto le porte alla rivoluzione tecnologica e alla globalizzazione.

«Berlinguer non aveva previsto la rivoluzione tecnologica, né la globalizzazione, né il fatto che oggi, a guidare il più impressionante e spietato processo di sviluppo capitalistico mai visto nella storia sarebbe stato il partito comunista cinese. È vero. Aggiungerei: e non solo lui»

I socialisti potrebbero obiettare che nello scontro con Bettino Craxi, sulla crisi terminale del comunismo e la modernizzazione capitalista, loro avevano visto giusto, Berlinguer e il Pci no.

«Stiamo attenti: de Giovanni dice che quando arriva Craxi, subito nel Pci scatta l’allarme. Ma il primo Craxi è quello che pone il problema dell’alternativa (ai governi guidati dalla Dc, ndr), sia pure tenendo sempre un atteggiamento critico con il Pci. E anche se Berlinguer sin dall’inizio ha molte riserve sul modo di fare politica di Craxi, sul tipo di modernizzazione che propone, tuttavia non abbandona mai la possibilità di un rapporto con il Psi. Il conflitto esplode quando Craxi va al governo. Lì c’è un errore di valutazione del Pci, e anche mio. Ricordo bene l’editoriale aspramente critico che scrissi sull’Unità».

Anche ai tempi del compromesso storico non è che fossero proprio rose e fiori…

«In realtà i veri problemi cominciano dopo. Il punto è come usciamo dalla solidarietà nazionale. Ricordo che nel 1980 diedi un’intervista in cui dicevo che il Pci doveva continuare sulla linea della solidarietà nazionale, ma con una variante: che la direzione del governo non doveva andare più a un democristiano, ma a un socialista. Il giornalista mi chiese: ma se andasse a un socialista, allora potrebbe essere Craxi? E io dissi sì. Uscì un comunicato della segreteria del Pci per dire che si trattava di “opinioni personali”, una cosa che non si faceva dai tempi delle dichiarazioni di Umberto Terracini sui rapporti con Usa e Urss, nel 1947. Capii che era cambiato qualcosa, e infatti qualche tempo dopo Berlinguer venne in direzione con un progetto di risoluzione in cui faceva la cosiddetta svolta: non si parlava più di solidarietà nazionale, non si nominavano più i rapporti con la Dc, con il Psi, con nessuno. Io però continuo a pensare nonostante tutto che queste oscillazioni fossero dettate da esigenze tattiche, mentre la strategia di Berlinguer rimaneva sempre la stessa».

Cosa glielo fa dire?

«Ad esempio il fatto che dopo tutto questo, alla vigilia delle elezioni del 1983, Berlinguer e Craxi si incontrano a Frattocchie e siglano un documento comune sui problemi sociali, lo sviluppo, la giustizia. Come dire che sì, ovviamente Pci e Psi andavano alle elezioni su posizioni diverse, ma c’era una prospettiva comune. Devo anche dire che quando poi Craxi va al governo accentua la polemica con il Pci. Nella rottura, insomma, ci sono responsabilità da una parte e dall’altra».

Resta il problema da cui siamo partiti, e cioè, tracciando un bilancio, quale sia stato il ruolo di Berlinguer. Ha svolto una funzione di conservazione, come sembra concludere de Giovanni, o di rottura?

«Io ritengo che Berlinguer, con alcuni errori tattici, cui mi associo, abbia sempre mantenuto ferma la linea della via italiana al socialismo, cioè una via democratica, non rivoluzionaria, con quei passi che ho ricordato sulla Nato e sul valore universale della democrazia che rappresentarono una accelerazione straordinaria. Il problema è che dopo la solidarietà nazionale quella linea va in crisi e il Pci non riesce più a trovare un rapporto coerente tra tattica e strategia. Questo è il vero limite che emerge, da quel momento in poi, di Berlinguer e di tutto il suo gruppo dirigente, me compreso. Quanto alle questioni ideologiche, capiamoci: anche Togliatti non uscì mai dal leninismo, però fece un partito di massa attrezzato per le elezioni, invece di un partito di quadri attrezzato per la rivoluzione, cioè l’esatto contrario del leninismo. Un partito che prende “l’attuazione della Costituzione come programma”. La vera doppiezza è che nel momento in cui, nei fatti, il Pci rompeva con quella tradizione, non lo voleva dire. Ma la sua politica non fu mai doppia: dalla linea democratica non si tornò mai indietro».

Restava però l’obiettivo di superare il capitalismo, o no?

«Sì, certo: anche Berlinguer credeva nella possibilità di superare il capitalismo. Democraticamente».

E lei come giudica questa posizione?

«Io ormai sono vecchio. Vedo che molti pensano che il capitalismo sia l’ultima categoria della storia, che dopo non possa esserci nulla. Io, invece, non so cosa avverrà dopo, ma che sia l’ultima categoria della storia non lo credo. Ho letto un libro in cui si racconta quello che accadde in Russia quando abolirono la servitù della gleba: ci furono persone che si suicidarono perché pensavano che fosse la fine del mondo. E invece il mondo è andato avanti. Io credo che la sinistra debba battersi per uguaglianza e progresso. Quali sbocchi avrà questa lotta non lo so, ma credo resti una battaglia da fare. E va fatta nel mondo di oggi, che non è più quello di Berlinguer, né il mio».

 

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