“Libera” i carcerati attraverso il teatro: la storia di Giorgio Flamini

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Grazie a lui anche quest’anno 80 detenuti parteciperanno al Festival dei due Mondi: “Andiamo avanti, perché l’ora d’aria, la tv, la partita a carte non bastano”, spiega il direttore artistico della compagnia #SIneNOmine

Ottanta detenuti del supercarcere di Maiano, frazione del Comune di Spoleto, anche quest’anno al Festival dei due Mondi.

Merito di Giorgio Flamini, 50 anni, spoletino, direttore artistico della compagnia teatrale #SIneNOmine, nata tre anni fa nel Liceo artistico carcerario dell’Istituto di Istruzione Superiore “Sansi Leonardi Volta” della cittadella penitenziaria umbra, dove sono ospitati 440 carcerati in più circuiti: alta sicurezza, media sicurezza, protetti e regime di 41 bis.

Architetto, scenografo, in carcere Giorgio è professore di discipline geometriche, architettoniche, arredamento e scenotecnica. Della realtà carceraria ha cominciato ad interessarsi sin da ragazzo.

“Ho sempre avuto la curiosità – racconta – di visitare prima la Rocca Albornoziana, sul Colle Sant’Elia, a Spoleto, ex carcere di massima sicurezza, che per noi spoletini rappresentava una specie di inferno sulla terra, poi la struttura di Maiano – destinata ai terroristi – che ho visto costruire. I lavori iniziarono negli anni Settanta. Ricordo bene quel 2 maggio del 1980, quando un commando di quattro terroristi di Prima Linea sparò a Sergio Lenci, architetto penitenziario, che sopravvisse alla pallottola, rimasta nella nuca. Il professor Lenci sarà poi il presidente di commissione alla mia tesi di laurea. In quella struttura sono entrato nel ‘97 per insegnare ad un corso di formazione professionale e non ne sono più uscito”.

Come è nata l’idea di portare il teatro in carcere?

“La mia formazione e i miei interessi sono sempre stati legati al teatro. A venti anni ho lavorato con Laura Bassetta e Mariolina Maconio. Mi occupavo delle scene e dei costumi per la danza. Nella seconda metà degli anni ‘80, da scenografo, ho fatto esperienze sperimentali di teatro e danza, d’estate partecipavo al Festival dei Due Mondi con un gruppo di artisti locali, in una cantina in via del Duomo. All’epoca sognavo di fare il pittore. Negli anni ’90 ho frequentato stage con registi, scenografi, architetti e critici d’arte. Ma le esperienze teatrali più formative sono state quelle di Fara Sabina, Klagenfurt, Genova, Monte dei Cocci e il progetto “Le Città Invisibili”. Lì ho cominciato ad interessarmi di creazione di costumi e scene per spettacoli urbani. Intanto ho vinto due concorsi per cattedre nel ’99 e ho iniziato ad insegnare”.

A quel punto?

“Ho lasciato i corsi di formazione per adulti in carcere e ho aperto con due colleghi il primo studio di architettura a Spoleto. Ma non ho mai abbandonato Maiano. Prima, come volontario, ho seguito percorsi di reinserimento lavorativo di alcuni detenuti. Poi, ho scelto di insegnare nella scuola artistica carceraria, oggi Liceo artistico. Ho continuato a lavorare in teatro con coreografi e registi, fondato con Anna Leonardi, Pietro Biondi, Mauro Bronchi  ed altri artisti l’associazione Teodelapio, che gestisce ancora oggi la scuola di teatro cittadina”.

Poi?

“La libera Rocca, in seguito destinata ad accogliere l’attuale Museo del Ducato, nell’82 fu individuata da Gian Carlo Menottifondatore del Festival dei due Mondi, come ulteriore spazio della kermesse internazionale. Dopo il trasloco e le traduzioni di centinaia di detenuti a Maiano, il Festival ospitò per la prima volta una rappresentazione di Sorveglianza speciale del drammaturgo e poeta francese, Jean Genet. Lo spettacolo, con la regia di Marco Gagliardo, fu interpretato alla Rocca di Spoleto da sei detenuti, grazie ad un magistrato illuminato, come Luigi Daga. Per la prima volta in Italia un gruppo di detenuti si esibiva all’esterno del carcere”.

Nel 2012,  proprio a 30 anni da quello spettacolo, hai voluto creare un gruppo di scrittura drammaturgica, che operasse in modo parallelo alle lezioni della tua disciplina: progettazione scenica.

“Proprio così. Con un corposo gruppo di allievi ristretti, proposi lo spettacolo Affettività patetiche Cattività affettiva, sugli orizzonti affettivi  che si spezzano nella condizione detentiva. Era il Festival del 2013. Grazie all’inserimento nel programma da parte del direttore artistico, Giorgio Ferrara, debuttammo al 56° Festival dei due mondi, con quaranta artisti.

Il secondo lavoro fu Sorveglianza Speciale di Genet.

