L’impegno di Selene Biffi: creare opportunità per migliorare la qualità della vita nei Paesi poveri

Tipi tosti
THE ROLEX AWARDS FOR ENTERPRISE, SELENE BIFFI, 2012 YOUNG LAUREATE
The Qessa Academy’s unusual curriculum brings together traditional storytelling, creative writing, performing arts, English, public health and community development.
Kabul, Afghanistan
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Quattro startup e due spin-off: tredicimilacinquecento bambini coinvolti e formati direttamente in Italia, India e Afghanistan. E tutto con un budget annuale inferiore ai 50 euro

THE ROLEX AWARDS FOR ENTERPRISE, SELENE BIFFI, 2012 YOUNG LAUREATE At the Qessa Academy, students learn English, a much-needed skill to find employment with the aid and development agencies working in the country.  Kabul, Afghanistan RAE12SB1303_02-034 ¦ ©Rolex Awards/Reto Albertalli

Settemila fumetti distribuiti nelle bidonville indiane, che hanno aumentato di circa l’80 percento la consapevolezza e la promozione dell’igiene e della salute pubblica a tre anni dall’intervento. Centoventuno laboratori pratici sull’intercultura in Italia, che hanno dato vita a festival indipendenti sui diritti umani. Quarantadue insegnanti formati all’utilizzo dello storytelling per migliore l’alfabetizzazione nelle scuole primarie a Kabul. Tredicimilacinquecento bambini coinvolti e formati direttamente in Italia, India e Afghanistan. E tutto con un budget annuale inferiore ai 50mila euro”.

A dare questi numeri è l’imprenditrice sociale italiana più premiata: Selene Biffi, nata a Monza nel 1982, da quattordici anni impegnata a creare opportunità per migliorare la qualità della vita in alcuni Paesi poveri. Soprattutto, India e Afghanistan. I suoi strumenti sono stati fino ad ora: videogiochi, libri o fumetti, destinati ai bambini e ai ragazzi.

THE ROLEX AWARDS FOR ENTERPRISE, SELENE BIFFI, 2012 YOUNG LAUREATE Italian social entrepreneur Selene Biffi has opened a storytelling school in Kabul to foster youth empowerment, support community development and preserve oral heritage. Kabul, Afghanistan RAE12SB1303_01-022 ¦ ©Rolex Awards/Reto Albertalli

Una Laurea triennale in International Economics and Management(Università Bocconi), un Master in International Humanitarian Action(University College Dublin), una serie di diplomi, presi con borse di studio ad Harvard (Public Policy and Leadership in the 21st Century), INSEAD (Social Entrepreneurship) and Singularity University (Graduate Studies Program) e una grande determinazione, che le ha permesso di realizzare alcuni suoi sogni.

“Da piccola – racconta – volevo diventare un supereroe o un’archeologa. Non ho realizzato questi desideri, ma mi è rimasta la voglia di fare qualcosa di diverso, aiutare gli altri e muovermi su un terreno poco conosciuto, a volte rischioso. Ho creato quattro startup e due spin-off che rappresentano tappe fondamentali nel mio percorso umano e professionale. Ho imparato moltissimo da ognuna di queste, da come fare innovazione con pochi euro a come recuperare il patrimonio – soprattutto quello intangibile- in una zona di conflitto, da come democratizzare, cioè ampliare la sicurezza a come rendere più interessanti le ultime scoperte scientifiche”.

Il suo lavoro ha ricevuto 59 tra premi e fellowship soprattutto a livello internazionale. “Un riconoscimento – aggiunge – che ricordo sempre con gratitudine è il Premio Rolex, perché mi ha dato l’opportunità di realizzare un vecchio progetto: la scuola per cantastorie di Kabul. Ricordo con gratitudine anche un premio che non ho vinto- Il Make a Change – perché quella sera in giuria c’era Renzo Rosso (patron di Diesel), che decise ugualmente di supportarmi. Grazie a lui e alla sua Only The Brave Foundation ho potuto lanciare Plain Ink e la nostra scuola a Kabul. C’è poi, ovviamente, il Mother Teresa Award, ritirato di recente in India, che ha dato a tutti noi grande speranza per il futuro del nostro lavoro”.

THE ROLEX AWARDS FOR ENTERPRISE, SELENE BIFFI, 2012 YOUNG LAUREATE Female students are encouraged to attend the Qessa Academy, the storytelling school Selene Biffi set up through Plain Ink, the NGO she founded in 2010 to help educate and empower disadvantaged communities. Kabul, Afghanistan RAE12SB1303_02-029 ¦ ©Rolex Awards/Reto Albertalli

Plain Ink nasce nel 2010 dopo la prima missione in Afghanistan.  “Per lanciarla– afferma Selene- ho lasciato l’ONU dopo otto anni di lavoro come consulente.Ho creduto talmente tanto in quel progetto da investire tutta la mia indennità di missione e i miei risparmi”. A Kabul, Selene ha aperto una scuola, dove lavora un team di cinque unità, a cui si aggiungono professionisti, chiamati quando serve. “Una missione davvero tosta  aggiungein un Paese come l’Afghanistan, dove si registra un tasso di analfabetismo pari quasi all’80 percento e dove la cultura si tramanda di generazione in generazione spesso soltanto attraverso il racconto orale. Un giorno mi sono chiesta: Perché non partire dalla tradizione, insegnando ai giovani a raccontare storie?” E così è stato. La scuola l’ho aperta da sola. Ho fatto la valigia, ho lasciato Mezzago e mi sono trasferita a Kabul. Ho ristrutturato due stanze in una casa di fango per aprirci la scuola, tappezzato la città di migliaia di poster per trovare gli studenti, ho fatto numerose riunioni per trovare gli insegnanti. Sono stata fortunata a trovare una squadra, totalmente afghana, che crede e lavora sodo per insegnare ed aiutare i ragazzi, a partire da Farhad Safi, che collabora con me dal primo anno”.

