“L’Isis è più debole, per questo è più difficile prevenire gli attacchi”. Parla Andrea Purgatori

Terrorismo
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“Chiunque con un’auto e due coltelli può fare una strage, contro i lupi solitari non abbiamo difesa. Ma l’Isis è destinato a soccombere”

L’Europa sotto attacco, l’ennesima azione commessa da un cosiddetto lupo solitario. Morti, feriti, i simboli delle nostre città colpiti con violenza. Che cosa ci dice l’ultimo attentato di Londra? A che punto è la lotta contro il terrorismo internazionale? Quali sono le possibili evoluzioni di questa situazione? Ne abbiamo parlato con Andrea Purgatori, giornalista, scrittore e sceneggiatore, esperto di politica internazionale.

Londra colpita al cuore, con ogni probabilità l’azione di un lupo solitario rivendicata dall’Isis. Che cosa ci dice questo attentato?
“Ci dice che purtroppo contro i lupi solitari non abbiamo difesa. Tutti o quasi tutti gli attentatori solitari erano conosciuti e seguiti dall’intelligence, ma considerati di fascia a basso rischio. E quando hai un parco sospetti così ampio è praticamente impossibile prevenire questo tipo di attacchi. Dobbiamo convivere con questo rischio”.

A che punto è la lotta internazionale contro il terrorismo islamico?
“E’ a un punto buono. Questi lupi solitari non hanno collegamenti diretti con Isis, le rivendicazioni ormai vengono fatte a un giorno di distanza e sono abbastanza generiche. Le reti che abbiamo imparato a conoscere dopo gli attentati di Parigi e Bruxelles sono state smantellate e non sono più state rimesse in piedi. Questo ci dice che pur essendoci ancora delle piccole cellule, la capacità offensiva dell’Isis è crollata di pari passo alle sconfitte sul campo in Siria e in Iraq”.

Lei sostiene che queste azioni sono il sintomo di un indebolimento dell’Isis? E’ d’accordo però con chi sostiene che meno un’organizzazione è forte, più alta è la difficoltà di controllarla e quindi più altro il rischio di attentati?
“La novità è questa. Eravamo abituati a questo scenario: ad ogni azione dell’Isis la risposta dell’Europa era violenta. C’erano reclutatori, basi, reti. Ora non ci sono più e anche il lavoro dell’intelligence è tremendamente più difficile. Prendiamo l’attentato di Londra: un suv e due coltelli. Se pensiamo a cosa avevano in casa gli attentatori di Parigi ci rendiamo conto di come le cose sono cambiate”.

Secondo lei quindi l’Isis ha definitivamente rinunciato ad organizzare attentati in grande stile, pianificati come a Parigi, per lasciare il passo solo ad azioni solitarie come quelle di Londra o di Berlino?
“No, non credo. Per esempio credo che l’allarme sugli aerei vada preso sul serio. Esiste una minaccia, ma in qualche modo localizzata nel teatro mediorientale. Non c’è più quella capacità, un po’ perché sono stati ammazzati i reclutatori, un po’ perché sono state smantellate le reti”.

Quel che resta difficile da combattere è l’ideologia. Un’ideologia globale che attrae un numero limitato di soggetti ma che attecchisce un po’ dappertutto, indipendentemente per esempio dalle forme di integrazione messe in campo dai vari stati.
“Il numero degli attentati commessi in Europa, se comparati ai milioni di musulmani che vivono nei nostri Paesi, ci dice che la chiamata alla jihad dell’Isis non ha avuto in nessun modo la risposta che sperava. L’Isis non è destinata a crescere, anzi. Mosul è persa, Raqqa se non circondata poco ci manca, con le forze americane sul campo. La loro capacità di reazione fuori da quel territorio si è ridotta di molto. Quel che resta l’ideologia e 35mila foreign fighters che nel giorno in cui il califfato verrà sconfitto saranno a piede libero per il mondo e pronti a colpire”.

Qual è il legame tra gli attentati e l’emergenza migranti?
“Nessuno, e chi dice il contrario dice una sciocchezza. Nessuno di questi attentatori solitari è arrivato in Europa su un barcone. L’equazione migranti uguale terroristi è propaganda pura”.

Si dice spesso che le comunità musulmane in Europa dovrebbero assumere posizioni più dure nei confronti del terrorismo. Secondo lei qual è il reale impatto che queste possono avere in questo momento?
“A parte il fatto che le comunità musulmane, per esempio a Londra, hanno usato parole durissime nei confronti degli attentatori, il dato fondamentale è che si tratta di lupi solitari. Persino all’interno delle comunità c’è una difficoltà. Se uno si radicalizza da solo o ha motivi socio-psichici che lo spingono a fare un attentato, la comunità può fare poco”.

L’Italia è un Paese a rischio?
“Certo che lo è. Quello che è successo a Parigi sabato, a Londra mercoledì o a Berlino sotto Natale può succedere anche da noi. Chiunque può prendere due coltelli, metterseli in tasca, entrare in un corteo e accoltellare cinque persone. Altra cosa è sottovalutare le minacce. Se i belgi avessero tenuto sotto controllo la rete degli attentatori che hanno fatto le stragi di Parigi, quelle stragi non ci sarebbero state. Senza una rete europea di intelligence, non si sconfiggerà mai il terrorismo. E non può essere certo Londra da sola, come ha fatto intendere il discorso di Theresa May in Parlamento, che può vincere questa partita”.

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