“Le carceri? Non sono obbligatorie”

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Parla Stefano Anastasia, ricercatore di filosofia e sociologia del diritto all’Università di Perugia: “Liberiamoci dal preconcetto che i penitenziari siano necessari”

Tra il 2000 e il 2004 più di cento agenti di polizia penitenziaria si sono suicidati. Fino al 30 giugno scorso erano trentacinque i bambini di età compresa tra zero e tre anni reclusi con le loro mamme.  Negli ultimi quindici anni ben 2368 persone sono morte nelle carceri italiane: quasi 160 ogni anno, di cui almeno un terzo per propria scelta, ricorrendo ai vari strumenti che consentono a chi si trovi recluso di togliersi la vita: dall’impiccagione alle sbarre della cella all’aspirazione del gas del fornello. Più della metà dei detenuti sopporta la reclusione solo grazie all’uso  abituale di psicofarmaci.

A fornire questi dati è Stefano Anastasia, nato a Roma nel ’65, ricercatore di filosofia e sociologia del diritto presso il dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Perugia, dove coordina la clinica legale penitenziaria e che con Luigi Manconi, Valentina Calderone e Federica Resta ha scritto un libro, edito da Chiarelettere, intitolato: Abolire il carcere. Una proposta che sembra provocatoria, ma che gli autori definiscono ragionevole, con dati ed esperienze documentate nel lavoro di 120 pagine. Nel 1978 il Parlamento italiano votò la legge per la soppressione dei manicomi. Ora – fanno intendere i quattro – tocca alle carceri che, così come sono strutturate, servono a riprodurre crimini e criminali, non proteggono i cittadini e non aiutano i detenuti a rieducarsi. “Il carcere – afferma Anastasia – è un’istituzione storica, a  cui la Costituzione, che parla solo di pene e mai di carcere, non ci obbliga”.

Molti dei Paesi europei più avanzati stanno investendo sulle alternative al carcere: solo il 24 per cento dei condannati va in carcere in Francia e in Inghilterra, in Italia l’82 per cento. Non solo. Nel nostro Paese chi ruba in un supermercato si trova detenuto accanto a chi ha commesso crimini efferati. Il carcere – aggiungono – non serve a nessuno. I numeri lo dicono in modo chiaro: la percentuale di recidiva è altissima. La detenzione in strutture fatiscenti e sovraffollate deve essere abolita e sostituita da misure alternative, efficaci ed economiche. Su quest’ultimo punto a pagina 59 si legge: “Il costo medio affrontato dallo Stato per un detenuto rinchiuso in un istituto penitenziario è di 125 euro ogni giorno. Facendo un rapido calcolo e moltiplicando questa cifra per i 62.536 detenuti disseminati nelle 206 carceri italiane al 31 dicembre 2013, per i 365 giorni dell’anno, scopriamo facilmente l’enormità della spesa che mediamente affrontiamo ogni anno: quasi tre miliardi di euro. Questo costo giornaliero è così ripartito: 101,69 euro il costo per il personale, 5,93 euro il costo di funzionamento, 9,26 il costo del mantenimento, 6,90 euro sono per gli investimenti  e la cifra mancante per i debiti pregressi”.

“Ma non vogliamo – aggiunge Anastasia – fare una questione solo di costi. Proponiamo, ovvio l’abolizione del carcere, ma non delle pene, che, però, devono essere alternative. Quando la Corte federale della California ha intimato a Schwarzenegger di ridurre di un terzo la popolazione detenuta, ha spiegato come con la metà della spesa si sarebbero potuti approntare i migliori programmi di sostegno al reinserimento sociale dei 50mila detenuti da liberare”.

Scrivete che nelle carceri non esiste la suddivisione tra spazi per il giorno e per la notte, non c’è l’acqua calda, non viene rispettata la separazione tra categorie di detenuti e, soprattutto, quella tra i giovani sotto i venticinque anni e gli altri e che l’assistenza postpenitenziaria, intesa come accompagnamento da una situazione di detenzione a una di libertà, non viene quasi mai garantita. Ma perché, anziché abolire, non si umanizza il carcere?

