Leo Pari: “Con il mio disco SPAZIO alla conquista della Luna”

Musica
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Esce in questi giorni SPAZIO, l’album che dà voce alla generazione cantautoriale romana nata a fine anni ’70. Ne abbiamo parlato con il suo autore, Leo Pari

Roma e le ondate cantautoriali che l’hanno attraversata negli utlimi 50 anni.
L’argomento è ricco di un’aneddotica suggestiva: dalla leggenda di un giovane Bob Dylan, che battezza il Folkstudio nel 1962, ai 180 metri quadrati de Il Locale a Vicolo del Fico, che 30 anni dopo è la culla di una nuova stirpe di cantautori capitolini.
E se i figli degli anni cinquanta (De Gregori è del 51, Venditti del ’49) hanno profondamente inciso sulla nostra musica popolare, la “famiglia” dei loro eredi, nati nella seconda metà dei sessanta, ha codificato una forma canzone riconoscibile, indicizzata sotto l’etichetta di “scuola romana”. I vari Daniele Silvestri, Max Gazzè, Niccolò Fabi, Riccardo Sinigallia e Federico Zampaglione, solo per citare i nomi più noti, si distinguono per una ripresa del cantautorato dei loro “padri putativi”, che contaminano con le musiche pop anglosassoni del loro bagaglio di ascolti: dai Police alla psichedelia, dall’elettronica al folk. D’altronde, lo stesso De Gregori non aveva mai fatto mistero di aver adattato alcuni tratti tipici di Bob Dylan ad una “confezione” italiana.
Oggi, in un contesto radicalmente mutato, dopo l’avvento di internet e il parziale collasso delle major discografiche, sono le realtà indipendenti a rivendicare un’ideale linea di continuità con la canzone romana “popular”. I Cani, i Thegiornalisti, Calcutta (nato a Latina ma di base a Roma), rappresentano a tutti gli effetti la nuova ondata musicale della capitale, che ibrida cantautorato e pop di matrice internazionale, raccogliendo un ottimo seguito di pubblico e inanellando concerti sold out.
Manca all’appello la stirpe dei nati a cavallo tra gli anni ’70 e gli ’80. Quelli che hanno vissuto in pieno il momento di passaggio tra la vecchia e la nuova discografia, adeguandosi agli assestamenti di un mercato musicale in preda a violente scosse telluriche, e la cui fisionomia sarebbe irrimediabilmente cambiata. Escludendo Alessandro Mannarino, che si rifà soprattutto alla tradizione dei cantastorie romaneschi, e i tormentoni degli Zero Assoluto, tra gli affiliati alla generazione “post-Locale” ci sono Roberto Angelini e Simone Cristicchi, i cui percorsi artistici si sono sviluppati anche attraverso strade parallele a quella musicale (l’approdo televisivo per il primo e il teatro per il secondo). Per il resto sono rimaste poche tracce tangibili dei cantautori romani tardo trentenni. Almeno fino a pochi giorni fa.
Infatti è da poco uscito il nuovo disco di Leo Pari, romano classe 1978: l’album si chiama SPAZIO e sembra destinato a lasciare un segno. Soprattutto colpisce il parziale cambio di rotta dell’autore, storicamente rivolto ai suoni della tradizione “canzonettara” e stavolta capace di filtrare quelle influenze tramite una lente più contemporanea. Ne abbiamo parlato con lui.

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Leo Pari (foto cover e foto articolo di Ilaria Magliocchetti Lombi

Questo lavoro, per tua stessa ammissione, segna un cambiamento all’interno del tuo percorso musicale.  In cosa consiste questo mutamento di direzione?
Sono tanti piccoli cambiamenti che compongono una variazione più sostanziale. Le canzoni di SPAZIO nascono sempre da esperienze personali ovviamente, ma sono raccontate con un linguaggio meno autobiografico e più accessibile a tutti; la grande magia del pop è proprio questa, quella di poter parlare in modo diretto al cuore degli altri. Anche la quasi totale assenza di chitarre contribuisce a distanziare questo disco dal genere cantautoriale, che trovo un termine un pochino fuori moda e appartenente ad un altro periodo storico. Volevo fare un disco leggero insomma, ma non scontato, con storie in cui l’ascoltatore potesse immedesimarsi con facilità. L’utilizzo di alcune sonorità specifiche, su tutte quella dei sintetizzatori, mi è servita per collocare i miei racconti in un preciso periodo storico, quello della mia infanzia.