Prima di Plain Ink , Selene ha creato Youth Action for Change, un’organizzazione che sviluppa corsi di formazione online, favorendo la diffusione dell’educazione in Paesi svantaggiati. Partita con soli 150 euro, oggi coinvolge ben 120 Paesi, il 95% dei quali ancora in via di sviluppo.

“Abbiamo cominciato a lavorare in Italia – specifica –  occupandoci di integrazione, immigrazione e dialogo interculturale, creando libri bilingue per bambini delle scuole elementari, proponendo storie contemporanee in italiano, cinese, hindi, spagnolo e arabo, e facendo laboratori per bambini. Poi sono venuti i fumetti nelle bidonville in India, per insegnare le basi della salute pubblica e della partecipazione civica ai bambini, offrendo strumenti concreti per migliorare le condizioni di vita nelle proprie comunità. Il sogno, però, rimaneva quello di tornare in Afghanistan e fare qualcosa di mio per i ragazzi del luogo”

Quanto è stato tosto il tuo percorso?

Il cammino per la realizzazione di Plain Ink è stato – ed è tuttora – in salita. Da un lato, perché in Italia si fa poca innovazione sociale e programmi come i nostri fanno fatica ad essere recepiti e finanziati da fondazioni e donatori tradizionali, dall’altro, perché si guarda spesso con sospetto chi vuole fare qualcosa di suo, senza essere schierato dal punto di vista politico o religioso. Uno che si impegna in prima persona, rischiando anche la vita, come nel mio caso, viene visto tra noi con grande sospetto. Si pensa al secondo fine. Le difficoltà sono state moltissime, a Kabul, ma anche in Italia. La differenza l’ha fatta soprattutto la mia determinazione. Non mi sono mai arresa di fronte alla mancanza cronica di fondi, a ruoli imposti dalla società in quanto giovane e donna. Non ho mai rinunciato ai miei sogni. Penso ci sia sempre tempo per scegliere un altro percorso di vita. Per il momento il mio è questo.

Chi ti ha aiutato?

Prima di tutti, la mia famiglia. I miei genitori sono commercianti, non hanno avuto la possibilità di studiare e hanno messo su famiglia molto presto. Sono andati in India quasi quaranta anni fa e, sul finire degli anni ’90, hanno cominciato ad impegnarsi per i meno fortunati a Jalilpur, una bidonville di diecimila abitanti nei pressi di Varanasi, la città sacra. Con grandi sforzi personali ed economici, in vent’anni hanno costruito un ospedale che oggi offre oltre 11 mila visite e operazioni gratuite ai poveri. Non solo, mantengono agli studi quasi 400 bambini. Vedere due persone che, con un lavoro e una vita assolutamente normali, cambiano la realtà di migliaia di persone, ti fa capire che non bisogna essere straordinari per fare cose straordinarie. Ognuno di noi ha la possibilità di cambiare il pezzettino di realtà che ha di fronte. Non ci sono scuse per non fare. Ma in questi quattordici anni, se i miei erano dalla mia parte, ho dovuto combattere con cattiverie, soprusi e ingiustizie. Ho un elenco davvero lungo di chi mi ha delusa e cricata. In Afghanistan si passa dal “Perché mai dovrei aiutarla, lei è solo una donna!” a “L’aiuto, perché lei è solo una donna!”, a “Ma perché non fa anche lei quello che fanno tutti? Faccia una scuola elementare o un corso di alfabetizzazione per donne o lasci perdere!” Poco importa, evidentemente, che, fino al 2013, c’erano 2.500 ONG registrate nella sola Kabul, tutte con gli stessi progetti e pochi risultati da mostrare, nonostante i miliardi di dollari investiti in aiuti umanitari e ricostruzione. In Italia, invece, mi si fa sempre presente che sono giovane, non ho una tessera, faccio una cooperazione poco chiara, che, in realtà, si chiama innovazione sociale. Un giornalista una volta mi disse: “Lei è giovane, donna e fa innovazione. C’è una combinazione peggiore in un Paese come il nostro?”

Spero un giorno che queste persone, guardando i risultati raggiunti, possano ricredersi. Dal punto di vista economico, chi mi ha aiutata, l’ha fatto spontaneamente. Continuo, comunque, a fare consulenze per riuscire a mantenermi e tenere Plain Ink e i nostri programmi aperti. Non prendo soldi dalla mia organizzazione.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Sono molti quelli a cui vorrei dedicarmi, ma che, per mancanza di supporto, non sono ancora partiti. Per esempio, Bibak, sensori a basso costo per l’identificazione delle mine antiuomo o Niwzii, una piattaforma per trasformare in giochi le  notizie. Scrivere un secondo libro, dopo la “La Maestra di Kabul”, pubblicato in Italia e Francia nel 2014. E poi vorrei insegnare. Tre anni fa ho rifiutato tre offerte per un seggio in Parlamento, ma non nascondo che mi piacerebbe offrire un supporto nel mio ambito di lavoro: innovazione sociale e imprenditoria sociale. Oggi mi sento più pronta.

Foto di Rolex Awards | Reto Albertalli

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