L’impressionante mania delle mostre italiane

Dal giornale
van gogh

Tante esposizioni raccolgono opere di impressionisti, post-impressionisti e filoni paralleli. Parla il presidente del Museo d’Orsay Guy Cogeval: “Non è moda, sono stati una stagione unica”

Le pennellate vibranti dell’impressionista Claude Monet, in uscita controllata dal Musée d’Orsay alla Galleria civica d’arte moderna, fanno il paio a Torino con i cromatismi squillanti e le prospettive volutamente sghembe di Henri Matisse a Palazzo Chiablese; al Vittoriano di Roma un drappello di impressionisti e post-impressionisti, da Cézanne a fiancheggiatori meno noti, rivaleggia con una selezione – di abbagliante qualità – dalla Phillips Collection di Washington al Palazzo delle Esposizioni; al Palazzo della Gran Guardia a Verona il “puntillista” Seurat attira pubblico all’ombra di Van Gogh (e di Mondrian), dal Kröller Müller Museum di Otterlo in Olanda; Palazzo Ducale a Genova ospita Gaugin e Renoir, e l’immancabile Vincent, prestati dal Detroit Institute of Arts; a Palazzo Strozzi a Firenze (fino al 24 gennaio) la rassegna sulla “Bellezza divina” rivendica, nei manifesti e nel titolo, la presenza di Van Gogh. Per farla breve, impressionisti, post-impressionisti e tutta la stagione maturata in Francia tra secondo ‘800 e primo ‘900 campeggiano come prime donne tra le mostre italiane. Gli organizzatori con questi nomi vogliono staccare un numero sufficiente di biglietti – fatto legittimo – e converrà dire che quando un’esposizione è ben curata è un’opportunità per tutti da non disdegnare “a prescindere”, come diceva Totò Se sia una moda o meno, ne risponde Guy Cogeval, presidente del parigino d’Orsay, che da anni presta spesso e volentieri opere da un’epoca incredibilmente prolifica di capolavori.

Monsieur Cogeval, l’Italia ospita un po’ ovunque mostre di impressionisti e affini. Perché piacciono tanto? Perché sono di moda? Perché sono moderni e “facili” da comprendere?

Non dovrebbe fare domande così strane. Non sono artisti alla moda: penso rappresentino un’epoca unica dell’arte contemporanea che la cultura italiana non ha vissuto. È una delle stagioni più importanti dell’epoca moderna e per questo abbiamo sempre tanti visitatori: sanno che a Parigi c’è la più grande collezione di pittura impressionista al mondo. Inoltre in Italia non avete molte opere impressioniste e anche per questo il nostro museo esercita un forte fascino su tanti italiani. E mi pare importante esportare mostre di qualità come quella torinese con ben 40 opere di Monet.

L’Impressionismo è diventato una sorta di “fast food” dell’arte per un folto pubblico?

No, niente affatto: se la gente se ne interessa, tanto meglio. Ed è un bene se come museo possiamo guadagnarci: viviamo in gran parte con quello che ricaviamo dai biglietti venduti e con le opere che esponiamo, una pratica che ha anticipato molti musei importanti.

In che percentuale vi finanziate con i biglietti?

Bisogna capire che con l’autonomia ci finanziamo per il 70% mentre lo Stato copre solo il 30% dei nostri bilanci. In realtà è un rapporto molto speciale in Europa, poche istituzioni sono al nostro livello di autofinanziamento.

Chi viene da voi a Parigi non resta deluso nel vedere che dei capolavori sono in prestito altrove?

No, nessuno resta deluso perché non lasciamo mai dei ‘vuoti’, ricomponiamo la collezione come fosse lo stesso museo. Abbiamo una gran quantità di opere magistrali anche nei depositi.

Cambiando prospettiva: dopo gli attentati sembra che i turisti a Parigi siano scesi. Ne risentite, alla biglietteria?

Il turismo è calato, arrivano meno giapponesi e americani ma l’anno in corso, con le mostre su Bonnard e sulla prostituzione, è stato eccellente. Non so quali saranno i risultati finali, dovrebbero essere in leggero calo ma abbastanza buono malgrado la situazione tragica.

A proposito di politica: lei ha organizzato esposizioni sul nudo maschile e, appunto, quella sui bordelli che oltre ad aver avuto grande successo hanno sollevato controversie. Poiché il presidente del d’Orsay viene nominato dal presidente della Repubblica, crede che avrebbe potuto farle se, poniamo, alla guida dello Stato francese ci fosse stata Marine Le Pen?

Penso che Marine Le Pen non sarà mai presidente della Francia. Può avere molti consensi in ogni regione ma mi sembra impossibile che possa arrivare alle vette dello Stato, ha troppe persone contro. Non posso esprimermi, tuttavia sono molto inquieto sull’avvenire. Ma ho 60 anni e penso che non vedrò mai la vittoria del Fronte nazionale.

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