L’uomo che piantava gli alberi. Un dialogo con Stefano Boeri

Cultura
Stefano Boeri Architetti_Bosco Verticale (1)

“Io, la natura, la politica e Pisapia”. Parla l’archistar

Più che una Milano da bere Stefano Boeri pensa a una Milano biologica. Una città- giungla necessaria e urgente in questi tempi che vogliono dimenticare il cemento. La natura che riprende il suo spazio. Come a Milano, la metropoli che ha insegnato al mondo il bosco verticale poiché, nel ripetere il mantra “rendi al suolo ciò che è del suolo”, sta nascendo in Cina, a Liuzhou, nella provincia di Guangxi, la prima City Forest mondo.

Come se dall’era del carbone si tornasse a quella del legno, in un percorso virtuoso di regressione temporale. L’era della natura: un miracolo. Il bosco sui tetti, sui terrazzi. La foresta che esplode dalle finestre e cambia per sempre l’esperienza della città. Cambiano le stagioni, mutano i colori delle piante. Così, l’architettura, la forma d’arte più lineare ma più statica, diventa mutevole. Consumo zero, emissioni zero. Pura vita. Un percorso difficile che, secondo Boeri, è meglio iniziare subito, in vista degli appuntamenti con gli obiettivi climatici del 2020.

Figlio d’arte, militante del movimento studentesco negli anni Settanta, l’infanzia alla Maddalena nella casa bunker disegnata dalla mamma, la celebre Cini Boeri, allieva di Gio Ponti. Le estati con i fratelli, l’economista Tito e il giornalista Sandro, i bagni al mare con Giorgio Napolitano, con Giulio Einaudi. Famiglie severe, solide esperienze di sinistra: una sinistra necessaria, resistente, partigiana per la quale è impossibile fare a meno della politica. Sinistra che torna in tutte le scelte di Boeri, nelle sue opere più belle, quelle diffuse per Milano: dal Finger Point di Cattelan, il dito medio alla Borsa di piazza Affari, fino alla Pietà Rondanini, la commovente incompiuta di Michelangelo che l’architetto, all’epoca assessore alla cultura nella giunta Pisapia, voleva valorizzare portandola nel luogo del massimo dolore e della massima pietà umana: il carcere di San Vittore. Cosa doveva essere la statua che Buonarroti scolpì pochi giorni prima di morire al centro della struttura panottica della prigione non lo sapremo mai.

Quella Pietà non andò mai a San Vittore. Peccato.

Sarebbe stato importante che restasse un anno lì, in omaggio alla pietas che quell’opera incarna. L’avrei vista al centro della costruzione circolare, al posto del sorvegliante che nella struttura a Panopticon poteva osservare tutte le celle con un solo colpo d’occhio. Invece del Grande Fratello, la Pietà avrebbe capovolto lo sguardo, catturando l’attenzione del mondo sulla questione carceraria. Ma quello è stato uno dei punti su cui non ci siamo trovati d’accordo con Pisapia. Per fortuna alla fine la Pietà è stata spostata nella sede finale che avevo indicato, nell’ex ospedale della Peste, al Castello Sforzesco, un luogo evocativo per la città e per l’opera.

Con Pisapia fin da giovani eravate su fronti opposti. Anni di piombo, sinistra contro sinistra, lei militava nel movimento studentesco, l’ex sindaco era vicino ai settori più estremisti. Ve le davate di santa ragione.

Diciamo che rappresentavamo mondi diversi, che allora potevano sembrare limitrofi.

Il vero punto di rottura è stato l’Expo.

Fu una vicenda dolorosa, avevamo visioni del tutto opposte: non volevo lasciare Expo in mano a Formigoni, Giuliano invece aveva valutato opportuno un compromesso. Mai avrei comprato quei terreni, piuttosto li avrei affittati per il tempo necessario.

Pisapia le ha dato il benservito nonostante fosse il consigliere con il numero più alto di preferenze nella storia di Milano. Come si licenziano 13 mila voti?

Non me lo sarei mai aspettato, l’ho trovato un gesto controproducente.

Molto diplomatico.

La verità è che le allora segreterie del Pd cittadino e nazionale mi avevano sacrificato. Un sindaco fa le sue scelte, ma un partito serio ti dovrebbe sostenere. Mi sono girato, non c’era più nessuno.

La sinistra si può ritrovare intorno all’ex sindaco di Milano?

Giuliano è un fine politico, un uomo abilissimo nelle relazioni, ma per me la questione è un’altra: bisogna federare la sinistra su un percorso tattico o su progetti concreti di rilancio del Paese? Unirla sulla base di una santa alleanza contro Renzi o di una visione del futuro prossimo? Perché se si riduce ad un’unione di convenienza che va da Tabacci a Damiano, è una cosa già stanca. E poi sono convinto che ci sia uno spazio per un progetto politico alla sinistra del Pd, ma dubito che a guidare una ritrovata coalizione del No possa essere chi ha votato Sì al referendum.

Andiamo avanti: com’è oggi Milano?

Una città che può ancora dare moltissimo, quando è generosa e non autocelebrativa.

A cosa si riferisce?

