“L’autore e il suo doppio”, parla Fabrizio Gifuni

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In scena al teatro Vascello di Roma fino a domenica, lo spettacolo è il primo di quattro appuntamenti, uniti nel titolo mutuato da Antonin Artaud L’autore e il suo doppio, che Gifuni sta dedicando da un po’ di anni alla grande letteratura

In scena il leggio e la consolle del suono, più qualche baule buttato lì a suggerire l’idea di qualcosa da compiersi. 

L’attore avanza verso il microfono, lentamente, ritto, a piccoli passi, guardando fisso davanti a sé. Poi si ripara gli occhi con una mano, perché la luce è accecante. La luce del sole, quando il sole è cattivo.

Non è una camminata qualunque, non quella di un attore che si accinge semplicemente a una pubblica lettura. E’ proprio la camminata di un condannato a morte, che si difende da una giustizia di parte, cieca e sleale come quel sole che invece di illuminare ottunde la mente. 

Incomincia con questo segno preciso il reading di Fabrizio Gifuni tratto da Lo straniero di Albert Camus: così preciso che chi conosce il romanzo si trova immediatamente catapultato dentro, e chi non lo conosce lo ricostruisce alla fine come a chiusura di un cerchio. 

La regia è di Roberta Lena e prosegue rispondendo alla (quasi) immobilità del corpo dell’attore completamente vestito di bianco con una costante dialettica tra suoni (G.U.P. Alcaro) e voce, creando immagini in movimento e personaggi in carne e ossa. 

In scena al teatro Vascello di Roma fino a domenica, lo spettacolo è il primo di quattro appuntamenti, uniti nel titolo mutuato da Antonin Artaud L’autore e il suo doppio, che Gifuni sta dedicando da un po’ di anni alla grande letteratura, a cui seguirà Ragazzi di vita di Pasolini, il 7 e l’8 marzo, Il Dio di Roserio di Giovanni Testori, il 9 e il 10, e Un certo Julio, omaggio a Julio Cortazar e Roberto Bolano, con i sassofoni di Javier Girotto, l’11 e il 12. 

Una sorta di antologica?

Sono quattro studi-spettacolo che ho scelto di proporre in sequenza perché documentano in modo chiaro il tipo di lavoro che sto facendo in questi anni, relativo al rapporto tra letteratura e teatro. Un lavoro che parte da un materiale letterario originariamente non destinato alla scena, in cui ho ravvisato un potenziale teatrale interessante. Con questi spettacoli ho voluto verificare quanta teatralità abitasse in questi testi. 

Che sono tutti restituiti in forma di monologo.

Io faccio fatica a pronunciare la parola monologo, che indica qualcosa di molto distante dalla condizione che avverto sulla scena, tutt’altro che solitaria. Mi sento in compagnia di una moltitudine di voci: quella dell’autore, dei personaggi a cui l’autore ha affidato la sua voce, e che mi abitano non facendomi mai sentire solo. E poi c’è il pubblico, presenza fondamentale di corpi vivi che ogni sera portano un contributo decisivo, determinando cambi di temperatura e spostamenti di equilibri che imprimono allo spettacolo una direzione sempre diversa. Io penso che quello che succede in scena sia una porzione di ciò che accade in una sala teatrale che è un campo magnetico tra corpi, la sostanza di un rito. 

Dopo Camus, in ordine, Pasolini con Ragazzi di vita. Penso alla recente messa in scena del romanzo diretta da Massimo Popolizio con diciannove attori per il Teatro di Roma e al lavoro sulla terza persona restituita al parlato. Tu come hai lavorato?

Anche solo in scena trovo che il lavoro sulla terza persona sia una delle cose più stimolanti da fare in un testo come questo. Lo slittamento tra la prima e la terza persona, vedere l’attore e il personaggio che si prendono sottobraccio. Poi ho integrato la drammaturgia aggiungendo alcuni Scritti corsari e Lettere luterane

Veniamo a Testori, Il Dio di Roserio. Una scrittura difficile, quella di Testori, anche in questo suo primo racconto. 

Porto in scena il primo capitolo. La forsennata corsa in bicicletta tra un campione di ciclismo lombardo e il suo gregario, di cui temeva il sorpasso, e al quale ha dato una spinta che ha causato la caduta che lo mandato in coma. Testori parte di qui e ripercorre la storia con una sintassi sconnessa, visionaria, di tipo cubista, in cui è il paesaggio che si muove in alto in basso a destra e a sinistra mentre il ciclista sta fermo. 

Infine Un certo Julio, un omaggio a Cortàzar (da Un certo Lucas) e Roberto Bolano. 

Una raccolta di racconti esilaranti, tragicomici, in cui Cortàsar tiene insieme i vivi e i morti. Personaggi che aprono voragini e poi di nuovo ritornano agli inciampi del quotidiano. A ognuno ho dato una voce, che non è la voce reale del proprio autore, ma il frutto di una ricerca della sorgente che può avere prodotto quella voce. Perché le parole che leggiamo in un libro non si sono depositate magicamente sulla pagina ma provengono da un corpo. E quando noi le facciamo risuonare le stacchiamo dalla posizione orizzontale verso quella verticale, cioè le riportiamo nella posizione originaria. In questo modo anche parole particolarmente complicate si aprono progressivamente a nuovi significati. 

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