Luciano Violante: “Analogie col passato? Forse soltanto col terrorismo nero”

Terrorismo
LUCIANO VIOLANTE - LUCIANO VIOLANTE - fotografo: IMAGOECONOMICA

Anche questo terrorismo colpisce in modo indiscriminato, ma sta dentro una guerra che nasce e si sviluppa lontano da noi

Magistrato negli anni del terrorismo rosso e nero, presidente della commissione antimafia in quelli delle stragi mafiose, poi presidente della camera, Luciano Violante in questa intervista all’Unità respinge semplicistiche analogie con quel periodo, elogia la competenza dei nostri servizi di sicurezza, riflette sulle conseguenze dell’attuale offensiva del terrorismo islamista sulle nostre democrazie.

Presidente Violante, ci sono analogie tra gli anni del terrorismo e delle stragi mafiose che lei ha vissuto in prima persona ed oggi?

Direi di no. Questo terrorismo sta dentro una guerra che nasce e si sviluppa lontano da noi. Il polmone che lo alimenta, anche in Europa, non sta tra noi. Quello rosso era un terrorismo interno, che mirava a soggetti determinati; anche quello mafioso, eccezion fatta per le bombe del 1993 che tentavano di aprire un dialogo con lo Stato, colpiva i suoi nemici: politici come Mattarella e La Torre, forze dell’ordine, magistrati. Qualche somiglianza, forse, ci può essere con il terrorismo nero che colpiva in modo indiscriminato.

Allora agivano soggetti organizzati, di cui era forse più semplice seguire le tracce e prevenire le mosse. Oggi, dinnanzi ai single fighter, l’azione di contrasto appare più difficile?

L’attentato del singolo, di uno squilibrato può sempre accadere; è impossibile prevederlo. Quello che possiamo dire, riguardo all’Italia, è che le nostre forze di polizia e di sicurezza hanno acquisito sul campo, a partire dal periodo del terrorismo e delle stragi mafiose, un’altis sima competenza che hanno riconvertito con molta efficacia sui pericoli odierni. La professionalità dei nostri sevizi di intelligence, lo dico con molto rispetto per quei paesi, sembra superiore a quella che si è vista all’opera in Belgio e in Francia. Non esistono ricette universali, bisogna sapere che questi fatti possono accadere e lavorare sulla prevenzione. L’attenzione e la prevenzione sono la via maestra per ridurre la possibilità di essere colpiti. Finora, hanno protetto l’Italia dai rischi. Ma, naturalmente, non siamo fuori pericolo.

Come si può identificare il pericolo?

È difficile e rischioso fare confusione tra terrorismo e fede religiosa, anche perché gli ultimi episodi ci dicono che i protagonisti non seguivano affatto i precetti dell’integralismo islamico; quindi seguire piste che hanno come unico elemento la fede religiosa sono inefficaci. E gli errori commessi nei confronti di quel mondo possono rivelarsi letali.

Tuttavia, mentre prima sapevamo chi era il nemico: le Br, i Nar, Cosa Nostra, oggi chi semina la morte si ispira a un’ideologia radicale ma il suo volto è sfuggente, inafferrabile. Non c’è il rischio che ciò possa spingere le opinioni pubbliche a invocare risposte autoritarie?

Il terrorismo genera una domanda di sicurezza. Ma il pericolo sta in quelle forze politiche autoritarie che investono sulla paura dei cittadini per acquisire consenso e realizzare strette autoritarie. Basta guardare quel che sta accadendo in Turchia. Peraltro dove il terrorismo colpisce è inevitabile, come in Francia, una diversa condizione dei diritti civili, ma sempre nell’ambito dei valori democratici.

A quanti dei nostri diritti possiamo rinunciare per avere maggiore sicurezza?

La sicurezza è un diritto di libertà. Se non sono sicuro non sono libero. Classi dirigenti democratiche possono adottare misure di controllo più rigide solo se realmente efficaci. Altrimenti si tratta di abusi da respingere.

I cittadini però rischiano di sentirsi impotenti. Come si può reagire a questo sentimento di rassegnazione e angoscia?

Anzitutto non ne farei un problema di potenza: gli Stati Uniti che sono la potenza più grande del mondo sono stati colpiti l’11 settembre. Quella sensazione, in Italia, dopo il rapimento di Moro e dopo le stragi mafiose, fu superata grazie a una reazione civile molto forte. Dopo le stragi mafiose la commissione antimafia produsse un libro sulla mafia che fu distribuito in tutte le scuole. Ci fu poi un boom di iscrizioni alla facoltà di giurisprudenza che segnalava un diffuso bisogno di legalità. Era anche quello un modo per dire a forze dell’ordine e magistrati che non sarebbero stati soli.

Cosa rese possibile questa mobilitazione?

C’era un diffuso desiderio di capire e di reagire. La classe politica dirigente si impegnò in prima persona per trasformare quel desiderio in mobilitazione ed isolamento dei terroristi e dei mafiosi. Noi oggi, per fortuna, non abbiamo dovuto affrontare una prova simile e spero che non dovremo farlo. Trovo comunque giusta l’iniziativa del presidente Renzi che ha convocato tutte le forze politiche per favorire l’unità su questi temi. Mi auguro che non si tratti di una iniziativa isolata e che nessuno voglia utilizzare il terrorismo per speculare sulla politica interna.

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