La Francia sceglie/1. Europa o sovranismo? Panarari spiega

Francia
epa05942562 French presidential election candidate for the far-right Front National (FN) party, Marine Le Pen (L) and French presidential election candidate for the En Marche ! movement, Emmanuel Macron pose prior to the start of a live brodcast face-to-face televised debate in television studios of French public national television channel France 2, and French private channel TF1 in La Plaine-Saint-Denis, north of Paris, France, on 03 May 2017 as part of the second round election campaign. Pro-EU centrist Emmanuel Macron and far-right leader Marine Le Pen face off in a final televised debate on 03 May that will showcase their starkly different visions of France's future ahead of this weekend's presidential election run-off.  EPA/ERIC FEFERBERG / POOL MAXPPP OUT

La sfida francese vista da Massimiliano Panarari, docente universitario Luiss ed esperto di comunicazione pubblica e politica

Domani i cittadini francesi saranno chiamati ad esprimere la loro scelta in un’elezione storica. La prima della V Repubblica senza i due grandi partiti della storia politica d’Oltralpe. Eliminati al primo turno i socialisti e gli eredi della tradizione gollista, ora sono Emmanuel Macron e Marine Le Pen a contendersi i voti della maggioranza dei francesi. Una novità assoluta che contrappone due idee diverse del mondo e due approcci opposti alla politica. Da una parte un partito nuovo di zecca, europeista e riformista, che nel giro di un anno ha mandato in soffitta le vecchie formazioni e ha portato il suo leader ad un soffio dall’Eliseo; dall’altra un partito che ha saputo trasformare la rabbia di alcune fasce della popolazione in consenso, pur con forti e pesanti concessioni al populismo xenofobo.
Ne abbiamo parlato con Massimiliano Panarari, docente universitario Luiss ed esperto di comunicazione pubblica e politica.

Le Pen contro Macron. La “populista” contro il “rottamatore”. Sulla stampa italiana spesso i due candidati sono stati definiti così. Secondo lei anche per gli elettori francesi queste definizioni sono sufficienti a descriverli?

Queste definizioni sono collegate alle nostra grammatica politica, al modo italiano di leggere la politica in maniera ombelicale. Di certo, però, in Francia, come nel resto del mondo, i nuovi orientamenti stanno rimettendo in discussione le vecchie categorie ottocentesche attraverso alcune contrapposizioni che sono emerse con forza in questa campagna elettorale: l’europeismo contro il sovranismo, ad esempio, o il populismo contro il neoriformismo.

A proposito di europeismo vs sovranismo. Per molti la sfida di domenica è anche un referendum sull’Europa. Quanto è vera questa affermazione, considerando che la Le Pen dopo il primo turno sembra avere ammorbidito l’approccio nei confronti di Bruxelles per strizzare l’occhio agli elettori moderati?

L’atteggiamento della Le Pen va visto innanzitutto sotto la lente del sistema elettorale presidenziale che qui mostra la sua forza e la sua chiarezza. Caratteristiche alle quali, nella generale confusione politica, bisognerebbe guardare con attenzione considerandone gli aspetti più positivi.

In questo contesto, il comportamento della Le Pen è facilmente interpretabile. Essendo l’Europa una delle più importanti poste in gioco, è chiaro che un aggiustamento di tiro da parte della leader del Front National è un tentativo di recuperare l’elettorato moderato. Il fatto che la Le Pen dopo il primo turno si sia spostata su posizioni meno radicali dimostra che ha bisogno di recuperare un bacino che è formato da una parte dagli elettori di Fillon, e dall’altro dagli elettori cattolici moderati che, in mancanza di un’indicazione chiara da parte della Chiesa cattolica, sono difficilmente inscrivibili in un campo o nell’altro.

La Le Pen prova a inserirsi in questo campo moderato e a mostrare un volto più rassicurante perché sa che alcune fasce di elettorato, tra cui quelle più anziane, sono impaurite dall’attuale situazione e identificano il suo radicalismo come un’opzione che dà insicurezza.

Macron meglio dei socialisti, Le Pen meglio della destra gollista. Sembra che a giustificare la sconfitta dei partiti tradizionali basti appellarsi alla generale avversione verso tutto ciò che rappresenta l’establishment. E’ davvero così? O la crisi – anche comunicativa – va cercata altrove?

Per spiegare mutamenti così enormi si dovrebbero chiamare in causa molteplici fattori. Sicuramente lo spirito anti-establishment del nostro tempo, unito ad una crisi strutturale del socialismo e della socialdemocrazia, può essere individuato come causa che ha portato a questo epilogo. I partiti tradizionali hanno faticato a tenere il passo dei tempi e, all’indomani della crisi del 2008 – 2011, non sono riusciti a fornire risposte soddisfacenti, presentandosi ai propri elettori con un repertorio di soluzioni troppo vecchio.

Per questo hanno perso il consenso delle fasce più colpite dalla crisi. Compreso quel ceto medio impoverito che si è rivolto ai populismi di destra e di sinistra. In questo senso anche il risultato di Jean-Luc Mélenchon è significativo. In elezioni che si basano fortemente sulla personalizzazione, poi, un candidato come Benoît Hamon non poteva funzionare. Macron incarna un’opzione nuova rispetto alla crisi della socialdemocrazia classica. Lui funziona perché offre una risposta innovativa.

Lei dice che Hamon non poteva funzionare. Ma anche il presidente uscente, Francois Hollande, non sembrava avere un grande appeal comunicativo sugli elettori quando fu candidato, eppure 5 anni fa hanno scelto lui…

Le cose però sono cambiate. Nel 2012 Hollande fornì delle risposte socialdemocratiche che sono diventate subito social-liberali, per poi scontrarsi prima con una grave crisi economica e poi con un forte senso di spaesamento da parte della Francia, che ha visto andare in crisi il suo ruolo sul piano internazionale.

Causa l’evasione fiscale, i flussi finanziari ormai incontrollabili e l’impoverimento della classe media, la sinistra socialista si è trovata sprovvista delle risorse necessarie a finanziare le sue proposte. Rapidamente la risposta socialdemocratica alla crisi si è consumata, e con lei Hollande.


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