Su Wikipedia, alla voce Leo Pari, c’è scritto “cantautore appartenente alla cosiddetta scena romana”. Quanto ti senti legato a quei suoni e a quel contesto musicale?
Ecco il “cantautore” che ridonda e cerca di risorgere dalle sue ceneri. “Scena romana” è una definizione che un po’ fa sorridere, ma è comunque preferibile alla “Scuola romana” di cui si parlava nello scorso decennio. In questo momento Roma vanta un po’ il primato della canzone d’autore e non mi dispiace essere associato ad artisti capitolini come I Cani o Calcutta, che scrivono canzoni che mi piacciono molto e che denotano un’ottima capacità compositiva. Io mi sento a cavallo tra due generazioni, quella dei vari Fabi Silvestri Gazzè e questa più attuale che inserisce nei propri testi un sacco di terminologie “social”, ma cerco di mantenere sempre una mia personale autenticità; il pubblico ha bisogno di etichettare i propri ascolti per generi e tende a racchiudere cose anche molto diverse nello stesso contenitore, non ci trovo niente di male.

Sei del 1978. Quanto conta il dato anagrafico in quello che suoni e racconti?
Ogni uomo ha una sua storia che si è formata in un determinato periodo storico, e questa inevitabilmente si riflette nei suoi racconti. Per questo SPAZIO suona cosi anni ’80, perché racconta in musica gli anni della mia adolescenza, quando passavo pomeriggi interi a guardare anime e telefilm di fantascienza. Il suono e le melodie di quelle sigle e di quelle colonne sonore in qualche modo mi sono rimasti dentro, prima o poi le avrei dovuti liberare.

Come hai sottolineato, SPAZIO si inserisce in un filone di “pop indie” sulla falsariga di un disco come Fuoricampo dei Thegiornalisti, in cui al revival di un certo cantautorato italiano (Dalla, Battisti, Battiato) si mischia un’attitudine molto pop nelle melodie. Diresti che ti hanno in qualche modo influenzato anche i nuovi cantautori italiani?
Proprio ieri Lorenzo (Colapesce) mi ha mandato un messaggio di complimenti per questo nuovo disco, e per me è stato veramente emozionante sentire che un musicista che stimo tantissimo e che ha 5 anni meno di me abbia potuto apprezzare il mio lavoro, mi ha fatto sentire un po’ più giovane. Spesso si tende ad associare le nuove realtà musicali a quelle più tradizionali, e non di rado si leggono equazioni del tipo: Thegiornalisti = nuovi Dalla o Stadio, I Cani = nuovi Battiato e via dicendo. Io vengo spesso assimilato a Battisti. E’ normale e inevitabile che si venga influenzati dal passato, anche i Beatles erano influenzati da Dylan e Elvis. A mio avviso bisognerebbe togliersi questo velo di scetticismo dalle orecchie e ascoltare con meno pregiudizi questo “indie pop” che altro non è che la nuova canzone italiana.

Quali sono le influenze, anche quelle “internazionali”, a livello di scrittura, arrangiamento  produzione, che hanno ispirato SPAZIO?
SPAZIO è nato in un periodo in cui stavo ascoltando parecchia elettronica “vintage”; Jean Michel Jarre, Vangelis, Klaus Schulze. Anche la colonna sonora di 1997: fuga da New York di John Carpenter, e varie cose di Giorgio Moroder. Per tornare ai giorni nostri Currents dei Tame Impala sicuramente mi ronzava nelle orecchie, anche Flume. Il disco l’ho prodotto insieme a Sante Rutigliano, uno dei migliori producer del momento a mio parere, che ha portato le sue influenze nel suono, tanto Kurt Vile e Unknown Mortal Orchestra.

Molti ti accostano a Battisiti: e in effetti c’è una marcata somiglianza a livello di timbro vocale tra te e lui. Semplice casualità o è una scelta precisa quella di ricercare un suono e un approccio vocale che rimanda al cantautore reatino?
Ho evitato di citare Una donna per amico e Una giornata uggiosa tra le influenze di SPAZIO perché sono scontate. Per me Battisti è l’unico musicista italiano pop che ha saputo realizzare produzioni competitive con il livello internazionale dell’epoca. L’ho sempre amato e omaggiato sia con il progetto LATO B con il quale giro l’Italia da un paio di anni insieme a Gianluca De Rubertis, Dario Ciffo e Lino Gitto, sia con la rivisitazione dell’album Anima Latina, dove ho coinvolto ben 16 musicisti per risuonare questo disco folle e stupendo allo stesso tempo.
Io ho sempre cantato in questo modo, credo che sia proprio il mio timbro vocale a somigliare a quello di Battisti, non so se l’influenza che i suoi dischi hanno esercitato su di me sia stata tale da modificare il mio suono, questa è la mia voce.

Quali traguardi vorresti raggiungere, se te ne sei prefissati, con questo Spazio?
La Luna ovviamente.

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