“Esatto. Un adattamento molto particolare, con ventidue partecipanti. C’erano i quattro protagonisti della pièce genetiana, un coro di tredici attori/detenuti, un aiuto-regia e quattro tecnici, tutti ristretti a Maiano e allievi del Liceo artistico. Lo spettacolo era dedicato al direttore uscente del carcere, Ernesto Padovani.  Tutto questo è stato possibile grazie a coloro che hanno creduto nel valore educativo dell’impresa: dall’amministrazione alla polizia penitenziaria (il comandante, Marco Piersigilli, gli ispettori e gli agenti), ai docenti dell’Istituto, al dirigente scolastico,  Roberta Galassi, al direttore, Luca Sardella. Ho partecipato alle edizioni dei festival 57 e 58 con i detenuti della compagnia #SIneNOmine, completando la trilogia MA ia NO con il migliore dei mondi possibili 1980/2025 e Miracolo a Maianoinseriti nell’ultimo  festival”.

Hai un ricordo particolare di queste esperienze?

“Sì, alla scorsa edizione del festival molti ospiti liberi, mille in tutto nelle due serate, hanno attraversato i recinti penitenziari con i reclusi ed insieme si sono fermati per qualche ora a guardare le stelle. Alcuni detenuti non guardavano il cielo notturno senza il filtro delle sbarre da oltre venticinque anni”.

I temi che in genere porti in scena?

“La condizione detentiva è sempre il tema principale. Abbiamo messo in scena anche letture dall’Inferno di Dante, un reading dell’Apocalisse di Giovanni, avviato un laboratorio di confronto sul tema delle vittime, stiamo lavorando in questi giorni su Shakespeare e Samuel Beckett. Tanto che siamo entrati nel programma nazionale Teatro-carcere per la giornata mondiale del teatro con un waiting for Godot, che muta in un waiting for Pulecenella. Insomma, la nostra è una compagnia molto attiva e dopo i piccoli cortometraggi, già realizzati, stiamo pensando a un lungometraggio. La compagnia #SIneNOmine tramite il Liceo, partecipa ad una serie di festival di cinema, teatro e a concorsi. Al Giffoni film festival e a O’curt a Napoli siamo stati presenti con Ka MoKa k’amma fa“.

Dicevi che è cresciuto anche il numero dei partecipanti alle esibizioni.

“Sì. Da un gruppo di quaranta detenuti/attori siamo passati agli ottanta nell’ultimo lavoro. E vorrei che il numero crescesse ancora. È un gruppo eterogeneo, composto da detenuti di età compresa tra i 30 e i 60, provenienti per lo più dalla Campania, dalla Puglia e dalla Calabria. A distinguere questo gruppo è il percorso teatrale, che si unisce a quello scolastico, con risultati davvero positivi in termini di risocializzazione, crescita dell’individuo, passione, autostima. Fatichiamo molto, è vero, per lavorare con rigore e disciplina, ma non molliamo. La compagnia, che ha solo bisogno di risorse, è già strutturata. Siamo quasi tutti volontari e possiamo contare sui contributi della Fondazione Francesca, Valentina e Luigi Antonini, del Consorzio Cosis e di qualche sponsor occasionale. Andiamo avanti, perché l’ora d’aria, la tv, la partita a carte non bastano. Nei miei lavori, spesso, sono i detenuti che propongono le soluzioni sceniche, sono loro gli autori di molti testi, recitati da colleghi liberi professionisti. Dall’inizio ho sempre avuto più di un aiuto regia scelto tra i detenuti. Ed è questo che li rende vivi”.

E tu come sei cambiato lavorando in carcere?

“Non so se sono cambiato. Ma quando lo vivi così – dalla mattina con la scuola al pomeriggio col teatro e qualche volta il sabato e la domenica per le prove – il carcere diventa necessario anche per te”.

Un’anticipazione su quello che proporrai al Festival dei due Mondi di quest’anno?

“Andremo in scena i primi di luglio con uno spettacolo su Napoli. È una sorta di tragicommedia dal titolo A città ‘e Pulecenella, che nasce da una ricerca storico-antropologica, condotta in classe dai detenuti napoletani di Maiano”.

Cosa ti aspetti?

“Un successo di pubblico e critica. Grazie alle scelte operate con Marco Piersigilli, comandante del carcere, il lavoro di Maiano andrà in scena di sera, anche quest’anno all’aperto, e si svilupperà tra esterno ed interno della struttura penitenziaria. Il pubblico attraverserà la cittadella, come già in Miracolo a Maiano, accompagnato da Pulecenella, fino a raggiungere il campo, dove sarà allestita gran parte delle scene”.

A che punto siete con la preparazione?

“È già tutto pronto. Un mese fa abbiamo fatto una prova generale per un numero ridotto di ospiti. Da questa anteprima abbiamo tratto un trailer, che pubblicherò nei prossimi giorni anche sulla pagina Facebook Compagnia #SIneNOmine. Siete tutti invitati”.

 

Foto di Vincenzo Porfilio

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