– L’impegno per l’umanizzazione del carcere è nato con la sua stessa invenzione, ma non ha mai potuto fare di meglio che modificare leggermente condizioni di detenzione sempre e comunque degradanti rispetto alla concezione corrente della dignità umana. Bisogna prendere atto di due cose: il carcere – salvo casi eccezionali – non rieduca, e poi, costituisce strutturalmente un luogo di degradazione delle persone.

Però, esistono leggi come la Gozzini dell’86 che promuovono il reinserimento sociale e, per chi se le merita, varie misure alternative, (affidamento in prova ai servizi sociali, semilibertà, liberazione anticipata, detenzione domiciliare, permessi premio). Non sarebbero misure sufficienti?

– Se per la Gozzini intendiamo il potenziamento delle misure alternative alla detenzione, è esattamente una delle cose che proponiamo, fino a farle diventare pene principali che possano essere comminate già nella sentenza, senza passare dal carcere.

Pensare a nuove strutture o ripristinare quelle abbandonate non potrebbe essere una soluzione contro i mali del carcere da sovraffollamento?

– Tutte le esperienze internazionali insegnano che inseguire l’affollamento penitenziario, costruendo nuove carceri produce nuovi detenuti, in una specie di vertigine senza fondo. Il problema è cambiare la cultura della pena. Intanto puntare ad una maggiore depenalizzazione. Non solo. L’Europa ci ha più volte richiamati per l’eccessivo uso della custodia cautelare – con il 40 per cento della complessiva popolazione detenuta, doppiamo la media del vecchio continente – per il sovraffollamento e per la durata dei processi nonostante in Italia il tasso di criminalità sia inferiore, se rapportato alla media europea.

Ma come spiegare al cittadino perbene, che non ha mai commesso alcun reato, che il carcere deve essere abolito?

– Sono anni, decenni, che ci battiamo per il rispetto e la promozione dei diritti dei detenuti, ma con questo libro abbiamo voluto parlare a chi è dall’altra parte per spiegare che il carcere non produce più sicurezza. Al contrario, alimenta rabbia, disperazione e risentimento, se non vere e proprie carriere criminali. Dunque, è proprio nell’interesse di chi non ha commesso reati e pensa che non ci finirà mai, che noi proponiamo che sia abolito. Tutti dovrebbero conoscere i dati di quelle poche e certe statistiche che dicono che il 67% di coloro che scontano interamente la pena in carcere entro sette anni sono di nuovo dentro, mentre solo il 19% di chi sconta una pena fuori dal carcere ci ritorna. E’ certamente una battaglia difficile, ma merita di essere fatta. L’uso populistico del diritto penale acquieta gli animi scossi da episodi di violenza, ma non produce sicurezza. E, d’altro canto, si illude chi pensa di approfittarne per guadagnare qualche voto. Si tratta di consensi volatili quanto arrabbiati.

A proposito di recidiva, nel libro sono descritti gli effetti positivi dell’indulto del 2006, che, però, richiedeva un’amnistia. Un nuovo indulto potrebbe essere nell’immediato una soluzione?

– Per fortuna il momento più grave di sovraffollamento penitenziario è stato superato, ma stiamo come sospesi, a metà del guado. Se gli Stati generali dell’esecuzione penale, promossi dal ministro Orlando, approdassero a una proposta di decarcerizzazione, si spianerebbe la strada  ad una significativa riduzione della popolazione detenuta a fine pena o condannata per reati minori. Secondo gli ultimi dati del Ministero della giustizia più della metà dei detenuti sta scontando meno di tre anni di pena, che è il vecchio limite per accedere alle alternative alla detenzione.

Dieci le proposte alternative che indicate  e che vanno verso una giustizia risarcitoria e interdittiva. Ma non per quel dieci per cento di detenuti oggi ritenuti pericolosi. E’ così?

– Non è certo dai detenuti più pericolosi che si può partire per abolire le carceri, ma ci si deve liberare dal preconcetto che il carcere sia necessario. È successo con la schiavitù, i manicomi. Ci vorranno tempo e un processo graduale, ma deciso, di avvicinamento.

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