Luca Sofri: “Quel popolo ora non deve smettere di appassionarsi”

Leopolda 2015
Un dibattito tra i partecipanti alla manifestazione durante la seconda giornata della Leopolda, a Firenze, 25 ottobre  2014.
ANSA/MAURIZIO DEGL INNOCENTI

Il giornalista, che il renzismo l’ha visto nella culla, dà un suggerimento al premier: “Adesso basta con i gufi”

L a Leopolda 2016, sesto appuntamento fiorentino per Matteo Renzi, che cos’è? Bella domanda. Un contenitore, la stazione, che ha cambiato i contenuti del Partito democratico e della politica con una velocità difficile a immaginarsi agli esordi, quando nel 2010 l’allora sindaco di Firenze e il consigliere regionale Pippo Civati dissero senza troppi giri di parole alla classe dirigente «adesso è il nostro tempo». Uno degli slogan faceva così: «Siete pregati di prendere posto e lasciarlo dopo tre mandati». Sembra passato un secolo: oggi quel sindaco è presidente del Consiglio, quel consigliere regionale ha lasciato il Pd e la Leopolda è stata messa all’asta per poco più di sette milioni di euro, ma il brand che si porta addosso è fortissimo.

Luca Sofri, giornalista, scrittore, conduttore televisvo e radiofonico, quel mondo leopoldino lo ha frequentato, ma prima dell’arrivo in stazione a Firenze, ai tempi di Piombino e del Lingotto di Torino.

Sofri, partiamo dalla prima Leopolda. Se lo ricorda quell’appuntamento? Matteo Renzi e Pippo Civati a Firenze e il Pd di Bersani impegnato con un’Assemblea dei circoli. Insomma, il segretario disertò Firenze. Fu una sottovalutazione di quanto stava accadendo nel suo partito o si trattava di altro?
«Nessuna sottovalutazione. Era la risposta dell’establishment che aveva capito esattamente quanto forte potesse essere la figura del sindaco di Firenze. D’altra parte la classe dirigente di allora aveva volutamente ignorato anche altri appuntamenti precedenti la Leopolda: l’incontro di Piombino e quello al Lingotto. Si erano palesati degli esponenti del Pd, alcuni con una sana curiosità, altri pensando di poter mettere il cappello su quelle iniziative e quindi in qualche modo delegittimarle. In fondo fu quell’atteggiamento a determinare la vittoria di Renzi perché tra le prime primarie, che lo videro sconfitto, e le seconde, c’erano loro alla guida del partito. E non fecero nulla per raccogliere la domanda di profondo cambiamento».

Da allora ad oggi, però, è cambiato tutto, Renzi al governo, Berlusconi in semiritirata, la destra spappolata e il M5S che prova la scalata.Cosa si aspetta dalla Leopolda 2015?
«Che si riappropri di un certo spirito in grado di mobilitare oggi come allora il popolo che ha animato quel progetto. Da quando Renzi è al governo è come se quell’attivismo e quella partecipazione iniziale siano un po’ scemate perché molti pensano che il progetto si è realizzato, si fidano del segretario-premier e lasciano che sia lui a fare tutto. In fondo è la critica che si muove al segretario: aver trascurato il rapporto con il territorio. Ma in questo il vero tessitore, durante la prima Leopolda, era stato Civati».

La Leopolda e il renzismo sono riusciti a rottamare non solo i dirigenti ma anche certi meccanismi consolidati della politica?
«Non credo. Renzi ha cambiato e rivoluzionato il modo di fare politica avendo una grande capacità di comunicazione e una grande sensibilità per questi tempi e la contemporaneità, ma oggi, che è premier e segretario del Pd, ha preso il controllo di quei meccanismi. Mi rendo conto che lo ha fatto per adeguarsi ma ad esempio questo suo modo di dividere il Paese tra buoni e cattivi, le sue continue citazioni dei gufi, sono la dimostrazione di quanto quei meccanismi che conosciamo bene siano così radicati che neanche Renzi riesce a rottamarli».

Dovrebbe?
«La forza del messaggio di Renzi, fin dalla prima Leopolda, stava in un concetto che prima di lui nessuno aveva espresso con altrettanta decisione: “basta dividere il partito tra i buoni e i cattivi, basta chiedere i voti soltanto alla nostra gente, noi dobbiamo chiedere i voti a tutti i cittadini”. Oggi che sta al governo usa le categorie di chi c’era prima di lui e credo che questo sia un limite. Il Paese ha bisogno di messaggi che uniscano, che non siano divisivi, per questo ho molti dubbi sulla comunicazione legata ai gufi».

Quest’anno lei andrà alla Leopolda?
«Non ci sono mai andato, ma la seguo con molta curiosità, facendo il mio lavoro».

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