Luciano Frattini: “Con la vittoria del Sì possiamo attrarre più investimenti”

Referendum
Luciano Frattini

L’amministratore delegato e presidente della multinazionale Medtronic Italia Spa: “Il problema più grande è che il Paese è legato alla sua credibilità, non possiamo sbagliare”

Luciano Frattini è l’amministratore delegato e il presidente di una multinazionale, la Medtronic Italia Spa, con 2100 dipendenti, 500 persone in più degli abitanti del piccolo Comune del cremonese Gerre De’ Caprioli. La Medtronic ha un fatturato annuo pari a 2,5 miliardi di euro, è presente in 160 Paesi del mondo, leader nel campo delle tecnologie medico-terapeutiche, della ricerca, dello sviluppo, produzione e distribuzione dei sistemi biomedicali. Racconta l’Ad: «Mi sono schierato per il Sì al referendum in maniera molto trasparente perché sono convinto della necessità di questa riforma. Ne sono convinto per il bene del Paese e non soltanto del mio gruppo ».

Presidente, cosa la convince di più di questa riforma?

«Le rispondo come presidente di una multinazionale ma anche come cittadino perché le due cose combaciano. All’interno di questa riforma ci sono alcuni aspetti importanti da realizzare legati al Titolo V che puntano a ricentralizzare alcune responsabilità. Nella riforma del 2001 ci sono state cose positive ma anche grandi limiti che negli ultimi anni sono diventati evidenti a tutti. Ormai dal punto di vista amministrativo viviamo in una nazione che ha 21 “subnazioni”, soprattutto nell’ambito sanitario, dove il nostro sistema universalistico sta mostrando le sue falle. Non abbiamo più un sistema omogeneo, ciascuna regione, anche in base alle risorse economiche che ha, fornisce servizi diversi e di conseguenza un cittadino, a seconda di dove vive, viene trattato in maniera diversa».

La sua azienda opera nella sanità, ha di fronte le norme di Stato e Regioni. Con la vittoria del Sì, e dunque la modifica del Titolo V, cosa cambierebbe in termini di investimenti e burocrazia?

«Le faccio un esempio pratico, partendo dalla situazione attuale. Ogni volta che un’azienda multinazionale vuole introdurre un’innovazione tecnologica, che nel nostro settore significa poter servire meglio più pazienti, oggi è soggetta a una serie di regole diverse regione per regione. Questo si traduce nel fatto che, non essendoci una norma comune, si devono fare 21 richieste differenti l’una dall’altra, con risultati diversi a seconda delle regioni. È in questo modo che va a farsi benedire il concetto di sistema universalistico. Con la riforma ci sarebbero norme uguali in ogni Regione e quindi quell’innovazione o c’è o non c’è, non si procede a macchia di leopardo».

C’è chi lega il destino del governo a questo referendum. La preoccupa la vittoria del No per le conseguenze che potrebbero esserci a causa dell’incertezza che verrebbe a crearsi sul dopo?

«Sono responsabile del settore Italia di una multinazionale e all’interno del mio gruppo devo difendere il Paese e la sua credibilità tutti i giorni davanti ai miei capi. Può piacere o non piacere questo governo, ma prendo atto che oggi c’è una sensazione di maggiore stabilità rispetto al passato. Il fatto che il referendum possa eventualmente portare a un passo indietro del primo ministro Matteo Renzi, e quindi ad una crisi politica, mi fa tremare. C’è il rischio che tutto quello che è stato costruito negli ultimi mesi venga vanificato in un secondo e, a torto o a ragione, saremmo tacciati di totale inaffidabilità. Il Paese tornerebbe ad essere ritenuto non attendibile e le conseguenze ricadrebbero su tutti, a cominciare dal sistema Italia in tutte le multinazionali».

Il superamento del bicameralismo perfetto con il Senato delle Regioni punta ad una legislazione più veloce. Per un’impresa che vuol dire?

«Uno degli aspetti per cui ogni giorno, io e i miei colleghi delle multinazionali, ci battiamo all’interno dei nostri gruppi per convincere i dirigenti sul fatto che l’Italia sia ancora un Paese su cui investire, è legato alla legislazione. Non ci sono tempi certi di approvazione delle leggi né della loro applicazione e questo è un disincentivo per chi decide di investire qui. Ecco perché tutto ciò che porta a una velocizzazione delle leggi, a una maggiore certezza sui tempi delle stesse non farebbe altro che bene. È necessario arrivare a un momento in cui il nostro Paese possa dimostrare che c’è certezza di attuazione delle norme, riposizionandosi quantomeno nella media europea».

Nella sua azienda si parla del referendum?

«Io ne parlo con chiunque mi capita di discutere della riforma. Lo faccio in modo trasparente, sono convinto che per il bene del Paese vada sostenuto il Sì ed è quello che dico alle persone che lavorano nel mio gruppo che, ovviamente, sono libere di votare come vogliono ».

Presidente, siamo o no di fronte a una ripartenza del Paese?

«Sì, in modo chiaro e netto. Mi capita spesso di far notare, a chi si lamenta, che dopo anni che si sentiva parlare di cambiamenti nella sanità, nell’ultimo anno e mezzo qualcosa è davvero cambiato. La nave è partita, ha preso il mare e sta andando da qualche parte. In questo momento non so dire se tra quattro anni approderà ai Caraibi o al Giglio, ma si sta muovendo. Mi auguro che dopo il referendum e la vittoria del Sì, in cui io spero, si possa accelerare ulteriormente perché dopo una lunga fase, durante la quale il nostro Paese sembrava destinato all’immobilismo, si sta ripartendo. Il passo successivo sarà di assicurasi che si stia andando nella direzione giusta».

Quindi lei è tra coloro che ha assunto nuovo personale?

«Non solo abbiamo assunto nuovo personale ma abbiamo continuato ad investire in Italia: l’ultima acquisizione è stata compiuta sei mesi fa, un’azienda molto importante, mille dipendenti, nel campo della dialisi. Ovvio che non si cresce più come una decina di anni fa, ma quando le risorse sono fintamente infinite c’è qualcosa che non va. Oggi per fortuna, un po’ di inefficienza il nostro sistema ce l’ha…».

Come per fortuna?

«Il punto è che non possiamo pensare, almeno nella sanità, di aggiungere risorse all’infinito. Essendoci sacche di inefficienza è lì che si può intervenire recuperando le risorse necessarie a nuovi investimenti in grado di rispondere alle nuove necessità che la popolazione pone al sistema sanitario».

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