Prenda la Fiera del Libro a Rho. Noi avevamo Bookcity, che era un’esperienza diffusa e percepita dai cittadini come propria, invece per arroganza abbiamo cercato di soffiare il Salone a Torino. Io credo invece che più condivisione significhi più vantaggi per Milano. Penso alle Olimpiadi e le vedo giocate sul triangolo MilanoGenova- Torino. Mi sembra così assurdo continuare a pensare senza una strategia condivisa con le grandi città del Nord Ovest.

Meglio Sala?

Sala sta governando bene e sta ridando un respiro internazionale a Milano.

Lo scorso fine settimana, tra Renzi e Pisapia lei ha scelto i luoghi del terremoto. Su Fb ha scritto: la bella politica è qui.

Ero tra Amatrice, Norcia e Spoleto. Sto lavorando, con il commissario Errani, alla ricostruzione post-sisma. Ecco, credo che una politica che accetti la sfida di un Paese fragile sia una politica reale, concreta. Quello che deve fare la sinistra è occuparsi costantemente di questioni come l’emergenza a fragilità dell’Italia. Mentre ero lì mi sembravano molto lontane la piazze di Roma e Milano, dove non si è parlato di ricostruzione. Invece se c’è da fare una Leopolda è sui luoghi del terremoto, per studiare nuovi modelli di sviluppo, per portare il massimo di innovazione nelle aree di massima sofferenza. Lo dico a Renzi, che è il segretario del Pd: ripartiamo da lì. La ricostruzione sia un modello.

Lei ha progettato il Piano regolatore di Tirana, il premier Edi Rama è stato riconfermato da poco. Che legame c’è tra urbanistica e politica?

Sì, è importante, ma ci vuole visione: Edi Rama è un artista e ha saputo portare la sua creatività in politica. Come primo gesto da sindaco ha coinvolto i suoi concittadini nella scelta dei colori di Tirana. Penso che molto si giochi oggi nella distanza tra parole e fatti: quando le persone possono vedere con i loro occhi che hai costruito scuole, rigenerato edifici, implementato il verde pubblico allora non solo capiscono che possono fidarsi di te, ma leggono le tue visioni come utopie realizzabili.

Memorabile la frase di sua madre: costruire asili nido è un gesto politico.

Il problema della politica oggi è la distanza tra parole e fatti. In Albania hanno fatto una scelta intelligente per rilanciare il Paese: una serie di masterplan elaborati simultaneamente per le maggiori città, dalla capitale, Tirana, a Durazzo a Valona. Abbiamo ridisegnato Tirana costruendo piazze e luoghi di comunità e delimitando la cinta urbana con una foresta di alberi. Ma soprattutto abbiamo voluto nel piano 20 nuove scuole aperte tutte le ore al giorno e tutti i giorni dell’anno: il messaggio politico più forte di tutti. Una città che ha sete di conoscenza. Dovremmo copiare la loro idea.

In che modo?

Lo dico da tempo: chiamiamo le migliori energie della politica e dell’urbanistica a concorrere, simultaneamente, per i masterplan delle 14 città metropolitane. Facciamo in modo che i cittadini, le istituzioni, gli operatori siano coinvolti in questi progetti e si sentano parte di una grande corrente creativa che disegna il futuro dell’Italia urbana. Mi sembra che le persone abbiano difficoltà a capire il senso delle città metropolitane, invece l’Italia dovrebbe raccontare al mondo intero come intende valorizzare le sue grandi aree urbane. E poi un’altra proposta: in questo Paese ci vorrebbe un Ministero del Legno e delle Foreste.

Lei è come Elzéard Bouffie, l’uomo che piantava gli alberi raccontato da Jean Giono.

Guardi che dico davvero. In Italia è in aumento ovunque la forestazione spontanea; bene: cerchiamo di far diventare i boschi e il legno, dal Trentino alla Sicilia, una vera risorsa. I boschi vanno curati, la filiera del legno implementata, ci deve essere una selvicoltura più strutturata e in ogni regione un distretto del legno che alimenti più settori dell’economia: dagli arredi, all’edilizia, all’energia. Non è un progetto bucolico ma politico e di sviluppo. E poi i boschi, gli alberi appartengono all’immaginario di tutti, dai bambini agli anziani, con culture e origini diverse. Ecco una politica chiara, che unisce tutti.

Intanto lei è passato dal bosco verticale alla città foresta. Da Milano alla Cina.

La City Forest di Liuzhou è la prima esperienza al mondo nel suo genere. Una città che con la sua quota di verde contrasta le emissioni di Co2. Sa che i boschi assorbono il 40% delle emissioni di carbonio? Ha messo il giardino anche nel tetto giardino del nuovo ospedale di Milano. Bisogna aumentare il verde urbano. A Parigi ho aiutato il sindaco Anne Hidalgo a riconvertire i tetti a verde e orti: è partita dal pubblico, scuole e ospedali, e poi è passata ai grandi edifici, agli alberghi, ai musei, ai ristoranti. Penso alla bellissima enciclica di Papa Francesco che ci chiama ad una visione olistica della grande sfida ambientale. Le città vanno considerate innanzitutto come dei grandi universi biologici, ci aiuta a capire come intervenire sui loro spazi di vita.

Se la chiamo archistar cosa mi risponde?

Che sono un archistreet.

(Pubblicato su Democratica del 5 luglio)


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